Crisi e caro-vita: il Governo taglia le tasse, la sinistra vuole la patrimoniale

Il Governo Meloni taglia il cuneo fiscale, allarga la platea dei beneficiari degli sgravi, propone incentivi per le assunzioni e, stando soltanto agli ultimissimi fatti, elimina il bollo, taglia le accise sui carburanti e raggiunge accordi con i colossi energetici per un tetto sul loro prezzo. E alla sinistra del “partito preso”, quella che critica ogni mossa dell’esecutivo giusto perché è di destra, non restano che due possibili scelte, alternative: riconoscere, con uno slancio di onestà – questa sconosciuta – la bontà dell’azione del governo italiano oppure rilanciare, facendo l’opposto. E così, se il Governo Meloni taglia le tasse, a sinistra – ça va sans dire – propongono ancora una volta la patrimoniale.

Dannatamente cocciuti. In un periodo storico segnato da guerre e tensioni internazionali che minano proprio il potere d’acquisto delle famiglie; in un contesto caratterizzato da un sistema produttivo formato da piccole e medie imprese, peculiarità tutta nostra che, proprio per la sua struttura, deve essere supportato dallo Stato per poter tenere il passo con le grandi aziende multinazionali; in una fase, insomma, in cui serve dare ai cittadini piuttosto che chiedere, la sinistra è così anacronistica da considerare ancora l’idea di introdurre nuove tasse. E anzi di inserirle nei programmi elettorali. Ad esempio, cascano a fagiolo le parole di Angelo Bonelli: “Il Governo Meloni continua a scegliere di non chiedere un contributo a chi ha di più [e il tetto al prezzo dei carburanti di Eni, a cui si aggiunge anche Ip e che si vuole allargare anche a Q8?, ndr] e di lasciare che il peso fiscale continui a gravare soprattutto su lavoratori e ceto medio. Per questo è necessaria una patrimoniale progressiva sopra i 5 milioni di euro che riguarda solo 50mila contribuenti su 60 milioni, per abbassare le tasse al 99%. È una scelta di giustizia fiscale e sociale”. Ma niente di giusto, a ben guardare, si scruta nel riversare l’intero sistema fiscale su chi, effettivamente, è il cuore pulsante dell’economia. È stato detto tante di quelle volte che appare ormai inutile specificarlo: perché un imprenditore dovrebbe garantire sviluppo in un Paese che lo tartassa? Perché dovrebbe produrre oltre la soglia minima della tassazione? Avrebbe una soluzione facile tra le mani: mettere in cassa integrazione i suoi dipendenti e lavorare per pochi mesi all’anno, quanto basta per raggiungere la soglia della patrimoniale e andarsene in vacanza per il resto dell’anno.

A volere la patrimoniale non è soltanto Avs. Il Pd si divide: Elly Schlein ne vuole una a livello europeo (facendo venir meno ogni principio liberista su cui si fonderebbe la Ue), ma il lato più progressista del partito invece si oppone. Lo stesso dicasi per il Movimento Cinque Stelle: Chiara Appendino continua a rilanciare l’idea della cosiddetta “millionaire tax”, mentre dai tavoli Nova del M5s è scomparsa la parola “patrimoniale”, sostituita però da una dicitura, almeno foneticamente, più conciliante. “Prelievo progressivo sulle grandi attività finanziarie” si legge nel programma, malgrado i tavoli territoriali avessero chiesto una patrimoniale dura e pura, con soglie anche abbastanza basse. Insomma, mentre il Governo prova ad alleggerire il peso fiscale, la sinistra (nemmeno unitamente) continua a cercare nuove formule per mettere le mani nelle tasche degli italiani. Cambia il nome, ma la ricetta resta la stessa: più tasse.

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