“Meloni venga in Aula”. “Meloni riferisca”. “La presidente del Consiglio deve rispondere al Parlamento”. È diventato quasi un ritornello, tipo Figaro nel Barbiere di Siviglia: ogni volta che il Governo prende una decisione, ogni volta che Giorgia Meloni interviene pubblicamente, dalle opposizioni arriva la stessa richiesta, accompagnata spesso dall’accusa di una presunta fuga dal confronto. Poi però vengono in soccorso i numeri di Openpolis, che raccontano la partecipazione alle votazioni elettroniche della Camera: al netto delle missioni, Giuseppe Conte registra l’83,1% di assenze, mentre Elly Schlein arriva all’80,9%.
Numeri enormi, soprattutto se messi accanto alla frequenza con cui gli stessi leader dell’opposizione chiedono alla presidente del Consiglio di riferire in Aula su ogni singolo tema. Si sa, oltre facili retoriche, che il lavoro politico del parlamentare, specie dei leader di partito, non coincide soltanto con le votazioni, ma esistono le commissioni, gli incontri, gli impegni istituzionali, le attività di partito, le conferenze stampa. È un dato di fatto che la politica parlamentare sia fatta anche di molte attività che non compaiono nelle semplici statistiche di presenza. Ma percentuali così elevate di assenza, da parte di chi muove sempre critiche e morali, sono difficili da accettare.
Sorge allora una domanda semplice, quasi banale: con quale coerenza si può pretendere che Meloni riferisca in Parlamento ogni giorno, mentre i due principali leader dell’opposizione risultano assenti nella grande maggioranza delle votazioni? Il solito due pesi, due misure della sinistra: vedono il Parlamento, giustamente, come il posto in cui la maggioranza deve parlare agli italiani, ma non anche come quello in cui la minoranza dovrebbe proporre le sue battaglie. E questo, al di là delle diverse posizioni politiche, dovrebbe essere un principio valido sempre e per tutti. Insomma, se si riconosce che un leader politico può avere impegni diversi e che la sua attività non si esaurisce nella presenza fisica durante una votazione, allora questo principio dovrebbe valere per tutti.
Anche perché la questione riguarda pure la stessa presentabilità del Parlamento, che non può essere utilizzato a piacimento soltanto come arma politica. Non può essere svilito in questo modo. Non può essere il luogo in cui apparire soltanto durante le dirette televisive. Si aggiunga pure che nelle poche presenze, vengono anche commesse clamorose gaffe. Come quella in cui Conte richiamava la presenza del Governo in Aula in un momento in cui l’esecutivo non poteva essere presente perché si lavorava su questioni interne alla Camera. Quando la presidenza fu obbligata a ricordarlo a Conte, mezza Aula scoppiò a ridere, lasciando il leader Cinque Stelle impietrito.
Ma c’è un ulteriore elemento che rende il confronto ancora più curioso. Giorgia Meloni, da presidente del Consiglio, risulta sì con una percentuale di assenze del 2,2% nelle votazioni, ma soprattutto con il 97,7% di missioni istituzionali. A dimostrazione del fatto che guidare il Governo significa partecipare a Consigli europei, vertici internazionali, incontri bilaterali, missioni diplomatiche e appuntamenti istituzionali. Sono attività che fanno parte a pieno titolo delle responsabilità di una presidente del Consiglio e che, inevitabilmente, incidono sulla presenza fisica in Parlamento. Ed è proprio qui che cadono la retorica e il doppiopesismo dell’opposizione, che a quanto pare fa fatica a distinguere il ruolo del Parlamento da quello del Governo.
Dunque, prima di ripetere per l’ennesima volta “Meloni venga in Aula”, forse sarebbe opportuno guardare ai propri numeri. Prima di chiedere agli altri di dare il buon esempio, insomma, sarebbe utile cominciare da sé stessi.



























