Alessandro Nardone: «L’intelligenza artificiale non deve sostituire l’uomo. Dobbiamo governare gli algoritmi»

“Governare gli algoritmi. Contro il superamento dell’umano” è il tredicesimo libro di Alessandro Nardone. Un saggio sull’intelligenza artificiale che, in realtà, parla soprattutto dell’uomo: della sua identità, del tempo, della memoria, della libertà e del rischio di delegare progressivamente alla tecnologia ciò che fino a ieri consideravamo parte inseparabile di noi stessi. Non una battaglia contro l’innovazione, ma una domanda politica e culturale destinata ad accompagnarci nei prossimi anni: fino a dove possiamo spingerci senza perdere qualcosa di noi?

“Governare gli algoritmi” è il tuo tredicesimo libro. Da dove nasce?

È un libro che viene da lontano. Il rapporto tra tecnologia, comunicazione, libertà e identità attraversa buona parte di quello che ho scritto negli ultimi anni, da Orwell a Le parole sono tutto a Tu sei il messaggio – Il pensiero conservatore nell’era degli algoritmi. Per molto tempo ci siamo interrogati sugli algoritmi che decidevano cosa mostrarci, cosa farci leggere, cosa comprare, persino quali opinioni rafforzare. Con l’intelligenza artificiale generativa siamo entrati in una fase diversa, perché oggi possiamo delegare alla macchina anche lo scrivere, il ragionare, il creare, il ricordare e, progressivamente, il decidere. A quel punto la domanda non è più soltanto che cosa può fare la tecnologia, ma fino a che punto possiamo delegarle parti di noi senza smettere di essere pienamente noi stessi.

Il sottotitolo è molto netto: “Contro il superamento dell’umano”. È un libro contro l’intelligenza artificiale?

Assolutamente no. Uso l’intelligenza artificiale ogni giorno e la considero uno strumento straordinario. Sarebbe assurdo rinunciare alle possibilità che ci offre. Il problema nasce quando uno strumento smette di amplificare le nostre capacità e comincia progressivamente a sostituirle. È una distinzione fondamentale. Per me il punto non è scegliere tra uomo e macchina, ma stabilire chi debba rimanere al comando. E la risposta non può che essere l’uomo.

Nel libro utilizzi spesso un termine: “diluizione”. Che cosa significa?

Credo sia uno dei fenomeni meno osservati del nostro tempo. L’uomo contemporaneo non rischia necessariamente di essere cancellato dalla tecnologia, rischia qualcosa di più sottile: di essere diluito. Abbiamo ceduto un pezzo di memoria allo smartphone, il senso dell’orientamento al GPS, la selezione delle informazioni agli algoritmi, una parte delle relazioni ai social network, la nostra attenzione alle notifiche. Adesso possiamo delegare all’intelligenza artificiale anche l’elaborazione del pensiero. Presa singolarmente, ciascuna di queste deleghe può essere utile. È la loro somma che deve interrogarci. Perché alla fine potremmo scoprire di avere strumenti potentissimi e, contemporaneamente, di aver rinunciato a capacità che per millenni hanno contribuito a definire l’essere umano.

In questo ragionamento l’identità occupa un posto centrale. Perché?

Perché l’identità è ciò che ci impedisce di essere intercambiabili. Siamo il risultato di una storia, di una famiglia, dei luoghi nei quali siamo cresciuti, dei libri che abbiamo letto, delle persone che abbiamo incontrato, degli errori commessi, delle sconfitte e delle vittorie. Il mondo digitale tende invece alla standardizzazione: dei comportamenti, del linguaggio, dei desideri, perfino dell’estetica. Per questo considero la questione dell’identità profondamente politica. E qui il pensiero conservatore ha molto da dire, perché prima ancora di domandarci che cosa dobbiamo cambiare dovremmo tornare a chiederci che cosa merita di essere conservato.

Quindi quella dell’intelligenza artificiale è anche una questione politica?

Inevitabilmente. L’intelligenza artificiale è tecnologia, ma è anche economia, cultura, potere e geopolitica. Chi controlla i modelli, i dati, le infrastrutture e la capacità computazionale dispone di una forma di potere enorme. Per questo la sovranità digitale non è un tema per addetti ai lavori: è una delle nuove dimensioni della sovranità nazionale. Nel XXI secolo una Nazione che dipende completamente da altri per i dati, le infrastrutture strategiche e le tecnologie che organizzano una parte crescente della vita economica e sociale rischia di vedere limitata la propria libertà di scelta.

L’Italia come sta affrontando questa sfida?

Credo che il Governo Meloni abbia avuto il merito di comprendere molto presto che sull’intelligenza artificiale servisse una posizione diversa sia dalla tecnofobia sia dall’idea che tutto ciò che è tecnologicamente possibile debba automaticamente diventare socialmente accettabile. In particolare, il sottosegretario Alessio Butti ha svolto un grande lavoro nel portare anche in Europa un approccio antropocentrico all’intelligenza artificiale, mettendo l’uomo al centro e comprendendo che la regolamentazione, soprattutto dal punto di vista etico, sarebbe diventata indispensabile. Ma c’è anche un altro aspetto che considero fondamentale: la difesa della sovranità digitale attraverso investimenti nelle infrastrutture, nella capacità tecnologica e nel Quantum. Perché l’autonomia politica, oggi, passa inevitabilmente anche dall’autonomia tecnologica.

Nel libro sei molto critico anche verso il transumanesimo. Perché?

Perché dietro il transumanesimo vedo un’idea che considero profondamente discutibile: che ogni limite dell’uomo sia necessariamente un difetto da correggere e che il progresso coincida con il suo superamento. Ma alcuni limiti contribuiscono a definirci. La vulnerabilità, l’imperfezione, il bisogno degli altri, persino la consapevolezza della morte hanno costruito la nostra civiltà, la filosofia, la religione, l’arte, il concetto stesso di responsabilità. Non penso che dobbiamo rinunciare alla tecnologia, tutt’altro. Penso che dobbiamo costruire la tecnologia intorno all’uomo, invece di cominciare ad adattare l’uomo alle esigenze della tecnologia.

Essere conservatori significa quindi diffidare dell’innovazione?

È esattamente il contrario. Il conservatorismo, se vuole essere vivo, non può avere paura del futuro. Deve però possedere un criterio con cui giudicarlo. Il progresso non consiste nell’accettare qualsiasi cambiamento semplicemente perché è nuovo. Dobbiamo essere capaci di domandarci non soltanto «possiamo farlo?», ma «ci renderà migliori?» e soprattutto «che cosa rischiamo di perdere?». La politica serve anche a questo: governare il cambiamento invece di subirlo. Ed è esattamente il significato che attribuisco al verbo “governare” nel titolo del libro.

C’è poi il tema del tempo, al quale dedichi una parte importante della tua riflessione.

Il tempo è diventato la vera valuta dell’economia digitale. Le piattaforme competono per conquistare la nostra attenzione perché la nostra attenzione è monetizzabile. Il paradosso è che la tecnologia avrebbe dovuto restituirci tempo e invece ha moltiplicato le possibilità di sprecarlo. Ogni minuto risparmiato grazie a un’applicazione, a un servizio o a un’automazione viene immediatamente riempito da notifiche, contenuti, messaggi, scroll. Siamo diventati velocissimi nel fare tutto e sempre meno capaci di rimanere concentrati su qualcosa. E una società che perde la capacità di fermarsi, riflettere e approfondire diventa inevitabilmente anche più condizionabile.

Qual è allora il rischio più grande dell’intelligenza artificiale?

Paradossalmente, non credo sia che diventi troppo intelligente, ma che noi decidiamo di diventarlo meno. Si parla moltissimo dei posti di lavoro che l’intelligenza artificiale potrà sostituire, ed è un tema reale, ma secondo me esiste una questione ancora più profonda. Se utilizziamo l’IA per evitarci sistematicamente la fatica di pensare, scrivere, ricordare, scegliere e creare, quelle capacità finiranno inevitabilmente per indebolirsi. La tecnologia deve liberarci dalla fatica inutile, non dalla fatica che ci fa crescere. Il rischio più grande non è perdere la competizione con la macchina. È perdere progressivamente noi stessi.

Nel libro hai fatto anche un esperimento particolare con l’intelligenza artificiale. In cosa consiste?

Ho voluto portare l’intelligenza artificiale dentro il libro, non soltanto come oggetto di analisi, ma come interlocutore. L’ho sottoposta alle questioni che attraversano queste pagine, mettendola in qualche modo di fronte ai propri limiti e alle contraddizioni del rapporto tra uomo e macchina. E alla fine le ho chiesto di scrivere la postfazione del libro. È un passaggio a cui tengo molto, perché chiude il cerchio dell’esperimento: dopo aver scritto un libro sul rischio che l’uomo deleghi progressivamente alla tecnologia parti sempre più profonde di sé, ho lasciato che fosse proprio un’intelligenza artificiale ad avere l’ultima parola. Il risultato è interessante anche per ciò che rivela involontariamente. Una macchina può elaborare una quantità di informazioni immensamente superiore alla nostra, può imitare il linguaggio, argomentare, persino sorprenderci. Ma non ha vissuto nulla di ciò di cui parla. Non ha avuto un padre, una madre, un figlio. Non ha conosciuto la paura, l’amore, la nostalgia, la perdita. Può descrivere un ricordo, ma non può ricordare. Ed è forse proprio questa la differenza che dobbiamo custodire.

Alla fine, dunque, che cosa significa davvero “governare gli algoritmi”?

Significa recuperare la responsabilità. Usare l’intelligenza artificiale per diventare più capaci, non più pigri; sfruttare gli algoritmi senza consegnare loro la nostra libertà di scelta; utilizzare la tecnologia senza cederle il nostro tempo, la memoria, le relazioni, l’identità. Ma significa anche fare politica, investire nell’educazione, nella sovranità tecnologica e nelle infrastrutture, perché non possiamo affidare una trasformazione di questa portata esclusivamente al mercato.

La grande questione dei prossimi anni non sarà capire fin dove arriverà l’intelligenza artificiale. Arriverà molto lontano, probabilmente più lontano di quanto oggi riusciamo a immaginare. La domanda decisiva è un’altra: quando ci arriverà, noi sapremo ancora chi siamo?

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