C’è una scena che ormai si ripete in molte città italiane: la serranda di un negozio storico che si abbassa e, qualche settimana dopo, nello stesso locale compare l’insegna di un minimarket aperto fino a tarda notte. Nel linguaggio comune vengono soprannominati “Bangla Market”, perché spesso gestiti da cittadini originari del Bangladesh, ma il fenomeno è più esteso e riguarda diverse comunità straniere che negli ultimi anni hanno trovato spazio nel commercio di prossimità.
I numeri aiutano a capire la portata del cambiamento. Secondo Unioncamere-InfoCamere, le imprese guidate da stranieri in Italia hanno superato le 660 mila unità e continuano a crescere, mentre quelle italiane sono in calo da anni. Il commercio è il settore dove la presenza straniera è più forte: oltre 200 mila attività, una parte significativa delle quali rappresentata proprio da piccoli negozi di vicinato.
Il modello è semplice ma efficace. Si tratta di esercizi con superfici ridotte, assortimento essenziale e orari molto lunghi, spesso dalle prime ore del mattino fino a notte. Costi contenuti, lavoro familiare o comunitario e una filiera di fornitori dedicati consentono di reggere margini bassi ma continui. In molti casi i locali sono quelli lasciati liberi da negozi italiani che non sono riusciti a sostenere l’aumento dei costi, la concorrenza della grande distribuzione e il calo dei consumi.
Un ruolo importante lo giocano anche le reti comunitarie. Diversi studi di settore spiegano che l’avvio di queste attività avviene spesso grazie all’autofinanziamento e all’aiuto economico di parenti o connazionali già inseriti nel settore. Non esistono prove di regie centralizzate, piuttosto si avvalgono una fitta rete informale di relazioni che facilita l’ingresso nel commercio e l’accesso ai fornitori.
Questo spiega anche alcune specializzazioni che si osservano nelle città italiane. I bangladesi sono molto presenti nei minimarket e nel commercio di vicinato; i cinesi dominano in diversi segmenti della distribuzione e della ristorazione; i marocchini e altri gruppi nordafricani sono diffusi nel commercio ambulante e nella vendita di ortofrutta. Non è una divisione scritta da qualche parte, ma il risultato di reti di fiducia, competenze trasmesse e opportunità economiche.
Accanto ai minimarket cresce anche un altro fenomeno: quello dei barber shop gestiti da stranieri, soprattutto da nordafricani e sudasiatici. Negozi piccoli, prezzi competitivi, apertura anche serale. Un modello che si sta diffondendo rapidamente nei quartieri popolari e nelle vie commerciali secondarie.
I minimarket, però, sono anche al centro di discussioni e polemiche, soprattutto per la vendita di alcolici e per gli orari di apertura molto estesi. In diversi centri urbani i residenti lamentano problemi di schiamazzi, consumo di alcol in strada e degrado urbano. La normativa vieta la vendita di alcol ai minori e consente ai Comuni di intervenire con ordinanze su orari e licenze. Negli ultimi anni diverse amministrazioni locali hanno introdotto limitazioni o intensificato i controlli proprio per gestire il fenomeno.
La questione, in realtà, è più ampia. I Bangla Market non sono soltanto il segno della crescita dell’imprenditoria straniera, ma anche il riflesso della crisi del commercio tradizionale italiano. Dove chiudono botteghe e piccoli alimentari, qualcuno inevitabilmente prende il loro posto e occupa lo spazio lasciato vuoto.
Per questo il tema non può essere affrontato solo con polemiche o semplificazioni. Servono controlli rigorosi su regole, licenze e vendita di alcolici, ma anche politiche serie per sostenere il commercio di vicinato e preservare l’identità commerciale dei quartieri. Perché quando una città perde i suoi negozi storici e li sostituisce con attività tutte uguali, il problema non è soltanto economico. Diventa sociale, urbano e, in fondo, anche culturale.




























