Il Made in Italy, la sovranità e il deserto alimentare. Ha ragione Lollobrigida

Pubblichiamo l'articolo dell'On. Amorese per l'ultimo numero del trimestrale 'Partecipazione' che si inserisce alla perfezione nel dibattito scaturito dall'intervento del Ministro Lollobrigida sul tema dell'accesso al cibo di qualità.

Li chiamano desert food, zone geograficamente o socialmente lontane da punti in cui si possono trovare prodotti alimentari sani o accettabili. No, non siamo parlando di territori dove la mancanza di cibo è pur- troppo un fatto storico, ma di aree pienamente e teoricamente considerate ‘sviluppate'. E' accaduto che negli anni la distanza rispetto a negozi o supermercati dove però ottenere produzioni sane, frutta e verdura, alimenti come carne e pesce (quindi ricchi di proteine), il tutto a prezzi non proibitivi, è aumentata a dismisura causando veri e propri ‘deserti alimentari'. Se le cause ci parlano di una strisciante e crescente povertà urbana, di una poca convenienza ad aprire o tenere aperte attività, le conseguenze non si sono fatte attendere: si è estesa la lontananza dai sobborghi rispetto agli esercizi commerciali, sono aumentate patologie e malattie, dall'obesità al diabete.

Gli anni del Covid19 hanno amplificato povertà e possibilità di accorciare le distanze, le persone delle aree rurali e dei quartieri più disagiati hanno come unica alternativa quella del cibo confezionato di bassa qualità. Con tutto quello che ne consegue in termini di dieta, regime alimentare e, ultimo non ultimo, anche di e coscienza agroalimentare. Una situazione che sta colpendo da più di un decennio soprattutto gli Usa dove più di cinquanta milioni di americani vivono nelle aree del ‘deserto alimentare', da dove sono fuggiti negozi, banche, supermercati ed il trasporto pubblico è deficitario. Si tratta di veri e propri ghetti, abbandonati dalla grande distribuzione, ben descritti in un libro fonda- mentale del giornalista Alessandro Coppola, ‘Apocalypse town.

Cronache dalla fine della civiltà urbana' (Laterza, 2012), con scenari di de-urbanizzazione, come in varie zone di Detroit e Philadelphia, un tempo motori dell' statunitense e dopo la crisi del 2008 simboli della food insecurity, del cibo ‘spazzatura'. Certo, ci sono delle reazioni: alcune comunità cercano di reinventarsi una strada con lo sviluppo degli orti urbani, altre si dan- no una migliore prospettiva di educazione alimentare tra scuole e associazioni, oltre al fenomeno crescente dello shrinkage culture, vero e proprio tentativo di un ripensamento della crescita (o decrescita) delle città. Non tutto è perduto ma tra i miti americani, oltre a quello del meltin' pot sta naufragando anche quello del benessere per tutti e della copiosità di cibo.

Sappiamo che gli Usa hanno una vastità di territorio che non si riscontra in altre zone dell'occidente ma è altrettanto vero che non possiamo essere certi che i ‘deserti alimentari' non si svilupperanno mai in Europa. Le periferie ed i suburbi sono sempre più vasti e tendono sempre più ad impoverirsi, ad uniformarsi anche nel regime alimentare: cibi iper-processati, dannosi, circolano con larga diffusione accentuando patologie cardiovascolari, ipertensioni e diabete. Malattie che si stanno diffondendo anche in Europa, spesso tra i più giovani e ancora più spesso tra quelli che negli Usa chiamano under class. Una degenerazione che può essere solamente peggiorata, per esempio, dal sistema del che penalizza i prodotti della dieta mediterranea, che invece sarebbero essenziali per una migliore salubrità ed educazione alimentare.

Il è partito con il piede giusto, iniziando a recuperare la mentalità delle delocalizzazioni, della autocolonizzazione, tornando alla difesa del nostro agroalimentare, alla tutela ed allo sviluppo della filiera corta. Il Ministro Lollobrigida ha più volte declinato come con l'affermazione della nostra sovranità alimentare potremmo tornare non solo a “mangiare tutti” ma soprattutto a “mangiare bene”. L'Italia come superpotenza della qualità, elemento che non è delocalizzabile. L'Italia come leader della biodiversità. Ogni campanile, un prodotto di specificità. Tutto ciò intorno a quella che Beppe Niccolai chiamava “la comunità delle minacciate” che se deve difendersi lo può e lo deve fare anche attaccando, contagiando e piantando ancora di più bandierine tricolori nel mondo. A questo dobbiamo mirare, tutelarci per aprirci, andando ben oltre la standardizzazione dei prodotti. Il che vince sul mondo globale, facendo anche la differenza nella qualità che significa anche salute. Una sfida fondamentale. Da vincere.

Alessandro Amorese
Alessandro Amorese
Alessandro Amorese, Capogruppo di Fratelli d'Italia nella Commissione Cultura, Istruzione, Università. Direttore di Eclettica Edizioni, segretario dell'Istituto e Thin tank Stato e Partecipazione, responsabile nazionale del Dipartimento Editoria di Fratelli d'Italia.
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