7 ottobre, oggi siamo tutti israeliani

Oggi siamo tutti israeliani. Piangiamo le vittime di quel massacro vile, bastardo, che tre anni fa ha strappato alla vita famiglie, bambini, anziani, ragazzi colpevoli soltanto di essersi ritrovati ad ascoltare musica, e che non ammette giustificazioni. Il 7 ottobre appartiene alla memoria di Israele e alla coscienza di tutto l’Occidente, perché nelle case assaltate dai terroristi di Hamas, nella caccia agli esseri umani, nei rapimenti, è stata colpita la possibilità stessa di vivere senza dover chiedere il permesso al fanatismo.

Le bandiere di Hamas nelle piazze della sinistra sono uno sfregio a quella memoria, un oltraggio alle vittime, alla verità e a tutti noi. Il numero di chi le porta o ne tollera la presenza conta poco: quattro gatti possono fare un rumore enorme quando trovano una politica disposta a legittimarli e un sistema mediatico pronto a confezionare le loro parole d’ordine come indignazione civile. A rendere grave lo spettacolo è la rispettabilità concessa ai simboli degli assassini, dentro manifestazioni che pretendono di parlare in nome dell’umanità.

Il 7 ottobre ha rivelato una frattura profonda, paragonabile per la sua portata a quella dell’11 settembre. Il terrorismo islamista colpisce la nostra civiltà e trova al suo interno chi ne adotta il racconto, ne attenua le responsabilità, ne traduce la ferocia nel vocabolario della «resistenza». La sinistra islamista prende forma attraverso questa adesione politica: l’ostilità verso l’Occidente diventa così assoluta da rendere accettabili persino i suoi nemici più fanatici, mentre libertà, emancipazione e diritti vengono sacrificati sull’altare della causa.

Sinistra e media mainstream omettono, giustificano, minimizzano, relativizzano. Il massacro viene espulso dalla spiegazione degli eventi, il terrorismo diluito nel «contesto», la responsabilità degli assassini dispersa in una ricostruzione nella quale Israele finisce comunque sul banco degli imputati. La storia viene fatta cominciare dalla risposta israeliana e il 7 ottobre sopravvive come un inciso, da attraversare rapidamente prima di tornare alla requisitoria. È una cancellazione politica che consente di conservare intatto lo schema anche davanti ai corpi delle vittime.

In questo meccanismo si consuma il tradimento dei principi che la sinistra continua a rivendicare. La dignità umana diventa negoziabile, la solidarietà dipende dall’identità di chi soffre, la condanna della violenza viene subordinata all’utilità della causa. Persino il dolore deve presentare le credenziali ideologiche. Alle vittime israeliane viene chiesto di portare sulle proprie spalle anche le responsabilità del loro governo, come se un bambino assassinato potesse rispondere di una decisione politica.

La battaglia contro il ddl sull’antisemitismo si inserisce in questa deriva: una parte della sinistra vede anzitutto il pericolo di un presunto bavaglio proprio mentre dovrebbe riconoscere l’urgenza di contrastare l’odio antiebraico. Criticare Israele resta pienamente legittimo; trasformare la difesa degli ebrei in un sospetto regalo a Netanyahu rivela quanto l’ossessione politica abbia deformato il giudizio.

I civili palestinesi meritano protezione e futuro. La loro sofferenza rende ancora più intollerabile l’uso che ne viene fatto per riabilitare Hamas, consegnando un popolo alla propaganda di chi ha scelto il terrore. Una pace degna di questo nome richiede il riconoscimento dell’umanità di tutti e la condanna degli assassini, senza indulgenze dettate dall’appartenenza.

Oggi siamo tutti israeliani perché riconosciamo in quelle vittime persone alle quali è stato tolto tutto, anche il diritto a una memoria libera dalle manipolazioni.

Il 7 ottobre resterà nella storia anche per ciò che l’Occidente avrà fatto della memoria dei suoi morti. Le bandiere di Hamas nelle nostre piazze raccontano già una vergogna che nessun editoriale compiacente potrà cancellare: gli assassini celebrati dentro la civiltà che vorrebbero distruggere. 

A quelle vittime dobbiamo la fermezza di chi riconosce nella loro libertà la propria, perché un Occidente che trova un alibi al massacro degli israeliani sta preparando un alibi anche a chi, domani, verrà a massacrare noi.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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