Il “Modello Schlein”: da Giovani Democratici a Giovani Comunisti

Come lo scouting e la rottamazione della segretaria stanno trasformando le nuove leve dem in un'avanguardia radicale tra nostalgismo castrista e comunista

Il ricambio generazionale promosso da Elly Schlein ha una posta in gioco che va oltre l’ingresso di qualche volto nuovo per svecchiare il Partito Democratico. Dietro la linea dura della segretaria e una rottamazione lenta ma implacabile, si cela una precisa strategia politica: prendersi il partito sostituendo la vecchia guardia con un vivaio di giovani lealisti per blindare la propria leadership oltre i prossimi appuntamenti elettorali. 

È questo il senso del “Modello Schlein”: trasformare il rinnovamento del gruppo dirigente in uno strumento per ridefinire gli equilibri e l’identità del partito. Ma quali idee accompagnano questa operazione? Perché sembra che i Giovani Democratici si stiano trasformando in Giovani Comunisti. Ma procediamo con ordine.

I volti del “nuovo” corso

Tra i nomi del toto-candidati figura Paolo Romano, consigliere regionale in Lombardia, eletto con 9.249 preferenze nel 2023. Presente nei talk show e protagonista dell’esperienza della Global Sumud Flotilla, Romano si è distinto anche per le forti accuse di genocidio rivolte a Israele. Accanto a lui, Valeria Campagna, consigliera comunale a Latina, inserita nella Direzione nazionale e vicesegretaria del PD Lazio.

Sicuramente in ascesa è Virginia Libero, di Padova, eletta segretaria nazionale dei Giovani Democratici il 14 settembre dello scorso anno. Qualcuno l’ha soprannominata «mini-Schlein». E non è un caso.

Un anno fa fu al centro del dibattito mediatico per una “quasi-gaffe” sbiascicata nel suo primo discorso, quello di insediamento come segretaria. Mentre parlava del valore del movimento giovanile del partito le è scappato un richiamo al Partito Comunista: “I Giovani Democratici sono una risorsa per il partito Com… Democratico”.

In questi giorni, invece, è ritornata alla ribalta dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, perché, riferendosi all’aumento delle spese militari e al conflitto Russia-Ucraina, ha tuonato: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori“.

Ma per capire realmente quale direzione possa assumere questo rinnovamento, occorre guardare anche alla cultura politica che emerge dai GD.

Dalla sintesi riformista alla nostalgia per Fidel e Che Guevara

Analizzando l’atteggiamento e la comunicazione della giovanile dem, il cambio di rotta appare drammatico. L’allontanamento dall’identità originaria del PD – nato come sintesi tra cultura cattolica e post-comunista – lascia il posto a un’esplicita nostalgia per il comunismo e per i suoi dittatori. Le tappe celebrate dai GD Roma tracciano un quadro inequivocabile:

  • – 21 giugno: i giovani dem indossano magliette raffiguranti Che Guevara.
  • – 26 luglio: commemorano la Rivoluzione Cubana rilanciando lo slogan “hasta la victoria, siempre”.
  • – 13 agosto: a poche settimane di distanza, ricordano i 100 anni dalla nascita del dittatore sanguinario cubano, Fidel Castro.

Questa deriva non è frutto di una esuberanza estemporanea, ma di una precisa linea politica teorizzata dai vertici. Allo stesso congresso in cui veniva eletta segretaria nazionale la Libero, Jacopo Augenti (segretario dei GD Roma) dichiarava apertamente: “Noi dobbiamo essere leali alla storia del Comunismo Italiano”.

Non lo nascondono più… 

L’ammissione definitiva è arrivata chiara e tonda, senza più filtri né retorica di facciata: sono comunisti. Nei giorni scorsi un video ha catturato l’attenzione dei media rendendo virale l’intervento di Marco Rocco De Luca, Consigliere Comunale del PD a Cesena e soprattutto Responsabile Nazionale Cultura Politica, Fondazioni, Memoria e Antifascismo dei GD. Dal palco della Festa Nazionale dell’Unità, De Luca ha esclamato davanti alla platea: “Noi siamo i figli, siamo i nipoti – insomma siamo gli eredi – del comunismo italiano!”. Un’arringa a tutto campo condita dall’immancabile sciorinata contro il “capitalismo imperialista” accusato di opprimere la società a livello globale.

Un discorso che trova perfetto riscontro anche nella sua bacheca commenti. Sotto il suo Reel, infatti, c’è stato uno scambio con Raffaele Giuliani, giovane influencer (conosciuto, in particolare, su TikTok) dell’area radicale della sinistra, noto per esibire spesso nei suoi contenuti il pugno chiuso e teorizzare politiche che potremmo sintetizzare come neo-marxiste. De Luca gli ha risposto senza indugi con un perentorio “Adelante compagno”, accompagnato direttamente dalle icone del pugno chiuso e della bandiera rossa.

Un rinnovamento che guarda indietro

Le dichiarazioni e le celebrazioni citate pongono al PD una questione vitale, che va oltre la scelta dei prossimi candidati. Quale cultura politica sta formando la sua nuova classe dirigente? Rivendicare l’eredità del comunismo italiano e celebrare Fidel Castro sono scelte molto diverse, ma entrambe, appunto, chiedono di chiarire quali aspetti di quel passato si intendano recuperare e quali, invece, respingere. 

È su questo terreno che il “rinnovamento” di Schlein mostra la sua contraddizione. Il ricambio dei volti può ringiovanire il partito, ma non basta a renderne nuove le idee. E se nei suoi giovani torna a prevalere il comunismo, diventa inevitabile chiedersi quale spazio resti per le culture riformiste, liberaldemocratiche e cattolico-democratiche che hanno contribuito alla nascita del Partito Democratico. 

La responsabilità politica della segretaria sta nella risposta che darà a questi segnali. Perché il punto, alla fine, è questo: il PD vuole formare i democratici di domani o ritrovare, nei giovani di oggi, i comunisti di ieri?

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Michele Intartaglia
Michele Intartaglia
Michele Intartaglia, classe 2004, originario di Procida. Studente di Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli.

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