Fenix, i dieci punti principali del discorso di Giorgia Meloni

Sinistra e relativa grancassa mediatica avevano già scritto il loro copione, convinte di riuscire a indurre Giorgia Meloni a rispondere alle loro surreali accuse. Lei, invece, è salita sul palco di Fenix e ha parlato di scuola, integrazione, università e giovani, lasciando agli avversari il compito di inseguirla. Con la consueta abilità, il presidente del Consiglio trasforma la comunicazione in iniziativa politica: sceglie i temi, indica la direzione e costringe gli altri a confrontarsi con ciò che ha detto, anziché con ciò che avrebbero voluto farle dire.

Quelli che seguono sono, a mio avviso, i dieci passaggi attraverso i quali Giorgia ha imposto temi, lessico e priorità del confronto, sottraendosi alla cornice preparata dai suoi avversari e lasciando alla sinistra l’ingrato compito di fare ciò che non le riesce nemmeno per sbaglio: uscire dalla denuncia, rispondere nel merito ed elaborare una proposta politica.

1. Appartenere, non apparire. «In un tempo nel quale tutti vi dicono che dovete fondamentalmente apparire, voi avete scelto di appartenere». Giorgia ha dato un nome a ciò che tiene insieme i ragazzi di Gioventù Nazionale: un pubblico si può raccogliere in un pomeriggio, mentre una comunità richiede anni di presenza, lavoro e fedeltà a una storia comune.

2. Lasciare un segno. La politica è «la pretesa ostinata, forse perfino irragionevole, che il nostro passaggio non sia inutile». Chi è cresciuto in un movimento giovanile sa che cosa significa lavorare senza avere la certezza di vedere un risultato e accettare che, forse, saranno altri a raccoglierlo. Senza questa disposizione, resta soltanto la ricerca di un posto.

3. Restituire alla scuola il coraggio di valutare. Dire a uno studente che ha sbagliato significa dargli la possibilità di migliorare, mentre fingere che ogni risultato sia uguale agli altri danneggia soprattutto chi non può permettersi di cercare altrove ciò che non trova in classe. Anche il voto di condotta risponde alla stessa idea di scuola: l’impegno conta e il rispetto degli insegnanti e dei compagni non è un dettaglio.

4. Dare dignità a tutti i percorsi di studio. Gli istituti tecnici e professionali non sono una scelta di ripiego, e continuare a considerarli tali significa impoverire gli studenti e la Nazione. Le riforme andranno giudicate dalle competenze che sapranno formare; intanto, riconoscere pari dignità a percorsi diversi è già una scelta culturale.

5. Creare le condizioni per l’integrazione. Se in una classe molti bambini non conoscono l’italiano, la difficoltà riguarda loro, gli insegnanti e gli altri alunni. Meloni ha annunciato un limite al numero di studenti stranieri per classe: sarà il testo del provvedimento a chiarirne l’applicazione, ma il problema che intende affrontare è concreto e non scompare chiamando «integrazione» una situazione nella quale imparare insieme diventa più difficile.

6. Chiedere alle famiglie di fare la propria parte. La scuola fatica ad aiutare un bambino a inserirsi se non riesce a comunicare con i suoi genitori, e per questo Giorgia ha annunciato l’obbligo di imparare l’italiano per le famiglie degli alunni con gravi difficoltà di inserimento. Ha inoltre proposto il divieto di burqa e niqab a scuola, richiamando la libertà delle ragazze di frequentarla a viso scoperto.

7. Portare il confronto sull’università ai fatti. Finanziamenti agli atenei, borse di studio, studentati e accesso a Medicina sono i temi sui quali Meloni ha rivendicato le scelte del Governo. A Elly Schlein, che continua a parlare di tagli, ha offerto di passare «sottobanco» qualche argomento vero: la battuta è efficace perché pone una domanda alla quale l’opposizione dovrebbe rispondere con dati altrettanto precisi.

8. Offrire la fatica. «Posso offrirvi un’altra cosa, la più impopolare che esista in questo tempo: la fatica». Davanti a migliaia di ragazzi sarebbe stato più facile promettere scorciatoie; Giorgia ha detto che le opportunità sono necessarie, ma che studio, costanza e responsabilità personale restano indispensabili per coglierle.

9. Chiamare in causa le piattaforme. Sul rapporto tra social e minori, Meloni ha indicato la responsabilità di chi progetta strumenti capaci di trattenere l’attenzione dei ragazzi per ore. È una scelta politica precisa: intervenire sui meccanismi che alimentano la dipendenza, chiedendo conto a chi li conosce e ha il potere di modificarli.

10. Difendere la verità dagli algoritmi. «Non date automaticamente per buono nulla di quello che vedrete nei prossimi mesi». Nell’avvicinarsi della campagna elettorale, l’avvertimento riguarda immagini, accuse e contenuti costruiti per circolare prima ancora che qualcuno abbia il tempo di verificarli. E riguarda anche noi, perché la verità non diventa meno importante quando una falsità colpisce un avversario.

Nel finale Giorgia ha ricordato il costo del Superbonus lasciato anche alle nuove generazioni, ha ironizzato su chi contesta l’abolizione del bollo per milioni di veicoli e ha invitato Schlein a trovare almeno un argomento fondato sull’università. La sinistra si concentra sulle battute e sembra non accorgersi della vacuità delle proprie risposte: mentre ripete accuse trite e ritrite, Meloni annuncia provvedimenti e la obbliga, suo malgrado, a discutere di scuola, integrazione e merito.

Al netto del rapporto indissolubile con la comunità giovanile dalla quale proviene, il dato politico di Fenix è che dopo anni a Palazzo Chigi Giorgia Meloni continua a parlare la lingua di chi l’ha vista crescere, ma soprattutto a trasformare quella storia in una linea di governo coerente, concreta e anche riconoscibile rispetto alle copie contraffatte che circolano da qualche tempo. In buona sostanza, primeggia rimanendo sé stessa. Un vantaggio enorme, grazie al quale i suoi competitor, consapevolmente o meno, rimbrottano senza rendersi conto di essere rinchiusi a discutere nella cornice costruita da Giorgia sul palco di Fenix.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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