Il caso di Chioggia non è solo una polemica scolastica. Rappresenta un problema più profondo in Italia riguardo alla memoria nazionale. Il 10 febbraio, durante il Giorno del Ricordo, alcuni bambini hanno cantato “Al di là dall’acqua” della Compagnia dell’Anello. Questa scelta voleva evocare il dolore degli esuli istriani, fiumani e dalmati, il trauma delle foibe e lo sradicamento di famiglie costrette ad abbandonare la propria terra. Eppure, è bastato questo per scatenare accuse e sospetti. Ciò che colpisce non è tanto la discussione sul brano, ma la reazione indignata di chi ha definito l’iniziativa inappropriata o ideologica. È legittimo discutere il contesto culturale di un’opera. È meno giustificabile trasformare ogni espressione di memoria in un processo alle intenzioni, come se ricordare una tragedia italiana significhi automaticamente schierarsi politicamente.
Il Giorno del Ricordo, istituito dallo Stato, è nato per onorare le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Per decenni, quella pagina di storia è rimasta ai margini del dibattito pubblico. Molti italiani hanno sentito che il dolore di migliaia di famiglie era considerato scomodo e imbarazzante, quasi un capitolo da trattare con cautela. Oggi, quando finalmente trova spazio nelle scuole e nelle istituzioni, c’è ancora chi sembra reagire con fastidio. Difendere la scelta di Chioggia significa sostenere il principio che la memoria non può essere selettiva. Non ci sono morti di serie A e morti di serie B. Non esistono tragedie degne di commemorazione e altre da ridurre per convenienza culturale o politica. Quando parliamo di foibe e di esodo, parliamo di italiani che hanno perso la vita, la casa e l’identità. Questo è un fatto storico, non uno slogan. Accusare chi ricorda di fare propaganda rischia di invertire il problema. Il vero rischio non è la “normalizzazione”, ma la rimozione. Non si tratta di eccesso di memoria, ma di tentativi di filtrarla attraverso categorie ideologiche che decidono quali sofferenze possano essere raccontate e quali no.
La storia non deve essere controllata da letture parziali o revisionismi che tendono a minimizzare ciò che perturba una certa narrazione. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si insegna la complessità, non dove si censura per paura delle polemiche. Cantare un brano che parla di nostalgia, di un mare attraversato e di case perdute non è indottrinamento; è un modo per avvicinare i ragazzi a una storia umana concreta. Il compito dell’educazione non è sterilizzare il passato, ma fornire strumenti per comprenderlo. Chioggia, alla fine, ha posto una domanda semplice: è possibile ricordare senza essere sospettati? È possibile onorare una parte della nostra storia nazionale senza che questo venga immediatamente interpretato come una posizione politica? Se la risposta è no, allora il problema non è una canzone, ma il rapporto irrisolto che l’Italia ha con alcune pagine del proprio Novecento. La memoria delle foibe e dell’esodo non appartiene a una parte sola. È parte della storia italiana. Difenderla non significa schierarsi, ma rifiutare che venga ulteriormente relativizzata o compressa nel silenzio. Per questo motivo, merita rispetto, fermezza e chiarezza.



























