Nuova puntata in commissione Covid con l’avvocato Luca Di Donna come protagonista assoluto. Pietro Peligra e Simone Prete, rappresentanti della società Portobello Spa, hanno dichiarato sotto giuramento di essersi avvalsi dei servigi del noto legale che gli era stato presentato come collega dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
“Lavori riuniti e Luca Di Donna ci sono stati presentati nel 2020 come professionisti in grado di poterci mettere in contatto con delle banche che potevano finanziarci”, dichiara Peligra che, nel corso dell’audizione, ha testimoniato sotto giuramento. E, poi, ha aggiunto: “Nello specifico, il mandato era su Cassa depositi e prestiti per la valutazione di un finanziamento alla società Portobello spa”. E ancora: “Eravamo quotati e avevamo le carte in regola per ottenere quel finanziamento, ma avere un contatto diretto ti fa risparmiare tempo e fatica. Qualcuno che riesce ad accelerare il processo è sicuramente un grosso vantaggio. Quindi, l’inquadramento del rapporto con Di Donna era questo: una sorta di accelerazione nella valutazione del nostro dossier”. Lo schema è sempre lo stesso e le versioni degli imprenditori contattati da Di Donna coincidono ogni volta. A cambiare sono le cifre dei suoi compensi che, comunque, rimangono sempre sostanzialmente elevate. L’avvocato, infatti, riuscì a far ottenere alla Portobello spa un finanziamento di 3,5 milioni di euro da parte di Cassa Depositi e Prestiti, dietro ovviamente un lauto compenso. Di Donna e Lavori riuniti srl, pertanto, incassarono 125 mila euro oltre Iva, ossia il 3,5% sul totale del finanziamento erogato. “Il giro d’affari attorno alla gestione della pandemia si ingrossa: più la commissione d’inchiesta COVID scava, più escono fuori le intermediazioni dell’avvocato Luca Di Donna a suon di migliaia di euro di consulenze”, attacca il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, componente della commissione COVID e responsabile del programma di FdI.
“Forse tre indizi non fanno una prova, ma di certo alimentano molti dubbi”, dice il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Ciancitto, vicepresidente della commissione Covid, che poi si rivolge direttamente al leader del M5S. “Di fronte a tali rivelazioni e a tali cifre è legittimo chiedersi perché l’ex premier Conte, che sembra essere sempre in procinto di sporgere querela ogni volta che il suo nome viene accostato alla pandemia, non ha ancora querelato l’avvocato Di Donna. Perché Conte ‘grazia’ proprio quel collega che, durante la pandemia, vestiva i panni del procacciatore d’affari sfruttando – immaginiamo all’insaputa del leader M5S – il suo nome?”, si chiede Ciancitto. Da parte dei Cinquestelle arriva la solita difesa d’ufficio con il deputato Alfonso Colucci, capogruppo del M5S in commissione, che dice: “Anche oggi Fratelli d’Italia usa la Commissione d’inchiesta sul COVID per gettare nuovo fango addosso a Giuseppe Conte.
Lo fa, peraltro, con il solito disprezzo per le regole, ascoltando due soggetti già interrogati a luglio dai consulenti della Commissione in un commissariato di pubblica sicurezza, ampiamente al di fuori dei confini regolamentari”. E poi assicura: “Conte tornerà in Commissione Covid come previsto e risponderà a tutte le domande che vorranno fargli, perché non ha niente da nascondere o da temere. Sempre che queste domande arrivino e che Fratelli d’Italia non preferisca – come fatto ad agosto – optare per comizi a favore di telecamera”. Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, però, non ha dubbi sul fatto che quanto emerso oggi conferma che “l’avvocato Di Donna ricevesse soldi a percentuale spendendo, direttamente o indirettamente, il nome di Giuseppe Conte”. Buonguerrieri, quindi, si chiede: “Come è possibile che uno studio privato, per di più lo studio ove ha lavorato lo stesso Conte, svolgesse un ruolo di intermediazione con un’istituzione finanziaria controllata dallo Stato?”. La deputata di FdI incalza: “Perché proprio un legale privato, l’avvocato Di Donna, collega dell’allora premier Giuseppe Conte, si occupava di introdurre imprese presso Cassa Depositi e Prestiti, soggetto pubblico, vestendo i panni del procacciatore di affari più che dell’avvocato?”. Buonguerrieri, infine, conclude: “Perché Conte minaccia di querela tutti coloro che riferiscono questi gravi fatti che lo vedono coinvolto, con testimonianze tra l’altro coerenti e coincidenti, e non ha ancora querelato chi ha utilizzato il suo nome per fare affari? Sono domande a cui ci aspettiamo risposte”.



























