Coronavirus, non solo emergenza sanitaria. È in ballo la sicurezza nazionale.

A prima vista si tende a considerare il COVID19 solo un problema sanitario, al limite in prospettiva economico, ma si sottovaluta costantemente un dato specifico: la pandemia rappresenta per il nostro Paese anche un problema di natura securitaria. Il tempo, poi diventa ancora più rilevante, se nella telenovela chiamata giornalisticamente “decreto Cura Italia” spuntano, nascosti tra decine di articoli, norme di dubbia utilità, almeno considerando il momento.

Infatti l’articolo 75 del decreto introduce la possibilità per la Pubblica amministrazione, in deroga a qualsiasi disposizione ad eccezione di quelle di natura penale e fatte salve le leggi antimafia, di provvedere acquisto di “beni e servizi informatici, preferibilmente basati sul modello cloud SaaS (software as a service), nonché servizi di connettività” attraverso procedure negoziate, senza fare un bando, ma semplicemente invitando almeno 4 operatori economici a presentare una offerta.

La questione si pone se si va a notare la coincidenza: in questi giorni la Cina, lo Stato che più di tutti si sta prodigando per aiutarci (complesso di colpa o secondi fini? Domanda retorica…) offre, tra le altre cose, di supportarci anche dal punto di vista tecnologico. Huawei, il colosso del digitale cinese, ha offerta – per voce del suo amministratore italiano – sostegno al contrasto della pandemia attraverso la fornitura di servizi di cloud che possano servire agli ospedali per mettere in rete i dati in merito ai malati, alle terapie, protocolli, ecc, insomma dati sensibilissimi.

La il problema è che la Huawei è una delle aziende cinesi che la nostra intelligence, per bocca del rapporto della commissione di controllo parlamentare sui servizi segreti, il Copasir, ha preferito mettere alla porta non ritenendola affidabile per lo sviluppo della infrastruttura di 5G. Il Copasir infatti, alla fine del 2019, quindi poche settimana fa, ha messo nero su bianco il fatto che il risparmio di costi (perché, si sa, la Cina ha sempre prezzi più bassi) non può essere motivo sufficiente per mettere a repentaglio la nostra sicurezza nazionale, affidandoci ad una azienda cinese che, come tutte le realtà economiche del Dragone, ha all’interno necessariamente una presenza governativa. Insomma, non si può, secondo il rapporto del Copasir, esser certi che i cinesi, nel fornirci le infrastrutture, non ci spiino anche.

E cosa fa la solita “manina” nel governo? Aggiunge una norma che vanifica questa alzata di scudi: così facendo diamo direttamente accesso a dati sensibili, quelli medici, che in quanto tali sono tra quelli che godono di maggiore protezione in termini di privacy. Invece qualcuno nel governo pensa bene di caricare questi diti direttamente sui loro server, messi gentilmente a disposizione, chiaramente previa offerta economica vantaggiosissima. Si deve vedere però per chi.

Nel governo, qualcun altro, Guerini, sembrerebbe totalmente contrario. Ma al di là delle ricostruzioni giornalistiche di questi giorni, di fatto la norma c’è. Nell’opposizione, il senatore Adolfo Urso, vicepresidente del Copasir, proprio in questi giorni ha avvisato sul rischio di aprire ulteriormente, più di quanto non abbia già fatto Di Maio, in scia a Beppe Grillo, ai cinesi. Il rischio vero è che concedere accesso ad un paese extra Nato a dati così riservati, metterebbe in cattiva luce la nostra posizione agli occhi degli alleati occidentali e della stessa America, che per prima porta avanti la crociata sulla inaffidabilità della tecnologia cinese.

È evidente che siamo in tempi di crisi, di quelle senza precedenti. Per questo è chiaro che si sperimentino strade nuove, alternative e impensabili in altre circostanze. Ma è davvero necessario pagare questa “cambiale politica” alla Cina ora, mettendoci in una situazione ancora più precaria rispetto allo scacchiere planetario? Cosa muove la fazione interna al governo che stende tappeti rossi ai cinesi? L’interesse della nazione o quello personale?

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