Guido Crosetto ha scelto Mykhailo Fedorov come consigliere per l’innovazione della Difesa. L’annuncio è arrivato al termine dell’incontro tra il ministro italiano e l’ex titolare della Difesa ucraina, protagonista negli ultimi anni della trasformazione digitale di Kiev e dell’integrazione delle nuove tecnologie nelle operazioni militari.
Il confronto, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa, ha riguardato droni, sistemi senza pilota, difesa aerea ed evoluzione dell’ecosistema tecnologico. Materie che non appartengono più a un futuro immaginato nei convegni: stanno già cambiando il modo di combattere, proteggere le infrastrutture e organizzare le Forze armate.
La scelta di Fedorov segnala che l’Italia ha compreso il punto decisivo. Disporre di una tecnologia avanzata non basta, se poi occorrono anni per sperimentarla, acquistarla e impiegarla. Crosetto ha indicato infatti la necessità di adeguare i processi organizzativi e trasformare rapidamente le sperimentazioni in soluzioni operative utilizzabili su vasta scala.
L’uomo della trasformazione digitale ucraina
Fedorov non arriva a Roma come un consulente accademico. Prima di guidare il ministero della Difesa ucraino, dal gennaio al luglio 2026, è stato il volto della trasformazione digitale del suo Paese. Ha seguito lo sviluppo di Diia, la piattaforma attraverso la quale milioni di cittadini ucraini accedono ai servizi pubblici, e ha contribuito alla costruzione di Brave1, il polo che mette in comunicazione istituzioni, militari, investitori e aziende impegnate nelle tecnologie per la difesa.
La guerra ha poi costretto quel sistema a muoversi con tempi sconosciuti alle amministrazioni europee. Un drone efficace oggi può essere neutralizzato tra poche settimane da una nuova contromisura elettronica. I militari segnalano un problema, gli ingegneri modificano il prodotto, le imprese avviano la produzione e il sistema aggiornato torna sul campo. Il ciclo ricomincia sulla base dei risultati ottenuti.
Nel bilancio pubblicato dal ministero della Difesa ucraino, Fedorov rivendica l’acquisto, in quattro mesi, di un numero di droni superiore a quello dell’intero anno precedente. Durante il suo mandato sono stati inoltre introdotti meccanismi più prevedibili per rifornire le unità combattenti, sviluppati programmi per i droni intercettori e avviato il centro A1 per l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla difesa.
A gennaio era stato inaugurato anche il Brave1 Dataroom, un ambiente protetto nel quale le imprese ucraine possono addestrare e verificare sistemi di intelligenza artificiale utilizzando dati raccolti sul campo. L’obiettivo iniziale è sviluppare capacità autonome per riconoscere e intercettare i droni nemici.
È questo il patrimonio che Crosetto vuole portare dentro la Difesa italiana: non soltanto singoli prodotti, ma un metodo capace di collegare ricerca, industria, utilizzatori finali e decisione politica.
Dalla strategia ai risultati operativi
La nomina non arriva nel vuoto. Nel 2026 il ministero ha presentato la nuova Strategia della Difesa in materia di intelligenza artificiale, che considera l’adozione dell’Ia una necessità politica e strategica.
Il documento indica come obiettivi l’autonomia strategica, la sovranità tecnologica e il mantenimento di competenze nazionali sui dati, sugli algoritmi, sulla capacità di calcolo e sulle reti sicure. Prevede inoltre di coinvolgere università, grandi gruppi industriali, start-up e Pmi, evitando che le nuove tecnologie restino confinate nei laboratori o dipendano interamente da fornitori stranieri.
Il programma si sviluppa su un arco di tre anni: costruzione delle condizioni necessarie nel breve periodo, realizzazione dei primi progetti operativi entro due anni e integrazione delle nuove capacità nelle strutture della Difesa entro il terzo. Sono tempi ambiziosi per un’amministrazione pubblica, ma quasi lunghi se confrontati con la velocità raggiunta dall’innovazione militare.
Fedorov può aiutare l’Italia proprio su questo passaggio. Kiev ha dovuto imparare sotto il fuoco nemico come selezionare le tecnologie utili, finanziare le aziende più promettenti, ascoltare le unità operative e abbandonare rapidamente le soluzioni che non funzionavano. L’Italia non deve replicare il modello ucraino in ogni dettaglio, ma può acquisirne la capacità di adattamento.
La sovranità tecnologica passa dall’industria
Per l’Italia la questione non riguarda solo la Difesa. Le tecnologie sviluppate in ambito militare hanno ricadute sulla sicurezza delle infrastrutture, sulle comunicazioni, sulla protezione civile, sulla logistica, sulla navigazione e sul controllo dello spazio aereo.
Il nostro Paese dispone già di grandi imprese, centri di ricerca e una rete di aziende specializzate. Il problema è spesso la distanza tra una buona idea e la sua adozione operativa. Le imprese più giovani incontrano procedure lente, difficoltà di accesso ai programmi pubblici e una domanda istituzionale non sempre capace di orientare gli investimenti.
L’esperienza ucraina dimostra invece che lo Stato può diventare il punto di collegamento tra il bisogno espresso dai militari e la capacità delle imprese di fornire una risposta. Può mettere a disposizione ambienti di sperimentazione, creare contratti iniziali, verificare i risultati e sostenere la produzione quando una tecnologia dimostra di funzionare.
Sovranità tecnologica non significa chiudersi agli alleati o inseguire un’autarchia impossibile. Significa conservare la capacità di comprendere i sistemi impiegati, controllarne le componenti essenziali e produrre sul territorio nazionale ciò che serve alla sicurezza del Paese. Senza queste competenze, anche il sistema d’arma più avanzato può trasformarsi in una dipendenza.
Una scelta politica, non un incarico ornamentale
Il valore della decisione di Crosetto si misurerà sui risultati. Serviranno procedure più rapide, programmi aperti alle imprese innovative, verifiche condotte insieme agli utilizzatori e contratti capaci di trasformare i prototipi migliori in produzioni su scala industriale.
La direzione, però, è stata indicata con chiarezza. L’Italia non vuole limitarsi ad acquistare tecnologie progettate altrove, ma intende rafforzare una propria capacità di sviluppo, adattamento e produzione. La consulenza di Fedorov può collegare questa ambizione all’esperienza di un Paese che ha dovuto innovare ogni giorno per sopravvivere.
C’è infine un significato politico più ampio. Una destra di governo non difende la Nazione soltanto custodendone la storia e l’identità. Deve anche garantirle gli strumenti necessari per restare libera in un mondo nel quale il potere dipende sempre più dalla padronanza dei dati, dell’intelligenza artificiale, dei sistemi autonomi e della capacità industriale.
Con la scelta di Fedorov, Crosetto porta questa consapevolezza dentro il governo italiano. La sicurezza nazionale non si costruisce inseguendo la tecnologia quando è ormai diventata indispensabile. Si costruisce imparando a governarla prima che siano gli altri a decidere per noi.



























