Benvenuti nell’era del socialismo pandemico

Le politiche anti covid hanno fatto esplodere ovunque la spesa pubblica e l’inflazione (risparmiamo dati e statistiche perché sono rintracciabili ovunque). Attraverso i cosiddetti ristori, inevitabili una volta intrapresa la strada delle chiusure obbligatorie, si è prodotta una redistribuzione di denaro pubblico non tanto erga omnes ma ad alcune categorie e corporazioni protette. Inoltre è aumentato in modo esorbitante il potere dello Stato amministrativo, che si è ulteriormente ingigantito. Tanto che possiamo a giusto titolo parlare di “socialismo pandemico”. Durante la prima guerra mondiale si venne a creare una sorta di “socialismo di guerra” che, come mostrò subito il grande economista liberal nazionalista Maffeo Pantaleoni, modificò la struttura sociale dei vari paesi e creò, soprattutto in Italia, un ceto di imprenditoria e finanza assistita, legata a filo doppio con lo Stato (i cosiddetti “pescecani”) . Oggi in modo in parte analogo si sta strutturando un ceto di imprenditoria parassitaria, assistita e ristorata cosi come assistiti e ristorati sono fasce di cittadini: in tal senso è evidente che Draghi non abbia nessuna intenzione di rivedere il reddito di cittadinanza, giustamente definito da Giorgia Meloni “metadone d stato” al Forum Ambrosetti, perché in questo schema di socialismo sanitario (o ancor meglio corporativo-sanitario) il reddito di cittadinanza è un tassello fondamentale.

Il solito tax and spending

Naturalmente solo uno sciocco o qualcuno in mala fede può pensare che tutto questo possa essere finanziato dal Recovery fund. Anche perché questo deve essere a sua volta finanziato. E la fonte di accaparramento è sempre la stessa: le tasse. Non a caso il ministro delle Finanze Franco ha spostato al 2022 cioè sine die il taglio dell’Irpef. Ma altro che diminuzione delle tasse. E’ nella logica delle cose che Draghi dovrà aumentarle, altro che ridurle, mentre di questo passo, come ha spiegato Carlo Pelanda sulla “Verità” del 5 settembre, la patrimoniale diventa sempre più probabile giorno dopo giorno.

Si dirà: il solito tax and spending della sinistra, vedi l’aumento, per ora solo promesso, di tasse da parte di Biden. Fosse cosi semplice. Intanto c’è il governo europeo che per la prima volta dallo scoppio della pandemia le tasse le aumenterà davvero ed è quello di Boris Johnson. Contravvenendo al programma di riduzione delle tasse varato un paio di anni fa, il suo gabinetto si appresta ad alzare del 2% l’imposta per finanziare il servizio sanitario nazionale. Una proposta avanzata tempo prima dal Labour, quando Corbyn era ancora segretario e giudicata dallo stesso Johnson una follia. Certo, era prima della pandemia. Appunto. Resta il fatto che da giorni una parte importante dei Tories tuona contro la proposta, a cui si oppongono anche i due ex premier conservatori che hanno preceduto Johnson, considerandola un tradimento della identità dei conservatori.

Il Covid e la tentazione del “socialismo pandemico”

In effetti, se Hayek negli anni Sessanta amava definirsi un liberale perché i conservatori inglesi del suo tempo erano tax and spending come i socialisti, la rivoluzione thatcheriana aveva fatto mutare volto e corpo, e non solo ai tories. Ora il Covid e la tentazione del “socialismo pandemico” stanno avvolgendo Johnson, che rischia di assomigliare, come scrive il “Telegraph” a Harold MacMillan, il premier conservatore anni cinquanta e sessanta contro cui tuonava Hayek. E infatti il quotidiano inglese è da giorni che ospita articoli e commenti infuocati contro il “tradimento della identità conservatrice” e la “svolta a sinistra” di BoJo. Tra tutti, vogliamo citare quello di Douglas Murray, penna nota da noi, che in un commento apparso sul “Telegraph” del 4 settembre si chiede che senso abbia votare i conservatori se, dal lockdown alla politica della cultura fino appunto a quello fiscale, una delle pietre portanti, essi assomigliano sempre più ai laburisti, e neanche a quelli di Blair, proprio quelli “storici”, per non parlare delle battaglie per l’ambiente condotte con retorica alla Greta e l’introduzione dell’ “animal welfare” . La decisione di aumentare le tasse, secondo Murray è solo un sintomo della intenzione di Johnson di “rompere con ogni tema totemico del conservatorismo”.

Governare è impresa complessa, soprattutto durante la pandemia e nessuno si erge qui a impartire lezioni. Resta il fatto che se perdi la tua identità, e assomiglia sempre più a quella della sinistra e dei “socialisti pandemici”, perderai la dignità ma, soprattutto, gli elettori.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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Cristina

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