Quarantaquattro anni dopo la strage di via Isidoro Carini, l’Italia si ferma per ricordare Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto di Palermo e generale dei Carabinieri assassinato dalla mafia il 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, che morì dodici giorni dopo a causa delle gravissime ferite riportate nell’attentato. Quella sera Cosa Nostra colpì uno dei più autorevoli servitori dello Stato, trasformando il suo sacrificio in un simbolo eterno della lotta alla criminalità organizzata e della difesa della legalità. Nato a Saluzzo nel 1920, Dalla Chiesa dedicò l’intera esistenza al servizio dello Stato: partecipò alla Resistenza dopo l’8 settembre, entrò nell’Arma dei Carabinieri e fu tra i primi investigatori a comprendere la struttura moderna della mafia, studiandone i legami familiari, economici e territoriali.
Negli anni Settanta guidò il Nucleo speciale antiterrorismo, ottenendo risultati decisivi contro le Brigate Rosse grazie a un metodo investigativo innovativo basato su intelligence, pedinamenti e collaborazione con la magistratura, contribuendo in modo determinante allo smantellamento del terrorismo italiano. Nel maggio del 1982, dopo l’assassinio di Pio La Torre, il governo lo inviò a Palermo come prefetto per affrontare la sanguinosa offensiva dei Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, ma quei poteri straordinari che gli erano stati promessi non arrivarono mai davvero e il generale comprese presto di essere stato lasciato solo davanti a un nemico potentissimo. La sera del 3 settembre, mentre si dirigeva verso Mondello a bordo di un’Autobianchi A112 guidata dalla moglie, il convoglio venne assalito in via Carini da un commando armato di fucili d’assalto AK-47: una motocicletta colpì l’auto della scorta e una BMW affiancò quella del prefetto esplodendo decine di colpi. Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro morirono sul colpo, mentre Domenico Russo si spense il 15 settembre in ospedale.
L’eccidio sconvolse il Paese e il giorno successivo comparve sul luogo della strage un cartello destinato a entrare nella memoria collettiva: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Ai funerali, celebrati nella chiesa di San Domenico, migliaia di cittadini contestarono duramente la classe politica, accusandola di aver abbandonato il generale, mentre il presidente Sandro Pertini fu l’unica autorità risparmiata dalla protesta popolare. Da quel sacrificio nacque una svolta decisiva nella lotta alla mafia: il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, introducendo il reato di associazione mafiosa, l’articolo 416-bis del Codice penale, e la confisca dei patrimoni illeciti, strumenti che avrebbero cambiato per sempre il contrasto a Cosa Nostra e aperto la strada al maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel giorno del 44° anniversario, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato Dalla Chiesa come un uomo che operò «con lucidità e tenacia» nella difesa della giustizia e della legalità, sottolineando che il suo esempio continua ad affermare i valori costituzionali di libertà, democrazia e responsabilità civile e ribadendo che la lotta alle mafie è un impegno della Repubblica che non può conoscere soste.
Anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reso omaggio al generale con parole di profonda riconoscenza: «A distanza di 44 anni, il suo esempio continua a parlarci con una forza straordinaria. Coraggio, senso del dovere, amore per l’Italia: valori che Carlo Alberto Dalla Chiesa ha incarnato senza mai arretrare. Ricordarlo significa onorare un eroe dello Stato, ma soprattutto rinnovare un impegno: non lasciare mai soli coloro che ogni giorno combattono la mafia, difendono la legalità e servono la Nazione. L’Italia non dimentica Carlo Alberto Dalla Chiesa e non dimentica chi ha dato la vita per difenderla». A Palermo, durante la commemorazione ufficiale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricordato che custodire quella memoria significa trasformare una tragedia del passato in un insegnamento per il futuro, mentre il presidente della Regione Renato Schifani ha definito Dalla Chiesa un modello di fedeltà allo Stato il cui coraggio ha contribuito a rendere oggi la mafia più debole rispetto agli anni Ottanta.
Particolarmente intensa anche la testimonianza della figlia Rita Dalla Chiesa, che ha ricordato il padre prima ancora che il generale: un uomo affettuoso, profondamente legato ai giovani e convinto che la libertà delle idee fosse un valore sacro. Rita ha ribadito che la verità giudiziaria va rispettata, ma che quella storica non sempre coincide con quanto stabilito dai tribunali, ricordando come il padre accettò Palermo con assoluta fiducia nelle istituzioni e solo dopo comprese di essere stato privato degli strumenti necessari per combattere la mafia. A distanza di quarantaquattro anni, il sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Emanuela Setti Carraro e di Domenico Russo continua a rappresentare una delle pagine più alte della storia repubblicana, ricordando a ogni generazione che la libertà, la giustizia e la legalità richiedono coraggio, memoria e un impegno quotidiano da parte di tutto il Paese.



























