11 settembre. Il brusco risveglio dell’Occidente

Avevo 25 anni l’11 settembre 2001. Ne sono passati esattamente altri 25 e, ora che torno a scrivere di quella giornata, mi accorgo che il tempo trascorso è ormai lungo quanto tutta la vita che avevo vissuto fino ad allora. Mentre il mondo cercava ancora di capire che cosa fosse appena accaduto a New York e Washington, scrissi un articolo intitolato «Il brusco risveglio dell’Occidente». Venticinque anni dopo ho ripreso in mano quella pagina: oggi ho 50 anni e rileggerla significa fare i conti non soltanto con ciò che pensavo allora, ma soprattutto con quello che nel frattempo è diventato l’Occidente.

Scrivevo di un mondo «bruscamente risvegliato da quel torpore da cui era avvolto da anni», convinto che nulla e nessuno avrebbe più avuto «il coraggio e, soprattutto, la forza di colpire» in quel modo. Era l’Occidente uscito vincitore dalla Guerra fredda, rimasto senza il nemico intorno al quale aveva costruito per quasi mezzo secolo il proprio sistema di sicurezza e persuaso che la storia avesse ormai imboccato una direzione irreversibile.

La caduta del Muro di Berlino, il dissolvimento dell’Unione Sovietica, l’espansione della democrazia liberale e la globalizzazione avevano alimentato l’illusione che il grande conflitto ideologico del Novecento fosse stato anche l’ultimo. Francis Fukuyama aveva parlato di «fine della storia» e quella formula, spesso semplificata rispetto al suo significato originario, finì per descrivere perfettamente lo spirito del tempo: il mercato avrebbe avvicinato i popoli, l’interdipendenza economica avrebbe reso le guerre sempre meno convenienti, confini e identità avrebbero progressivamente perso importanza.

Poi arrivarono quattro aerei di linea, 19 terroristi islamisti e una mattina di settembre. Le immagini delle Torri Gemelle in fiamme appartengono alla memoria collettiva della nostra generazione. Ricordiamo il secondo aereo che entra nella Torre Sud, gli uomini e le donne affacciati alle finestre, le persone che si lanciavano nel vuoto, il Pentagono colpito, il volo United 93 precipitato in Pennsylvania e infine quelle due torri che collassavano portandosi dietro migliaia di vite e la certezza che il mondo nel quale ci eravamo svegliati quella mattina non esistesse più.

A distanza di 25 anni, tuttavia, la parte che mi colpisce maggiormente di quell’articolo non è la descrizione della paura di quelle ore. È ciò che scrivevo quando ancora non conoscevamo la successione degli eventi che sarebbero venuti dopo. Definivo l’11 settembre «il primo vero attacco del mondo islamico a quello occidentale» e parlavo di una «minaccia globale» resa ancora più inquietante dal fatto che provenisse da «un nemico che sta combattendo una guerra che va al di fuori degli schemi convenzionali».

Avevamo appena intravisto il XXI secolo. Seguirono l’Afghanistan, la caccia a Osama bin Laden, l’Iraq e la lunga guerra al terrorismo, con le sue vittorie e i suoi errori. Ma soprattutto arrivò ciò che allora non potevamo ancora conoscere: Madrid, Londra, Charlie Hebdo, il Bataclan, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester. Il terrorismo islamista avrebbe colpito ripetutamente nel cuore delle città europee, dimostrando che l’11 settembre non era stato un episodio isolato e che la minaccia non si sarebbe esaurita con la distruzione delle basi di Al Qaeda.

Tuttavia qualcosa, nel corso di questi 25 anni, è accaduto anche alla nostra memoria. Proprio alla vigilia di questo anniversario negli Stati Uniti è scoppiata una polemica sui materiali utilizzati per insegnare l’11 settembre nelle scuole. Alcuni programmi dedicano più spazio all’islamofobia, alle presunte discriminazioni successive agli attentati e alle conseguenze della risposta americana, che alla matrice jihadista dell’attacco. In Europa il problema non è molto diverso: basti pensare alla targa commemorativa del Bataclan da cui è stata omessa la matrice islamista della strage. Non è una questione terminologica, ma il modo in cui una civiltà decide di consegnare la propria storia alle generazioni successive.

I ragazzi che oggi hanno vent’anni non erano ancora nati quando crollarono le Torri Gemelle. Non possiedono quel ricordo, non possono ricordare il silenzio irreale di quelle ore né la sensazione, comune a milioni di persone, che qualcosa fosse cambiato per sempre. Per loro l’11 settembre è già storia e questo rende ancora più importante raccontarlo senza riscriverlo attraverso le categorie ideologiche del presente.

«Never Forget» aveva un significato immediato nel 2001. Oggi ne ha uno forse ancora più importante, perché la memoria non si conserva per inerzia: ogni generazione decide che cosa trasmettere a quella successiva.

L’Occidente commise molti errori dopo l’11 settembre, dall’Iraq alla pretesa di esportare la democrazia senza tenere sufficientemente conto della storia, della religione e della struttura sociale dei popoli ai quali pretendevamo di applicare il nostro modello. Vent’anni dopo, nell’agosto del 2021, le immagini degli afghani aggrappati agli aerei in partenza da Kabul, mentre i talebani tornavano al potere, rappresentarono nel modo più crudele il fallimento di molte delle illusioni coltivate dopo l’11 settembre.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare gli errori occidentali in un alibi per dimenticare ciò che accadde quel giorno e, soprattutto, perché accadde.

I 19 uomini che salirono su quegli aerei non odiavano l’Occidente perché non lo conoscevano, ma per ciò che era: la sua libertà, il suo modello di società, la separazione tra potere politico e religioso, l’emancipazione femminile, la possibilità di credere o non credere, il pluralismo, la libertà di espressione. Riconoscere questa evidenza non significa attribuire a ogni musulmano le responsabilità del terrorismo islamista, ma rifiutarsi di cancellare la natura ideologica e religiosa di quel terrorismo per rendere la storia più compatibile con la sensibilità contemporanea.

È qui, rileggendo ciò che scrivevo a 25 anni, che trovo la differenza più grande rispetto ad allora.

Nel 2001 pensavo che quell’attacco avrebbe costretto l’Occidente a ritrovare definitivamente la consapevolezza di sé; il nemico ci aveva ricordato brutalmente che esistevamo, che rappresentavamo una civiltà e che proprio per questo potevamo essere odiati e combattuti. 

Credevo che il risveglio sarebbe durato. Mi sbagliavo.

Negli anni successivi una parte crescente della cultura occidentale ha cominciato a rivolgere contro se stessa quella capacità critica che per secoli era stata una delle sue forze. Sinistra, establishment e media mainstream hanno trasformato progressivamente l’identità da patrimonio da custodire a problema da superare, diffondendo l’idea che per convivere fosse necessario rinunciare a una parte crescente di ciò che siamo, che l’integrazione potesse essere sostituita dal multiculturalismo e che una comunità potesse continuare a esistere anche senza un patrimonio di valori condivisi. 

Il paradosso è che mentre altre civiltà continuavano ad affermare la propria identità, l’Occidente cominciava a vergognarsi della sua. Persino la parola Occidente è diventata per alcuni qualcosa da pronunciare quasi con imbarazzo, accompagnandola immancabilmente con l’elenco dei suoi errori. Eppure una civiltà che conosce soltanto le proprie colpe e dimentica ciò che ha costruito difficilmente trova la forza di difenderlo

Ma questa è un’altra parte della storia e merita un ragionamento a sé. Resta quella pagina ingiallita, scritta da un ragazzo di 25 anni mentre il fumo saliva ancora da Ground Zero, e soprattutto resta il suo titolo, che oggi non cambierei: «Il brusco risveglio dell’Occidente».

L’11 settembre ci svegliammo davvero. Per qualche tempo tornammo a comprendere che la storia non era finita, che il mondo non sarebbe diventato automaticamente come noi, che esistevano ancora nemici, confini, interessi, identità e valori per i quali valeva la pena combattere.

Venticinque anni dopo, però, quella conclusione non basta più, perché il problema dell’Occidente non è soltanto riconoscere chi lo minaccia, ma ricordarsi chi è.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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