I negazionisti delle preferenze

Per trasformare una vittoria politica in una sconfitta servono una certa abilità e, soprattutto, una notevole disinvoltura nel maneggiare i fatti. “Repubblica” titola «Meloni nella palude» e annuncia che «la maggioranza boccia le preferenze»; “Il Fatto Quotidiano” racconta invece una «preferenze: giravolta di Meloni per affossarle». Chi si limitasse alle prime pagine potrebbe credere che il centrodestra abbia cancellato la possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Ma in Aula è accaduto esattamente il contrario.

Il subemendamento del cosiddetto campo largo sulle cosiddette preferenze pure è stato respinto per un solo voto, con 99 no e 98 sì, mentre la maggioranza si è ricompattata e ha approvato la soluzione proposta da Fratelli d’Italia: capolista bloccato e possibilità di esprimere fino a tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere. Le preferenze, dunque, tornano nella legge elettorale. La notizia è questa, per quanto risulti indigesta a chi aveva già preparato il racconto di una coalizione divisa e di Giorgia Meloni sconfitta.

La differenza, come ha ricordato il presidente del Consiglio, non è tra chi vorrebbe più preferenze e chi ne vorrebbe meno, ma tra chi le ha rimesse nella legge e chi, pur avendone avuto la possibilità per decenni, non lo ha mai fatto. Il Partito Democratico, in 35 anni, non ha reintrodotto le preferenze e durante l’esame alla Camera si è ben guardato dal presentare una proposta analoga.

Quando Fratelli d’Italia depositò il primo emendamento per restituire agli elettori la facoltà di scegliere i propri rappresentanti, la sinistra votò contro. È questa la figuraccia che oggi si tenta di nascondere dietro il racconto delle «preferenze bocciate».

Al Senato il campo largo ha improvvisamente scoperto le preferenze pure, utilizzandole come grimaldello per dividere Fratelli d’Italia da Lega e Forza Italia. L’operazione era trasparente: costringere FdI a scegliere tra il testo del centrosinistra e la tenuta della coalizione, per poter poi gridare alla crisi in entrambi i casi. Giovanni Donzelli lo ha spiegato senza giri di parole: votare il subemendamento del Pd avrebbe significato rompere il centrodestra; respingerlo e approvare la proposta di Fratelli d’Italia ha consentito invece di mantenere unita la maggioranza e reintrodurre le preferenze. È stata scelta la seconda strada e il tentativo del campo largo è fallito.

La giravolta, semmai, l’ha compiuta la sinistra. Fino a pochi anni fa, Matteo Renzi compreso, si dichiarava favorevole al bipolarismo e alla necessità di assicurare stabilità all’Italia. Oggi si è riscoperta paladina della più esasperata democrazia parlamentare e di quel sistema fondato su veti, ricatti e maggioranze variabili che ha condannato la Nazione all’instabilità. La stessa palude che imputa a Giorgia Meloni e al centrodestra, gli unici ad avere introdotto una riforma capace di coniugare rappresentanza e governabilità.

Il nuovo sistema assegna infatti un premio alla coalizione che raggiunge il 42 per cento dei voti, pari a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, indica sulla scheda il candidato premier senza intaccare la prerogativa costituzionale del presidente della Repubblica nell’attribuzione dell’incarico e restituisce agli italiani la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

Si supera così il Parlamento dei nominati senza tornare alla stagione dei governi costruiti dopo il voto nei corridoi dei palazzi, spesso sulla base di accordi estranei alla volontà espressa dagli elettori.

È precisamente questo che il centrosinistra non riesce ad accettare: una legge che consente agli italiani di sapere quale coalizione si candida a governare, chi ne rappresenta la guida politica e quali parlamentari intendono eleggere. Per anni ci hanno spiegato che l’assenza delle preferenze costituiva un vulnus democratico e che la frammentazione impediva al Paese di essere governato.  Ora che il centrodestra affronta entrambi i problemi, scoprono che il vero pericolo sarebbe una maggioranza scelta dagli elettori e messa nelle condizioni di governare.

Resta allora il lavoro sui titoli, perché quando la sinistra non riesce a contestare il merito prova a manipolare il metodo e a ribaltare persino il significato dei verbi. Le preferenze vengono reintrodotte, ma sui giornali diventano «preferenze bocciate»; la maggioranza si ricompatta, ma Meloni finisce «nella palude»; il Parlamento approva la soluzione voluta da Fratelli d’Italia, ma la premier avrebbe compiuto una «giravolta per affossarla».

È uno schema collaudato, lo stesso utilizzato sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulla natalità e sulla disabilità: si prende un singolo passaggio parlamentare, lo si separa dal risultato complessivo, lo si mette in apertura e si confida che il titolo sopravviva alla lettura del testo. Spesso funziona, perché molti lettori si fermano alla prima pagina e ancora di più alle poche righe che scorrono sui social. Non serve negare apertamente i fatti, basta rovesciarne il significato prima che qualcuno abbia il tempo di comprenderli.

Questa vicenda rappresenta un perfetto caso di scuola su come una parte politica e i media che ne accompagnano la narrazione mistifichino ogni giorno la realtà.

Il voto finale al Senato è previsto per martedì 15 settembre, prima del ritorno alla Camera il 28: è in quest’ultimo passaggio che si nasconde il rischio politico più concreto, soprattutto di fronte al voto segreto e alla possibilità che tornino in azione i franchi tiratori. Quello è il terreno sul quale occorre mantenere alta l’attenzione.

Il resto è la solita rappresentazione di una sinistra che, non essendo riuscita a mettere la maggioranza nella palude, ha provato almeno a disegnarla sulla prima pagina dei suoi giornali.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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