Fauda e il 7 ottobre che il mainstream occidentale vuole rimuovere

C’è un motivo per cui Fauda continua a essere una delle poche serie contemporanee che vale la pena guardare fino in fondo. Non dipende soltanto dal ritmo serrato, quasi fisico, né dalla qualità degli interpreti, alcuni dei quali, a partire da Lior Raz, hanno realmente attraversato quel genere di situazioni. Il punto è che non si limitano a recitare un conflitto: lo portano addosso.

La quinta stagione è attraversata dai fatti del 7 ottobre e proprio questo rappresenta oggi il suo merito maggiore, perché il massacro compiuto da Hamas è stato progressivamente rimosso da una parte consistente delle analisi «rispettabili» su quanto accade in Medio Oriente. Si parla del «ciclo della violenza», del contesto e delle cause profonde, mentre scivolano sullo sfondo i civili israeliani massacrati, le famiglie sterminate nei kibbutz, le donne violentate, i bambini rapiti e la volontà dichiarata di Hamas di cancellare Israele. Fauda non rimuove tutto questo, ma lo rimette al centro senza addolcirne la ferocia.

È una rivisitazione cinematografica, naturalmente, ma ha il coraggio di mostrare la crudeltà di un conflitto che dura da decenni e vede il popolo israeliano sottoposto a continui attacchi terroristici. Allo stesso tempo racconta anche le popolazioni arabe che di quel terrorismo sono vittime: ostaggi degli integralisti di Hamas, Hezbollah e delle altre organizzazioni che costruiscono il proprio potere sull’odio, sul martirio e sul controllo delle persone, sacrificandone la vita alle proprie ambizioni.

Il problema è che noi viviamo dentro un sistema mediatico profondamente squilibrato, la cui impostazione emerge con particolare evidenza dalla contiguità culturale tra una parte della sinistra occidentale e alcune delle parole d’ordine utilizzate da Hamas. Abbiamo visto troppe bandiere palestinesi sventolate senza una parola sugli ostaggi, troppa indulgenza verso chi definisce «resistenza» il terrorismo e una fretta persino indecente di relativizzare il 7 ottobre, quasi fosse stato un incidente di percorso anziché l’esecuzione di un progetto pianificato nei dettagli. Difendere i civili palestinesi è sacrosanto, ma usarne la sofferenza per assolvere Hamas significa fare il gioco di chi li tiene in ostaggio.

Viene allora da formulare una considerazione scomoda: l’Occidente è diventato talmente autolesionista che, se l’11 settembre accadesse oggi, una parte della sinistra e del suo apparato mediatico sarebbe già impegnata a spiegarci le ragioni di Osama Bin Laden. Qualcuno lo giustificherebbe, qualcun altro invocherebbe le immancabili «cause profonde» e molti finirebbero per mettere sullo stesso piano i terroristi e le loro vittime, secondo il meccanismo al quale abbiamo assistito dopo il 7 ottobre. Come se comprendere le circostanze di un massacro comportasse necessariamente concedere un’attenuante a chi lo ha organizzato.

Per questo guardare Fauda non significa concedersi un semplice intrattenimento. È infotainment nel senso migliore del termine e può diventare persino uno strumento educativo, anche quando alcune puntate risultano pesantissime, perché aiuta ad aprire gli occhi a chi vive immerso in un’informazione che troppo spesso sostituisce l’oggettività con l’appartenenza ideologica. Una visione progressista e globalista nella quale l’Occidente finisce regolarmente sul banco degli imputati, mentre ai suoi nemici viene riconosciuto il diritto a una spiegazione, a una giustificazione e, quando serve, persino a una riabilitazione.

Fauda non racconta la verità nella sua interezza, perché nessuna serie può farlo, ma possiede il grande merito di riportare lo spettatore dentro una realtà che molti telegiornali europei preferiscono filtrare, edulcorare o capovolgere. Mostra il costo umano della lotta al terrorismo, il trauma, il lutto, la vendetta e la lealtà tra uomini spezzati, senza risparmiare le contraddizioni e gli errori dei suoi protagonisti. Soprattutto, ricorda una verità elementare che in Occidente si tenta continuamente di confondere: Hamas non è un movimento sociale, né una forza di liberazione, ma un’organizzazione terroristica.

Guardate dunque Fauda, non per poter dire di trovarvi dalla parte giusta nel prossimo talk show, ma per vedere almeno una volta ciò che una parte del mainstream occidentale ha deciso di non mostrarvi. È piuttosto significativo che, per ritrovare una realtà rimossa dall’informazione, si debba ricorrere a una fiction.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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