L’11 settembre 2001 il mondo vide quattro aerei di linea trasformarsi in armi e comprese brutalmente che la guerra non aveva più bisogno di essere dichiarata, che il nemico non doveva necessariamente indossare un’uniforme e che una potenza immensamente superiore sul piano militare poteva essere colpita nel proprio cuore utilizzando contro di lei gli strumenti della sua stessa società.
Quel giorno cominciò davvero il XXI secolo e, venticinque anni dopo, sappiamo che l’11 settembre anticipò una trasformazione molto più profonda del conflitto: la progressiva scomparsa della distinzione tra guerra e pace, fronte e retrovia, soldato e civile, arma e tecnologia. Allora furono utilizzati aerei civili, scuole di volo, carte di credito e una società aperta per organizzare un attacco che nessun esercito convenzionale avrebbe potuto compiere sul territorio americano; oggi lo stesso principio si è moltiplicato attraverso strumenti infinitamente più potenti.
Un attacco informatico può paralizzare un’infrastruttura senza che un solo soldato attraversi una frontiera, un drone da poche migliaia di euro può distruggere un mezzo che ne costa milioni, un satellite commerciale può fornire informazioni decisive sul campo di battaglia e una campagna di disinformazione può intervenire sulla percezione di milioni di persone. L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questa trasformazione, riducendo i tempi che separano l’acquisizione di un’informazione dalla decisione e la decisione dall’azione.
Le guerre di questi anni, dall’Ucraina al Medio Oriente, hanno mostrato quanto rapidamente questa rivoluzione sia entrata nella realtà. Droni, sistemi autonomi, guerra elettronica, satelliti, cyberattacchi e capacità di elaborare enormi quantità di informazioni sono ormai parte dello stesso campo di battaglia. Ma limitarsi alla dimensione militare significherebbe guardare soltanto la parte più visibile del problema, perché la vera novità del nostro tempo è che il campo di battaglia coincide sempre più spesso con la società stessa.
L’11 settembre produsse anche un altro effetto, destinato a cambiare profondamente il rapporto tra sicurezza, tecnologia e libertà. Il Patriot Act, approvato poche settimane dopo gli attentati, ampliò enormemente gli strumenti a disposizione dello Stato americano per prevenire il terrorismo, inaugurando una stagione nella quale la difesa da una minaccia reale finì per giustificare una capacità di sorveglianza fino ad allora impensabile.
È uno dei paradossi più profondi dell’eredità dell’11 settembre: il terrorismo islamista aveva colpito l’Occidente anche perché ne odiava la libertà, ma la risposta a quel terrorismo contribuì a costruire strumenti capaci di limitarla.
Nel 2013 Edward Snowden mostrò al mondo quanto lontano si fosse spinto quel processo. I documenti consegnati a Glenn Greenwald e ad altri giornalisti rivelarono l’estensione dei programmi di sorveglianza della National Security Agency e posero una questione che da allora non si è più chiusa: fino a quale punto una democrazia può controllare i propri cittadini per proteggerli senza compromettere proprio quella libertà che pretende di difendere?
Da allora la tecnologia ha compiuto un salto enorme e la sorveglianza non appartiene più soltanto agli apparati di intelligence. Passa attraverso smartphone, piattaforme, motori di ricerca, sistemi di pagamento e una quantità sterminata di dati che consegniamo quotidianamente, spesso volontariamente.
Il potere del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di impedirci di fare qualcosa se può sapere ciò che facciamo, prevedere ciò che faremo e, sempre più spesso, orientare le nostre scelte.
È uno dei paradossi del potere contemporaneo: la libertà raramente scompare tutta insieme, molto più spesso viene ceduta poco alla volta in cambio di sicurezza, comodità ed efficienza, fino al momento in cui scopriamo di avere costruito con il nostro stesso consenso gli strumenti capaci di limitarla.
Anche l’informazione ha seguito la stessa evoluzione. Per secoli il potere ha cercato di controllarla censurando ciò che non voleva fosse conosciuto; nell’ecosistema digitale può ottenere un risultato analogo facendo esattamente il contrario, sommergendoci di informazioni, immagini, opinioni e stimoli fino a rendere sempre più difficile distinguere ciò che conta da ciò che è irrilevante e soprattutto ciò che è vero da ciò che non lo è.
È una nuova forma di controllo che non opera necessariamente per sottrazione, ma per saturazione. Big Tech, media e piattaforme sono diventati parte di un’industria della percezione nella quale gli algoritmi stabiliscono ciò che vediamo e la gerarchia con cui lo vediamo.
L’intelligenza artificiale porta questo processo a un livello ulteriore, perché per la prima volta gli strumenti che distribuiscono la realtà possono anche produrla. Testi, immagini, voci e video possono essere generati artificialmente con una verosimiglianza crescente e, se chi controlla gli strumenti di produzione controlla anche i meccanismi attraverso i quali i contenuti vengono distribuiti, il potere non consiste più soltanto nel convincere qualcuno di qualcosa, ma nel costruire l’ambiente dentro il quale si formano le sue convinzioni.
È qui che la questione tecnologica diventa inevitabilmente geopolitica. Stati Uniti e Cina hanno compreso da tempo che la competizione per la leadership mondiale passa dal controllo delle tecnologie decisive, dei semiconduttori, dei dati, delle infrastrutture digitali, del cloud, dell’intelligenza artificiale e delle reti attraverso le quali circolano informazioni e potere. L’Europa, invece, ha impiegato troppo tempo a comprendere che dipendere tecnologicamente dagli altri significa consegnare agli altri una parte della propria sovranità.
È lo stesso errore commesso con la globalizzazione. Abbiamo confuso lo scambio con la dipendenza, trasferendo produzioni, competenze e intere filiere strategiche verso Paesi che non condividevano necessariamente i nostri interessi e i nostri valori, fino a scoprire quanto fosse pericoloso dipendere da loro proprio quando quelle filiere diventavano indispensabili. Già durante la pandemia apparve evidente quanto l’Occidente avesse perso margini di manovra nei confronti della Cina e quanto quella dipendenza fosse diventata una questione geopolitica prima ancora che economica.
Oggi rischiamo di ripetere lo stesso errore con la tecnologia che definirà i prossimi decenni. Sovranità tecnologica non significa autarchia né chiudersi al mondo, ma possedere una capacità sufficiente per non essere ricattabili: chip, capacità di calcolo, cloud, reti, dati, energia e intelligenza artificiale sono infrastrutture strategiche come lo erano acciaio, petrolio e industria pesante nel Novecento.
La questione, ancora una volta, riguarda il potere. Chi controlla le infrastrutture attraverso le quali una società comunica, produce, si informa e prende decisioni possiede una leva formidabile sulla società stessa; chi controlla i dati conosce comportamenti e preferenze, chi controlla gli algoritmi può orientare l’attenzione, chi controlla la capacità di calcolo possiede una parte crescente della potenza economica, scientifica e militare.
Venticinque anni fa diciannove terroristi riuscirono a sfruttare le vulnerabilità di una società aperta per trasformare gli strumenti della modernità occidentale contro l’Occidente stesso. Oggi quelle vulnerabilità si sono moltiplicate e sono entrate nelle nostre tasche, nelle nostre case, nelle aziende, nelle istituzioni, nei sistemi militari e perfino nei processi attraverso i quali costruiamo la nostra percezione della realtà.
Esiste però una differenza decisiva. Gli aerei dell’11 settembre erano strumenti nelle mani degli uomini che li pilotavano; gli algoritmi che stiamo costruendo intervengono sempre più profondamente nei processi attraverso i quali scegliamo, decidiamo e comprendiamo il mondo. Il rischio non è soltanto che qualcuno utilizzi l’intelligenza artificiale contro di noi, ma che noi stessi le consegniamo progressivamente capacità che smettiamo di esercitare.
Il nocciolo della questione, allora, non è fermare l’intelligenza artificiale né demonizzare la tecnologia, ma stabilire chi governerà chi. Una tecnologia al servizio dell’uomo può moltiplicarne capacità, conoscenza e libertà; una società che le delega progressivamente pensiero, scelta e responsabilità rischia invece di perdere proprio ciò che pretende di potenziare.
Le nuove guerre del XXI secolo non si vinceranno quindi soltanto possedendo le armi migliori. Si combatteranno per il controllo delle infrastrutture, delle informazioni, dei dati e della tecnologia, ma soprattutto per conservare la capacità degli uomini e delle Nazioni di decidere autonomamente.
Il filo che unisce le Torri Gemelle all’intelligenza artificiale passa esattamente da qui. L’11 settembre ci costrinse a capire che il nemico poteva utilizzare la nostra forza contro di noi; venticinque anni dopo dobbiamo comprendere che la sfida decisiva sarà impedire che gli strumenti più potenti che abbiamo mai costruito finiscano per decidere al nostro posto chi siamo, che cosa pensiamo e quale futuro vogliamo.
Perché la tecnologia può cambiare le guerre, il potere e perfino la realtà che percepiamo, ma c’è una sovranità senza la quale tutte le altre diventano inutili: quella dell’uomo sulle proprie scelte.



























