Certificati falsi per evitare i Cpr, una rete di medici a difesa dei clandestini. La Procura indaga

Non più semplici certificati. Non più casi isolati. L’inchiesta sui certificati medici utilizzati per impedire l’invio di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio si allarga. Pare che ci sia, infatti, un enorme sistema dietro la pratica che avrebbe consentito a decine di migranti di non essere rimpatriati, grazie a motivazioni sanitarie non proprio veritiere. La Procura di Ravenna ha infatti disposto la perquisizione di 23 medici in nove città italiane, nell’ambito di un’indagine che ora prende in considerazione l’ipotesi di una vera associazione per delinquere. 

Il punto di partenza dell’inchiesta erano 34 certificati ritenuti falsi, prodotti tra settembre 2024 e gennaio 2026. Gli accertamenti avevano coinvolto otto medici dell’ospedale di Ravenna, indagati per falso e interruzione di pubblico servizio. Per tre di loro era stata disposta l’interdizione dalla professione per dieci mesi, mentre agli altri era stato vietato di occuparsi delle certificazioni relative ai Cpr. Questo perché molti di questi certificati erano stati rilasciati addirittura in assenza di veri e propri esami sul migrante. Le perquisizioni degli inquirenti hanno interessato professionisti a Bologna, Rimini, Milano, Varese, Biella, Firenze, Livorno, Roma e Bari. L’inchiesta, comunque, è ancora in corso. Ma già passare dall’esame di singoli casi di documenti falsi a ipotizzare un intero sistema che consentiva ai clandestini di sgattaiolare via dai Centri per il rimpatrio, segna un passo in avanti non indifferente, che confermerebbe ciò che è sempre più sotto gli occhi di tutti: in Italia ci sono interi sistemi, tantissimi centri di interesse che remano contro le politiche di difesa e sicurezza dei confini attuate dal Governo Meloni.

Se infatti alle indagini di Ravenna si aggiungono altre questioni, come il vademecum per di supporto per giudici politicizzati, al fine di trovare per ogni situazione il cavillo burocratico per consentire ai migranti irregolari di uscire dai centri per il rimpatrio, il quadro si allarga. E si spiegherebbe, così, l’ira della solita galassia no-border, scesa in piazza davanti alla Questura di Bologna per protestare contro le indagini della Procura. “Contro Cpr, razzismo e remigration. Solidali con i medici sotto accusa” era lo slogan utilizzato. Tra l’altro, l’infettivologo Nicola Rocco, centro delle indagini e unico degli indagati tra i 23 medici perquisiti, è anche coordinatore della rete “Mai più lager – No ai Cpr” e nelle scorse settimane, ospite di Gramellini su La7, si era difeso così: “Si attaccano i medici per colpire i migranti. La denuncia va a toccare l’autonomia di medici che hanno rilasciato i certificati in scienza e coscienza perché hanno ritenuto che ci fossero persone in condizioni non idonee all’ingresso nei Cpr che da sempre denunciamo come luoghi patogeni con enormi criticità per la salute”.

“Ricordiamo – ha detto il deputato di FdI e responsabile del dipartimento immigrazione di Fratelli d’Italia, Sara Kelany – che i Cpr non sono terribili prigioni, ma centri – peraltro in linea con la normativa Ue – in cui vengono trattenuti, prima di essere espulsi dal territorio nazionale, immigrati irregolari con gravi precedenti penali che rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica. Il killer della giovanissima Aurora Livoli, uccisa lo scorso gennaio a Milano, per fare un esempio, aveva evitato il Cpr proprio grazie a un certificato medico che indicava una presunta patologia delle vie urinarie. È incredibile che, in nome dell’ideologia immigrazionista di sinistra, alcuni siano pronti ad agire mettendo addirittura a repentaglio la sicurezza dei cittadini. Mi auguro – ha concluso – che la magistratura faccia piena luce su questa vicenda, che al momento appare gravissima”. 

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