FdI presenta la legge contro l’apologia mafiosa: “Basta eroi criminali sui social”

Dalla denuncia all’ONU di Chiara Colosimo alla proposta di legge di Varchi e Russo: la destra di governo dichiara guerra alla “mafiosfera”

Da New York a Roma, la stessa battaglia: difendere la legalità e i giovani italiani dalla fascinazione della mafia. Solo pochi giorni fa, al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo aveva lanciato l’allarme:

«La mafiosfera — il modo in cui le organizzazioni criminali operano e comunicano online — è ormai così intrinseca alla società, soprattutto tra i più giovani, da rischiare di diventare un passo indietro nella lotta alla criminalità organizzata. È un problema di valori: il criminale diventa un eroe, il denaro facile è glamour, il lavoro quasi un disvalore» (Fonte: www.chiaracolosimo.it).

Colosimo aveva presentato all’ONU, insieme al procuratore Nicola Gratteri, il risultato di un monitoraggio inquietante: 36 dirette video di detenuti al 41-bis su TikTok, e decine di profili riconducibili a boss o ai loro familiari che raccolgono migliaia di “like”.
«Ogni like è un messaggio di consenso, ogni visualizzazione è ossigeno per le mafie. Serve una contro-narrazione digitale, perché i giovani vogliono capire, non solo imitare».

È da questa denuncia — lanciata nel cuore dell’ONU durante l’evento “Organized crime in the social media age” — che nasce la proposta di legge firmata da Carolina Varchi e Raul Russo per introdurre nel codice penale il reato di apologia della criminalità organizzata o mafiosa. La norma prevede reclusione da sei mesi a tre anni e multa da 1.000 a 10.000 euro, con aggravanti se l’apologia avviene tramite stampa, strumenti informatici o social network.

«Non possiamo più tollerare — spiegano Varchi e Russo — che la mafia venga rappresentata come un modello positivo. I social e certi prodotti audiovisivi stanno normalizzando il male, con il rischio di emulazione tra i giovanissimi. Questa proposta è una risposta culturale prima ancora che penale».

Il testo, inserito immediatamente dopo l’articolo 416-bis del Codice penale, collega il reato associativo di stampo mafioso alla sua propaganda immateriale, per permettere alle forze investigative di intervenire anche contro chi alimenta il mito criminale attraverso i social. Una scelta sistematica che intende aggiornare la lotta alla mafia all’era digitale, dove il consenso non si costruisce più solo nei vicoli, ma tra hashtag e visualizzazioni.

«Non siamo fautori dei reati di opinione — aggiungono i parlamentari di FdI — ma non si può più rinviare un’iniziativa legislativa di questo tipo. Le nuove generazioni, che non hanno vissuto la stagione delle stragi, devono sapere che la mafia non può mai, in nessun caso, essere un simbolo positivo».

La proposta segna un passaggio di fase: la destra di governo non solo prosegue la linea della fermezza giudiziaria, ma propone una battaglia culturale contro l’estetica del crimine, nata online e ormai penetrata nella cultura popolare.

Dal Palazzo di Vetro all’Aula di Montecitorio, la stessa visione: la legalità non è un concetto astratto, è una difesa del popolo contro chi lo tradisce.

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