Venticinque anni dopo l’11 settembre, la domanda non è più soltanto se l’Occidente abbia imparato a riconoscere il proprio nemico, ma se sia ancora capace di riconoscere se stesso. Nel quarto di secolo trascorso dalle Torri Gemelle il terrorismo islamista ha continuato a colpire, cambiando organizzazioni, strategie e geografie, mentre qualcosa di ancora più profondo accadeva nelle nostre società: milioni di persone provenienti da altre culture si stabilivano in Europa e noi smettevamo progressivamente di chiederci attorno a quali valori dovessero integrarsi.
È questo il grande equivoco del multiculturalismo. Per decenni ci è stato spiegato che una società sarebbe diventata più ricca semplicemente sommando culture, religioni, tradizioni e sistemi di valori differenti, come se fosse sufficiente farli convivere nello stesso spazio geografico perché nascesse spontaneamente una comunità. Ma una Nazione non è un condominio e una civiltà non è la somma degli individui che casualmente la abitano: per stare insieme servono leggi comuni, certamente, ma anche un patrimonio condiviso di valori, consuetudini, memoria, diritti e doveri.
La differenza tra integrazione e multiculturalismo sta tutta qui. Integrare significa chiedere a chi arriva di entrare a far parte della comunità che lo accoglie, rispettandone le leggi e riconoscendone i valori fondamentali; il multiculturalismo ha invece finito troppo spesso per rovesciare il rapporto, chiedendo alla società ospitante di modificare se stessa per non urtare culture differenti. Il problema non è che altre civiltà affermino la propria identità, perché è esattamente ciò che le civiltà hanno sempre fatto, ma che l’Occidente abbia progressivamente rinunciato ad affermare la propria.
È in questo quadro che va affrontato il rapporto con l’islam, distinguendo le persone dalla questione culturale e religiosa senza utilizzare questa distinzione come alibi per negare il problema. All’interno del mondo islamico esistono realtà molto diverse, ma resta un rapporto con la religione, lo Stato, la condizione della donna, la libertà di espressione e la stessa legge che in ampi settori è profondamente diverso da quello sul quale si è costruita la civiltà occidentale.
È precisamente su questa compatibilità che si gioca la partita. La nostra civiltà si fonda sulla distinzione tra legge civile e precetto religioso, sulla libertà di cambiare religione o di non professarne alcuna, sulla parità giuridica tra uomo e donna, sulla libertà di parola, sul diritto di criticare anche ciò che altri considerano sacro e sulla prevalenza della legge dello Stato rispetto a qualsiasi norma religiosa.
Non sono dettagli negoziabili né eccentricità occidentali delle quali dovremmo scusarci, ma il risultato di secoli di storia, conflitti, errori e conquiste e costituiscono una parte essenziale di ciò che siamo. Per questo l’integrazione non può essere ridotta alla disponibilità di un lavoro, di una casa o di un documento.
Si può vivere per decenni in Europa senza integrarsi realmente, così come chi arriva da un altro continente può, nel giro di una generazione, sentirsi pienamente parte della Nazione che lo ha accolto. La differenza la fanno l’adesione alle regole, la lingua, la scuola, la partecipazione alla vita della comunità e soprattutto il riconoscimento di un nucleo di valori che viene prima delle appartenenze particolari.
Per molti anni questa evidenza è stata sacrificata sull’altare del multiculturalismo, fino a quando furono gli stessi leader europei a riconoscerne il fallimento. Angela Merkel parlò già nel 2010 del fallimento del modello multiculturale tedesco; pochi mesi dopo David Cameron contestò il «multiculturalismo di Stato» britannico, sostenendo la necessità di costruire la società attorno a valori comuni. Il problema, dunque, era stato individuato da tempo, ciò che è mancato è stata la volontà politica di trarne fino in fondo le conseguenze.
La Gran Bretagna offre probabilmente l’esempio più drammatico di ciò che accade quando il timore di apparire intolleranti prevale sul dovere di guardare la realtà. Le inchieste sulle grooming gangs hanno documentato per anni abusi sessuali sistematici su ragazze minorenni in diverse città inglesi e hanno messo in luce anche le esitazioni delle istituzioni nell’affrontare aspetti etnici e culturali per paura di alimentare tensioni o di essere accusate di razzismo. Il punto non è attribuire responsabilità collettive a un’intera comunità, ma comprendere quanto possa diventare pericolosa una società che, pur di non mettere in discussione il dogma multiculturale, rinuncia persino a nominare i problemi.
La stessa rimozione ha accompagnato spesso il terrorismo islamista. Dopo ogni attentato abbiamo assistito a una liturgia ormai prevedibile: il cordoglio, la condanna, l’invito a non generalizzare e poi la progressiva scomparsa dal dibattito della matrice ideologica che aveva armato la mano degli assassini. Venticinque anni dopo l’11 settembre siamo arrivati al paradosso di discutere se ricordare esplicitamente quella matrice persino nelle commemorazioni delle vittime: nelle cronache di queste settimane sono tornate la polemica sulla targa del Bataclan e quella sui materiali didattici dedicati all’11 settembre.
C’è poi un terreno ancora più delicato, quello della formazione delle élite. Proprio negli anni successivi all’11 settembre, mentre in Europa si affermava il multiculturalismo, Paesi come il Qatar hanno investito enormi risorse nella costruzione di una rete di influenza culturale, religiosa, mediatica e accademica: moschee e centri islamici, certamente, ma anche fondazioni, think tank, cattedre universitarie, programmi di ricerca e accordi nel campo dell’istruzione.
Qatar Papers, l’inchiesta di Christian Chesnot e Georges Malbrunot costruita sulla documentazione interna di Qatar Charity, ha mostrato la dimensione di una strategia che ha interessato direttamente anche l’Italia.
Il paradosso è evidente: mentre noi relativizzavamo la nostra identità, altri investivano anche nelle nostre istituzioni culturali per affermare la propria. Ancora una volta il problema riguarda prima di tutto noi, perché nessuno può occupare uno spazio culturale che una civiltà non abbia già cominciato ad abbandonare.
Una civiltà sicura della propria identità può accogliere e integrare persone provenienti da altre culture senza avere paura di contaminarsi, perché possiede una forza di attrazione e un sistema di valori sufficientemente solidi da chiedere a chi arriva di riconoscersi in essi. Una civiltà che considera invece la propria storia soprattutto come una successione di colpe, il proprio passato qualcosa da espiare e la propria identità un ostacolo da abbattere non integra nessuno, perché non sa più indicare verso che cosa dovrebbe avvenire l’integrazione.
Qui si chiude il cerchio aperto l’11 settembre 2001. Allora il terrorismo islamista ci costrinse brutalmente a ricordare che esisteva ancora uno scontro tra visioni del mondo incompatibili su questioni fondamentali; noi rispondemmo militarmente, costruimmo enormi apparati di sicurezza e combattemmo guerre a migliaia di chilometri dalle nostre città, dedicando molta meno attenzione alla battaglia culturale che nel frattempo si combatteva dentro le nostre società.
Lo scontro con l’islam radicale è prima culturale che militare e diventa tanto più pericoloso quanto più l’Occidente si lascia spogliare delle proprie fondamenta identitarie e valoriali. Perché tutto si tiene: l’integrazione funziona soltanto se esiste qualcosa in cui integrarsi. Se viene meno il patrimonio comune di storia, valori, regole e identità, non resta una comunità, ma un insieme di gruppi che condividono lo stesso spazio e competono per imporvi modelli differenti.
La sfida dell’Europa dei prossimi 25 anni si giocherà quindi molto meno sulla quantità astratta di diversità che sarà capace di ospitare e molto più sulla forza con cui saprà pretendere integrazione.
Chi sceglie l’Occidente deve poter diventare pienamente parte delle nostre Nazioni, indipendentemente da dove provenga; ma proprio perché questa possibilità sia reale deve essere altrettanto chiaro che libertà, parità tra uomo e donna, primato della legge civile, libertà religiosa e libertà di espressione non saranno adattate alle esigenze di chi le rifiuta.
Venticinque anni fa scoprimmo fino a che punto il fanatismo islamista fosse disposto a spingersi per colpire la nostra Civiltà; oggi la domanda è se noi siamo ancora abbastanza convinti del suo valore da volerla difendere.



























