L’economia è tornata ad essere uno dei principali terreni della competizione internazionale. Sanzioni, dazi, controllo delle tecnologie, politiche industriali e accesso ai mercati non sono più soltanto questioni economiche: sono strumenti attraverso i quali gli Stati cercano di difendere i propri interessi e accrescere il proprio peso geopolitico.
La competizione tra Stati Uniti e Cina, le difficoltà dell’Europa, la corsa all’intelligenza artificiale e alle tecnologie emergenti mostrano quanto sia diventato sottile il confine tra economia e sicurezza nazionale. Ma le sanzioni funzionano davvero? È ancora possibile isolare economicamente uno Stato? E il libero mercato è sufficiente quando in gioco ci sono industrie strategiche e autonomia nazionale?
Ne abbiamo parlato con Germano Dottori, consigliere scientifico di Limes, per comprendere come la geoeconomia stia modificando i rapporti di forza tra le grandi potenze e quale posizione occupi l’Europa nella nuova competizione globale.
Germano Dottori è consigliere scientifico di Limes. Studioso di geopolitica, sicurezza e relazioni internazionali, è autore di numerosi saggi e volumi dedicati alla strategia e agli equilibri internazionali.
Dottori, oggi l’economia sembra essere diventata uno dei principali terreni di confronto tra le grandi potenze trasformata da strumento di prosperità ad arma geopolitica?
Lo è sempre stata e sotto molteplici aspetti, perché è un elemento costitutivo della potenza nazionale. Quindi, in un clima di più accesa competizione tra i maggiori paesi del mondo, ci sta che anche l’economia venga investita da quanto accade e ne risenta.
Sanzioni, embarghi e restrizioni commerciali vengono utilizzati sempre più spesso per condizionare altri Stati. Quanto sono realmente efficaci nel modificare le scelte politiche di un governo e quando, invece, rischiano di fallire?
Dipende dagli obiettivi che vengono perseguiti. Un risultato viene sempre prodotto, ma non è detto che sia quello auspicato da chi vi fa ricorso. L’embargo strategico cui fu sottoposta l’Unione Sovietica ebbe un ruolo importante nel provocarne il graduale arretramento tecnologico e nell’accelerarne la disgregazione finale. Ma quando le sanzioni furono impiegate per far ritirare Mosca dall’Afghanistan, l’effetto fu quello di compromettere la rielezione del presidente Carter. In generale, per funzionare, le sanzioni richiedono tempo ed un’adesione elevata da parte di ogni stakeholder chiamato a far dei sacrifici.
Gli Stati sottoposti a sanzioni cercano di aggirarle attraverso triangolazioni commerciali, Paesi intermediari e circuiti finanziari alternativi. L’isolamento economico è ancora possibile?
È molto difficile, se non impossibile. Ma un danno importante viene comunque inferto. Approvvigionarsi costa di più, il bersaglio paga un prezzo.
Le cosiddette “sanzioni secondarie” colpiscono anche imprese e Paesi terzi che continuano a commerciare con uno Stato sanzionato. Questo strumento rafforza le sanzioni o rischia, invece, di creare nuove fratture tra alleati e partner commerciali?
Era un dato ritenuto assiomatico che le sanzioni americane venissero fatte valere in questo modo ben oltre i confini della giurisdizione statunitense. Nei fatti non è cambiato molto, salva la circostanza che se ne parli più apertamente. Quanto agli effetti sulla coesione delle alleanze, siamo entrati in un’epoca in cui alle esportazioni dei paesi amici degli Stati Uniti si applicano dei dazi che servono a proteggere il mercato interno americano per favorire la reindustrializzazione del paese.
La geoeconomia non utilizza soltanto il “bastone” delle sanzioni, ma anche la “carota” degli incentivi, dell’accesso ai mercati e degli accordi preferenziali. Quanto può essere potente la dipendenza da un grande mercato nel condizionare le scelte strategiche di uno Stato?
Occorre operare una distinzione. La geoeconomia si riferisce all’utilizzo di strumenti distorsivi della normale logica concorrenziale per alterare la divisione internazionale del lavoro, ovvero spostare interi comparti industriali da un paese che li ha ad un altro che non li possiede, perché li ha perduti o comunque li vuole. Altro è l’uso geopolitico delle armi economiche, all’interno del quale queste vengono impiegate come strumenti di pressione volti a condizionare il comportamento di uno Stato bersaglio. Sono due cose diverse, da tenere ben distinte. È comunque evidente come tra un fornitore ed un consumatore si creino situazioni d’interdipendenza. Vale tra gli Stati come tra le aziende private. Chiaramente l’accesso al mercato americano o la sua negazione rappresentano leve potenti a disposizione di chi governa a Washington.
La teoria dei vantaggi comparati suggerisce che ogni Paese dovrebbe specializzarsi nelle attività nelle quali è relativamente più efficiente. Ma se alcuni settori producono più ricchezza, tecnologia e potere di altri, gli Stati possono davvero lasciare che sia soltanto il mercato a decidere che cosa produrre?
Evidentemente no. David Ricardo propose un modello all’interno del quale il Regno Unito avrebbe conservato il monopolio dell’industria tessile mentre il Portogallo avrebbe dovuto accontentarsi di produrre vino. Da un punto di vista di efficienza complessiva, aveva certamente ragione. Ma questo tipo di specializzazione avrebbe condannato i paesi agricoli all’arretratezza e all’inferiorità geopolitica. La legge dei vantaggi comparati era funzionale alla conservazione della supremazia planetaria britannica. L’idea attualmente prevalente è che l’industrializzazione possa richiedere fasi di chiusura selettiva dei mercati, per sostenere le aziende nascenti. E che anche il capitale pubblico possa svolgere un ruolo importante. La Repubblica Popolare Cinese si è imposta con un modello di sviluppo che ricalca in larga misura la logica delle vecchie partecipazioni statali italiane. Compete nel mondo con il sostegno del capitale pubblico. Cosa che abbiamo vietato in Europa, con esiti specialmente negativi in Italia.
Semiconduttori, intelligenza artificiale, tecnologie digitali e manifattura avanzata sono ormai al centro della competizione internazionale. Il controllo delle filiere tecnologiche sarà determinante nei prossimi decenni?
Da tempo chi domina le tecnologie emergenti si assicura i maggiori livelli di produttività e di reddito. In questa corsa, noi europei siamo piuttosto marginali, cosa che riflette ed al tempo stesso accentua il nostro declino.
Germania e Giappone nel passato e, con modalità differenti, Stati Uniti e Cina oggi mostrano una crescente attenzione alle politiche industriali strategiche. Stiamo entrando in una fase in cui autonomia economica, sicurezza nazionale e potenza militare saranno sempre più difficili da separare?
La sicurezza economica è parte essenziale della sicurezza nazionale, così come lo è la sovranità informativa. Prima lo comprenderemo, meglio potremo attrezzarci per fronteggiare le sfide che abbiamo davanti.



























