Governare l’IA per difendere l’umano: l’Occidente non può rinunciare al futuro

Lo schema è sempre lo stesso: i media mainstream cominciano a battere su un argomento, l’allarme viene ripetuto fino a occupare il dibattito pubblico e la paura finisce per presentare la rinuncia allo sviluppo come l’unica scelta responsabile. È accaduto con il cambiamento climatico e sta accadendo con l’intelligenza artificiale, con un aggiornamento del repertorio apocalittico: ieri incombeva la fine del pianeta, oggi si prospetta addirittura l’autodistruzione dell’umanità, come se tra qualche anno dovessimo ritrovarci la Terra invasa da Terminator incaricati di sterminarci.

Nel frattempo, mentre noi discutiamo di come fermare il futuro, qualcun altro continua a costruirlo, e se l’Occidente decidesse davvero di arrestare lo sviluppo dell’IA, a Pechino avrebbero un ottimo motivo per festeggiare.

L’umanesimo tecnologico richiamato oggi da Giorgia Meloni nel suo intervento sulla Stampa indica la strada: difendere l’umano attraverso regole, responsabilità e controllo effettivo. È dentro questa prospettiva che dobbiamo conservare la capacità di sviluppare l’intelligenza artificiale, impedendo che il catastrofismo trasformi la necessità di governarla nella rinuncia a farlo, perché per dare alla tecnologia un indirizzo coerente con i nostri principi dobbiamo possedere gli strumenti con cui realizzarlo.

La stagione degli allarmi climatici dovrebbe averci insegnato almeno a distinguere i problemi reali dalle profezie confezionate per conquistare titoli e orientare comportamenti. Nel 2009 Al Gore rilanciò la possibilità che il ghiaccio estivo dell’Artico scomparisse entro cinque o sette anni, ma quella scadenza è passata senza che lo scenario si realizzasse; con Greta Thunberg, invece, la mobilitazione è diventata un’emergenza permanente, nella quale il tempo disponibile sembra sempre sul punto di esaurirsi. Il cambiamento climatico esiste, ma questo non rende infallibili i suoi interpreti mediatici, né autorizza a trasformare ogni previsione nella premessa indiscutibile di una scelta politica.

Con l’intelligenza artificiale ritroviamo lo stesso meccanismo, perché agli scenari peggiori viene attribuita una forza persuasiva che finisce per oscurare la domanda decisiva: quali conseguenze avrebbe la nostra rinuncia, mentre i nostri concorrenti continuano a sviluppare gli strumenti dai quali dipenderanno gli equilibri del secolo?

Il confronto coinvolge anche chi quegli strumenti li costruisce. Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato di Anthropic, l’azienda americana che sviluppa Claude, ha proposto di rallentare l’avanzamento dei sistemi più potenti per consentire verifiche di sicurezza e valutazioni indipendenti, precisando che ciò non significa interrompere l’addestramento o il progresso tecnico. La sua posizione va quindi distinta da quella di chi propone un arresto, ma resta necessario capire come un rallentamento occidentale possa essere efficace senza garanzie credibili sul comportamento delle potenze concorrenti.

Sul piano politico, invece, Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, esponente della sinistra americana e già candidato alle primarie presidenziali democratiche, ha promosso al Congresso una moratoria federale sui nuovi data center per l’IA, sostenuta alla Camera da Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di New York e figura di riferimento dell’ala radicale del partito, il cui nome circola per una possibile candidatura presidenziale nel 2028. Sanders ha inoltre annunciato insieme al deputato democratico Greg Casar il Ban Artificial Superintelligence Act, che prevede il divieto di sviluppare e utilizzare sistemi di superintelligenza e una sospensione dello sviluppo avanzato fino all’operatività di una nuova autorità federale, incaricata di stabilire regole e procedure di verifica.

La proposta contempla anche accordi internazionali, coordinamento con gli alleati e controlli sulle esportazioni per impedire lo sviluppo della superintelligenza nel mondo, ma proprio qui si pone la questione decisiva: come si garantirà che Pechino rispetti quei vincoli, chi controllerà i suoi laboratori e quali strumenti impediranno che prosegua mentre noi ci fermiamo? Senza risposte concrete, una moratoria occidentale rischia di diventare un vantaggio strategico offerto ai nostri avversari.

Donald Trump ha richiamato questo problema ieri a Doonbeg, in Irlanda, difendendo la necessità di conservare il vantaggio americano sull’intelligenza artificiale rispetto alla Cina e ammettendo la possibilità di introdurre misure di sicurezza, perché Pechino continuerà a perseguire i propri interessi e non subordinerà la propria strategia di potenza alle paure occidentali.

Anche Elon Musk ha ricordato un limite concreto delle ipotesi di interdizione, scrivendo su X «Nothing can shut down open source», cioè «Nulla può fermare l’open source». Una volta distribuiti, codice e pesi dei modelli possono essere copiati e utilizzati altrove, per cui una restrizione nazionale può colpire i ricercatori che la rispettano senza cancellare ciò che è già disponibile nel mondo. Questo non rende innocuo qualsiasi rilascio, ma dovrebbe scoraggiare l’illusione di poter mettere al sicuro l’umanità semplicemente chiudendo i nostri laboratori.

Dopo aver trasferito alla Cina una parte enorme della manifattura occidentale, con le conseguenze che oggi misuriamo in termini di dipendenza e perdita di capacità produttiva, non possiamo regalarle anche l’intelligenza artificiale, perché sarebbe un suicidio industriale, geoeconomico e strategico. Quando le nostre imprese e le nostre istituzioni avranno bisogno di quegli strumenti, dovranno comunque procurarseli, e se avremo rinunciato a svilupparli finiremo per acquistarli da chi avrà occupato lo spazio lasciato libero.

Un suicidio per le nostre economie, dunque, dal quale alcune multinazionali potrebbero invece trarre un vantaggio diretto, replicando il modello di chi produce in Cina e vende sui nostri mercati: i margini restano privati, mentre la perdita di competenze, lavoro e autonomia ricade sulle Nazioni. Gli interessi di un gruppo capace di spostare produzioni e investimenti ovunque gli convenga non coincidono necessariamente con quelli di una comunità che deve continuare a vivere, lavorare e prosperare nel proprio territorio.

Il precedente del Green Deal dovrebbe averci insegnato qualcosa. Quando si pretende di cambiare un sistema produttivo senza preoccuparsi abbastanza di chi controlla le tecnologie e le materie prime necessarie alla trasformazione, si rischia di favorire proprio il concorrente dal quale ci si dovrebbe rendere autonomi. Ripetere questo errore sull’intelligenza artificiale avrebbe conseguenze ancora più profonde, perché stavolta sono in gioco anche gli strumenti attraverso cui verranno organizzati il lavoro, la conoscenza, la difesa e l’informazione.

Chi sviluppa un sistema decide con quali dati addestrarlo, quali obiettivi assegnargli e quali criteri adottare nelle risposte, mentre chi controlla le infrastrutture stabilisce le condizioni di accesso e di utilizzo. Quando una Nazione non può più funzionare senza quelle tecnologie, il rapporto con il fornitore diventa una questione di sovranità, e nessuna dichiarazione di principio può compensare l’assenza di alternative.

È per questo che gli algoritmi vanno governati, conservando la capacità di costruirli, comprenderli e modificarli, perché un’Europa che produce regole ma dipende dagli altri per la tecnologia rischia di esercitare un’autorità sempre più formale e un potere sempre meno reale.

La richiesta di Meloni di standard globali vincolanti affronta la questione nella sua dimensione effettiva, perché una tecnologia che attraversa i confini richiede impegni che attraversino gli stessi confini, insieme alla possibilità di verificarne il rispetto. La tutela della verità, del lavoro e dell’identità deve tradursi in scelte concrete, affinché siano le persone e le istituzioni a decidere quali compiti affidare alle macchine, quali utilizzi impedire e chi debba rispondere delle conseguenze, senza lasciare che siano i soli interessi del mercato a stabilire ciò che conta come vero o quale valore attribuire all’essere umano.

Se saremo noi occidentali a conservare la capacità di sviluppare e governare l’intelligenza artificiale, potremo darle un indirizzo coerente con i principi enunciati da Giorgia Meloni, o almeno batterci nelle nostre democrazie perché ciò avvenga, chiedendo conto delle scelte alle istituzioni e alle aziende. Non sarà un risultato automatico, ma avremo gli strumenti per perseguirlo, mentre consegnando questa capacità a Pechino perderemmo anche quella possibilità: un regime che subordina la libertà della persona al controllo del potere non farà dell’umanesimo tecnologico la propria bussola.

Conservare la nostra sovranità sull’IA significa dunque mantenere aperta la possibilità di difendere quei principi, perché se dipenderemo interamente da chi non li condivide avremo sempre meno forza per farli rispettare.

Questa impostazione richiede investimenti nella ricerca, nell’energia e nelle infrastrutture, mentre la formazione deve cominciare già nella scuola, dalle elementari e dalle medie, costruendo le basi del pensiero critico, della competenza digitale e della capacità di distinguere una risposta plausibile da una verificata, per arrivare progressivamente a preparare persone capaci di lavorare con l’intelligenza artificiale.

Il passaggio è ineludibile e affrontarlo significa dare ai lavoratori strumenti per esercitare il proprio mestiere dentro la trasformazione, facendo dell’IA un’espansione delle capacità umane e conservando il giudizio, la competenza e la responsabilità che danno valore al lavoro.

La formazione è necessaria, ma da sola non può correggere ogni squilibrio, come osserva Meloni quando richiama la concentrazione del valore nelle mani di pochi soggetti e le conseguenze che la sostituzione del lavoro potrebbe avere sulla tenuta degli Stati. Anche qui emerge la necessità di una politica capace di governare il cambiamento, impedendo che i benefici restino nelle disponibilità dei grandi operatori mentre i costi vengono scaricati sulle comunità nazionali, sui lavoratori e sulle famiglie.

Dopo aver ceduto tanta parte della nostra capacità produttiva, possiamo ancora scegliere di conservare quella di pensare, innovare e decidere, ma dobbiamo impedire che la paura ci induca a rinunciare a esercitarla. Gli algoritmi vanno governati, perché se arretriamo noi avanzerà qualcun altro, e a Pechino sapranno benissimo che cosa farsene delle nostre buone intenzioni.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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