Di Alfredo Mantica ricordo soprattutto la profondità. La profondità del pensiero, certamente, ma anche quella capacità non comune di leggere la politica andando oltre la politica stessa, dentro la storia, gli equilibri internazionali, i rapporti tra le Nazioni. Aveva una spiccata visione geostrategica quando la geopolitica non era ancora diventata una parola buona per qualsiasi convegno, trasmissione televisiva o post sui social.
Per la mia generazione, quella cresciuta politicamente dentro Alleanza Nazionale, Mantica è stato molto di più di un dirigente di primo piano. Era uno dei riferimenti di una comunità nella quale ci siamo formati, abbiamo discusso, litigato, combattuto le nostre battaglie e imparato a fare politica. Io quella parabola l’ho vissuta interamente, da militante, e ancora oggi considero quegli anni una parte fondamentale della mia formazione politica e umana.
Mantica apparteneva a una classe dirigente che attribuiva alla preparazione un valore enorme. Potevi essere d’accordo oppure no, potevi appartenere a sensibilità diverse della stessa destra, ma sapevi di avere davanti persone che avevano studiato, letto, approfondito e che possedevano una visione. Nel suo caso questo valeva soprattutto per la politica estera, alla quale dedicò una parte importante della propria esperienza nelle istituzioni.
Eppure, ripensando a lui oggi, insieme alla profondità mi viene in mente soprattutto lo stile. Mai sopra le righe, mai una parola fuori posto, mai quella necessità di occupare la scena che sembra essere diventata una delle malattie della politica contemporanea. Mantica non ne aveva bisogno. Era autorevole senza doverlo dimostrare, fermo senza diventare arrogante, profondamente legato alla propria storia senza trasformare quell’appartenenza in una caricatura.
Un galantuomo d’altri tempi. E non lo dico come formula di circostanza, di quelle che si utilizzano quando qualcuno se ne va. Lo era davvero.
È stato un uomo della destra, ma anche un uomo delle istituzioni e dello Stato. Ha attraversato stagioni molto diverse della nostra storia politica portandosi dietro un patrimonio culturale, un senso dell’appartenenza e una concezione della politica che non si esaurivano nell’incarico ricoperto in quel momento. Ha contribuito a scrivere pagine significative della storia della destra italiana e, per chi quella storia l’ha vissuta, il suo nome rimarrà inevitabilmente legato a essa.
Oggi lo salutiamo con riconoscenza. E anche con deferenza, una parola che si usa poco ma che nel suo caso mi sembra quella corretta. Per ciò che ha rappresentato, per quello che ha insegnato e per il modo con il quale ha attraversato la politica e servito lo Stato.
A tutta la sua famiglia va la vicinanza mia, del direttore Ulderico De Laurentiis e di tutta la redazione de «La Voce del Patriota».
A Dio Alfredo, e grazie.




























