L’arrivo a Uta dei detenuti sottoposti al regime del 41-bis non è una scelta contro la Sardegna e non può essere raccontato come l’ennesima penalizzazione di un territorio. Il 41-bis nasce per impedire che chi ha ricoperto ruoli di vertice nelle associazioni mafiose possa continuare a impartire ordini, mantenere collegamenti e alimentare le proprie organizzazioni criminali all’interno del carcere. Su questo punto il Governo rimane inflessibile: con la mafia non si tratta e lo Stato non arretra. Ma è altrettanto vero che il Governo non crea alla Sardegna problemi di sicurezza, di personale o di assistenza sanitaria.
Infatti, i detenuti al 41-bis sono sottoposti a maggiore controllo, vigilanza e ad un regime più stringente di isolamento. A gestire questi detenuti è il GOM, il Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria, reparto specializzato che opera con professionalità e capacità di prevenzione e contrasto ai massimi livelli, avvalendosi anche di specialisti nell’analisi criminale e nell’intelligence. È dunque garantita la piena sicurezza e, al contempo, nessun aggravio sulle risorse di personale di Polizia Penitenziaria assegnate alla Regione.
Rispetto all’assistenza sanitaria, la sanità penitenziaria è per legge in capo alla Regione e la Regione è senza dubbio inadempiente. La legge 296 del 1993 impone alla Regione di predisporre almeno nell’ospedale di Cagliari un reparto cosiddetto protetto destinato alla cura dei detenuti affetti da patologie complesse che non possono essere trattate nell’infermeria del carcere. La Regione invece non ha mai predisposto il reparto protetto, non attuando la legge del 1993, nonostante un ultimo sollecito del 2025 da parte del Dap.
Oltre a questo, voglio precisare che, all’esito dei trasferimenti dei detenuti al 41-bis in Sardegna e dei correlati trasferimenti di detenuti in Alta sicurezza dalla Sardegna verso la penisola, il numero totale di detenuti in Sardegna si è ridotto, e con esso il carico sulla sanità penitenziaria regionale. Inoltre, il numero dei detenuti sia a Bancali sia ad Uta rimane sotto il limite della capienza tollerabile.
La nuova sezione di Uta è stata realizzata e resa operativa all’interno di una strategia nazionale di gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale. L’arrivo dei primi detenuti è stato accompagnato da un adeguato dispositivo di sicurezza, con il coinvolgimento delle diverse forze dello Stato. Un dispositivo che, in questi giorni, è stato necessario rafforzare ulteriormente, a causa di alcune dichiarazioni irresponsabili. La sicurezza non è materia da utilizzare per alimentare polemiche politiche. È lo Stato che decide dove e come devono essere custoditi i boss mafiosi, nel rispetto della legge e nell’interesse della sicurezza di tutti gli italiani. E su questo il Governo non farà un passo indietro.
Infine, trovo davvero ipocrita che la presidente Todde contesti la realizzazione di un progetto portato avanti da Bonafede, Conte, Renzi, Gentiloni e da tutti coloro che negli anni precedenti hanno programmato questo riordino del sistema penitenziario, e per il quale lo Stato ha sostenuto ingenti spese, proprio per garantire gli elevati standard di sicurezza e di vigilanza prescritti per i detenuti al 41 bis.”
Lo dichiara il sottosegretario alla Giustizia e senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, in risposta alle dichiarazioni dei giorni scorsi della presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde.



























