Il falso mito del gas russo economico: smontata la propaganda dei putiniani

“Una faccia di bronzo è una gran cosa da mostrare al mondo, ma di tanto in tanto, quando sei solo e non hai pubblico intorno, devi, penso, toglierti la maschera, nient’altro che per respirare. Altrimenti, credo proprio che soffocheresti.” (Oscar Wilde)

Non è un mistero per nessuno che la crisi iraniana abbia riportato sotto i riflettori l’atavica questione energetica che affligge l’Unione Europea poiché il blocco dello stretto di Hormuz ha portato a una crescita sensibile dei prezzi del petrolio e del gas, sebbene ben al di sotto dei massimi registrati con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Prima di questa data la Russia rappresentava il primo fornitore di gas per il continente e buona parte della produzione stabile di energia derivava dalle centrali a turbogas alimentate proprio da queste forniture, ingenti e continue che permettevano un abbattimento dei costi della materia prima. Nel pacchetto di sanzioni, poi, varato verso Mosca è stato previsto una progressiva chiusura alle forniture, cosa in seguito ribadita nei programmi relativi al Green New Deal e al progetto di decarbonificazione del continente, tanto che il piano RePower Europe stabilisce che entro il 2030 saranno chiuse in toto le importazioni di gas dalla Russia.

In questo scenario l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale sia per la presenza di uno dei principali player energetici al mondo, ENI, sia per la posizione strategica al centro del mediterraneo che l’ha vista come luogo di congiunzione con i giacimenti africani, tramite il gasdotto TransMed con l’Algeria, sia con quelli del Caucaso tramite il TAP. Le forniture, però, per quanto ingenti non hanno mai permesso di coprire tutto il fabbisogno né italiano né tantomeno dell’Europa del sud, obbligando anche il ricorso all’acquisto di GNL, gas liquefatto, soprattutto dagli USA.

Ecco, questo ha spinto diverse leggende relative al prezzo imponente del GNL e dei costi sempre crescenti che si sarebbero dovuti sostenere, a vantaggio di Washington, per coprire la domanda di gas tanto che alcune forze politiche hanno iniziato una campagna per chiedere lo sblocco delle forniture dalla Russia, perché più economiche, cosa che sembrerebbe supportata anche dalle dichiarazioni dei vertici di ENI.

Ma siamo sicuri che sia vero?

Partiamo dalla questione prezzi. È vero che il GNL costi di più del gas via gasdotto, perché il costo finale deve scontare non solo la produzione ma anche la lavorazione della materia prima per renderla adatta al trasporto, cioè liquefazione, refrigerazione e stoccaggio, e poi al dispacciamento, con la rigassificazione, ovviamente considerando anche i costi di trasporto via nave. Mediamente, per essere chiari, il gas russo ha un costo variabile tra i 3 e i 5 dollari a MWh mentre il GNL americano tra i 5 e i 20 dollari e la differenza deriva, come detto prima, dai costi fissi relativi alla lavorazione e al trasporto.

Il signor Mario al bar, di fronte a questi dati, non potrebbe che affermare che “Orpo, allora quelli hanno ragione, gli americani ci stanno fregando” ma la realtà è un po’ diversa e passa per quel meccanismo, sicuramente imperfetto ma efficiente, che è il mercato. La percezione del costo maggiore nasce spesso dalla confusione tra costi di produzione e costi di mercato.

Il gas, infatti, è acquistato sulla base della quotazione del TTF, Title Transfer Facility Natural Gas Price, che è il prezzo unico all’ingrosso formato dall’incontro di domanda e offerta sulla borsa di Amsterdam. Prendendo un livello ipotetico di 40 del TTF, se la Russia esportasse il gas a un costo sostenuto di 5 dollari allora ne incasserebbe 35 mentre gli USA, avendo un costo per il GNL di 20, ne incasserebbero alla fine solo 20. Tutto qui.

La differenza fra costo di produzione e prezzo di vendita non dipende direttamente dal primo, da cui invece derivano i guadagni dei produttori, ma dal livello di domanda e offerta e qui entra il discorso partito da ENI che ipotizzava lo sblocco delle importazioni dalla Russia non per avere un vantaggio diretto sul prezzo di acquisto ma per mantenere una base di offerta stabile, evitando oscillazioni troppo repentine sulla quotazione del TTF a fronte del perdurare della crisi iraniana. Del resto proprio il CEO di ENI, Claudio Descalzi, ha recentemente ribadito che sarebbe necessario sospendere o ritardare il divieto UE sul GNL russo previsto per il 2027, perché quei circa 20 miliardi di metri cubi garantiscono flessibilità alle centrali e senza di essi l’industria italiana rischierebbe di pagare ancora di più gli effetti della crisi di Hormuz.

Sono due approcci totalmente diversi, il primo di stampo populista e completamente errato e il secondo pragmatico e volto a disinnescare eventuali problemi di fornitura, cosa che permetterebbe di mettere in sicurezza, principalmente, l’Italia che ha un serio problema di approvvigionamento energetico.

Oggi il sistema Italia è particolarmente energivoro, soprattutto per la sua natura industriale che lo vede come il secondo polo manifatturiero europeo dopo la Germania, e le politiche energetiche condotte nel passato oggi coprono il fabbisogno nazionale al 41% circa tramite fonti rinnovabili, con idroelettrico e fotovoltaico che fanno la parte del leone, e al 43% circa tramite idrocarburi, con il gas che copre l’80% della produzione termoelettrica; il restante 15% abbondante deve essere importato dall’estero, cosa che fa schizzare i costi marginali alle stelle, oltre 115 euro medi al MWh nel 2025, con sensibili ricadute sulle bollette di famiglie e imprese.

Questi dati sono oggettivamente pesanti e rappresentano uno dei freni maggiori alla crescita del Paese, probabilmente anche più dell’impianto fiscale, che comunque va riformato, o del peso della burocrazia, che va progressivamente alleggerito e sono stati, poi, la base per l’apertura di una delle più forti contestazioni alla politica energetica del governo Meloni, prendendo a paragone la Spagna di Sanchez.

In diversi meme che circolano sui social, nonché in vari interventi da parte di esponenti dell’opposizione, si citano i dati di produzione elettrica spagnola con costi che variano in un range tra i 12 e i 15 euro a MWh contro il pesantissimo costo registrato in Italia e, addirittura, contro quello della Francia per spingere la tesi delle fonti rinnovabili come panacea moderna per arrivare all’autosufficienza energetica.

Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

Prima di tutto va detto che i meme siano stati realizzati ad hoc, mostrando un valore spot registrato nei momenti di massima produzione delle fonti rinnovabili, che in taluni casi sono realmente riuscite a mandare il costo di produzione in territorio negativo. I confronti possono essere fatti, però, con valori normalizzati e, in questo caso, il costo medio annuo a MWh risulta lo stimatore più verosimile.

In questo caso, stante il valore elevatissimo italiano dovuto soprattutto all’elevata quota di energia importata, la Spagna si posiziona egregiamente con 68 euro a MWh ma ben dietro alla Francia che si ferma a 61 euro a MWh.

Qual è la differenza?

Semplice, le fonti stabili e continue date in entrambi i casi dalle centrali nucleari che in Francia rappresentano la quota principe di produzione.

Una cosa che pochi fan del “tutto rinnovabile” ammettono è che la Spagna può contare su sette centrali nucleari ancora a regime che forniscono circa il 19% del fabbisogno mentre le rinnovabili coprono il 56% del fabbisogno. Ma il resto?
Da gas, ovviamente, che copre il 25% della produzione energetica e che viene importato soprattutto dalla Russia con una tecnica che potremmo definire di “crumiraggio” energetico poiché arriva tramite navi, a volte non registrate, che attraccano simulando scali tecnici mentre scaricano il GNL, e le forniture avvengono in barba alle direttive europee in cambio di un piccolo sconto.

Ora la domanda vera che uno si dovrebbe porre è “ma qual è il vantaggio per gli utenti finali?”

Questo è il punto cardine che pochi, nel dibattito politico italiano, si stanno ponendo. Il vantaggio vero è per le aziende che si riforniscono all’ingrosso che possono contare su prezzi più competitivi rispetto ad altri concorrenti in Europa ma per le famiglie questo va a zero, anzi risultano addirittura più penalizzate di quelle italiane.

Prendendo due bollette spagnole, infatti, la prima cosa che si nota è che il prezzo della materia prima sia decisamente più basso per le forniture elettriche con un 16% circa di vantaggio per i consumatori spagnoli rispetto a quelli italiani dovuto al mix produttivo più pulito, con una forte presenza di rinnovabili e nucleare che, pur usando il criterio marginalista diffuso in tutta Europa, dove è sempre l’ultima centrale accesa a fissare il prezzo per tutti, permette di contare su prezzi marginali più bassi in molte ore della giornata. In più, potendo contare su un sistema di generazione composto al 75% da fonti green, dove il nucleare è inserito in questa categoria con buona pace di molti pseudo-ecologisti, la Spagna arriva a pagare il 58% degli ETS in meno rispetto all’Italia, e un 15% in meno sul prezzo del gas principalmente dovuto ai minori costi logistici di distribuzione derivanti dalla vasta struttura di rigassificazione esistente sul territorio. Questo vantaggio, però, viene quasi del tutto annullato dai costi parafiscali come la quota potenza che va a gravare, ancor di più degli oneri di sistema italiani, su quelle spagnole. In più nelle bollette agli utenti privati viene caricata una quota di finanziamento del “bono social” che va a coprire i consumi delle famiglie indigenti; mentre in Italia questo aiuto è finanziato dalla fiscalità generale, quindi anche con una certa progressività che non vada a pesare troppo sui redditi più bassi, in Spagna si è scelto di caricarlo direttamente sulle bollette come costo parafiscale, di fatto una tassa regressiva che finisce per pesare di più proprio su quelle famiglie a basso reddito che non arrivano a prendere il bonus.

Considerato tutto, alla fine, il vantaggio sui prezzi al consumo potrebbe essere considerato pari a un 5% scarso a vantaggio delle bollette spagnole che, però, andrebbero normalizzate per avere un confronto efficiente. Il parametro migliore da utilizzare nell’operazione è la RAL mediana, che non è influenzata dagli emolumenti più elevati pagati sui territori nazionali, e così si scopre che le bollette pesano mediamente il 10,3% sugli stipendi mensili in Spagna mentre “solo” il 9,7% su quelli italiani.In pratica la Spagna annulla tutto il vantaggio accumulato da un costo medio della materia prima ben più contenuto con dei costi fissi molto più elevati rispetto a quelli già alti italiani. Il famoso modello spagnolo, quindi, è solo narrazione perché, di fatto, non reca alcun vantaggio all’utente finale ed è, addirittura, più penalizzante per le famiglie rispetto a quello italiano.

Questo vuol dire che tutto vada bene, qui?

No di certo. Occorre iniziare a ripensare le politiche energetiche in maniera sistemica e più efficiente, prendendo magari sì a modello il sistema attuale spagnolo per integrarlo ancor più con le nuove tecnologie in campo nucleare sfruttando gli SMR per colmare il gap che l’abbandono ingenuo e ideologico del programma nucleare degli anni ottanta ha lasciato in un’ottica di quasi completa decarbonizzazione, lasciando quindi le centrali termoelettriche come backup in caso di necessità ma togliendo loro quel ruolo primario che hanno oggi, senza ricorrere a maquillage politici come altri stati ma perseguendo un progetto coerente e sostenibile, che permetterà anche di non subire passivamente eventi geopolitici avversi come accade oggi.

Ecco la vera sfida per il futuro dell’Italia.

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Matteo Gianola
Matteo Gianola
Fin da piccolo amavo scrivere e comunicare quello che pensavo e quello che sapevo (potrei dire anche quello che credevo di sapere) perché solo dal confronto può innescarsi una crescita personale e, anche, collettiva. Dopo la laurea in economia e l’inizio del lavoro in banca ho tentato di seguire quello che amavo, iniziano a scrivere per testate come the Fielder, Quelsi, e l’Informale fino a giungere a In Terris e, oggi, pure qui. Mi occupo principalmente di economia, politica e innovazione digitale, talvolta sconfinando anche nella mia passione, la musica.

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