Sono trascorsi venticinque anni dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, che colpi’ al cuore, prendendo di mira le Torri Gemelle di New York, l’America, l’Occidente e il mondo libero in generale, e cambiò la Storia. La tragedia del crollo delle Twin Towers, insieme ad un totale di quattro aerei di linea dirottati e lo schianto sul Pentagono, e della morte di quasi tremila persone, risvegliò in maniera brusca e drammatica un Occidente che si era un po’ troppo adagiato sulle parole di Francis Fukuyama circa la cosiddetta fine della Storia, successiva al crollo del comunismo, e aveva ignorato l’espansione del terrorismo fondamentalista islamico, passato dall’essere un fenomeno soprattutto regionale e incentrato perlopiù in Medio Oriente, a costituire una minaccia globale capace, attraverso organizzazioni internazionali come Al-Qaeda, di colpire gli Stati Uniti addirittura al loro interno e poi capitali europee come Londra e Madrid.
L’11 settembre diede uno scossone violentissimo agli USA e anche al Vecchio Continente, e fu una lezione, senz’altro devastante e tragica, per le democrazie. L’aggressione islamista riportò di estrema attualità il dovere occidentale di mantenere sempre alta la guardia circa la sicurezza e la stabilità mondiali, e di non illudersi mai, nemmeno quando in superficie appare tutto tranquillo, perché, e qui un purtroppo ci vuole visto che sarebbe stato meglio se il celebre politologo ed economista statunitense avesse fatto centro, Fukuyama non aveva ragione e la Storia non si ferma e non finisce mai. Al posto della Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, si sono poi accomodate la Russia neo-imperialista di Vladimir Putin e la Cina capital-comunista, con le quali abbiamo a che fare tuttora, e il fondamentalismo islamico armato si è rivelato in grado di colpire ovunque e di rinascere periodicamente, come un cancro che si riaffaccia dopo cicli di chemioterapia, con nuove sigle e radicamenti territoriali diversi.
Per esempio, si riesce ad eliminare Al-Qaeda, il suo santuario geopolitico rappresentato dall’Afghanistan dei Talebani e il fondatore Osama Bin Laden, ma sorge poi in Iraq il sedicente Stato Islamico dell’ISIS. E non ignoriamo nemmeno la marea di nuclei islamisti sparsi anche in Africa, Asia e territori della Federazione russa, oltre ai maggiormente noti Hezbollah, Hamas, Houthi. Il terrorismo usa il web e le tecnologie digitali di comunicazione come tutti noi, quindi, il coordinamento e i contatti fra i gruppi armati sono immediati e globali, facendo persino venire meno la necessità di una rete riconoscibile con una precisa denominazione come Al-Qaeda. L’inedito attacco al World Trade Center ordinò letteralmente all’America e all’Occidente di combattere il terrore integralista sino a privarlo della capacità di ricostituirsi in zone differenti del mondo e con abiti riciclati, ma con la stessa sostanza e la medesima volontà di uccidere.
Questo, al di là dell’alternarsi dei presidenti alla Casa Bianca e dei governi in Europa. L’11 settembre 2001 disse inoltre alle democrazie di tornare ad essere sicure di loro stesse e di andare fino in fondo con la consapevolezza di dover restare per qualche tempo con gli stivali sul terreno, davanti alla inevitabilità di operazioni militari all’estero. Piuttosto di iniziare un conflitto senza convinzione e idee chiare su come gestirlo, è meglio rassegnarsi allo status-quo. Se si dà vita ad una guerra e si pretende che essa sia la più breve possibile, ma non si sa bene come renderla chirurgica ed efficace in poco tempo, essa diventa più lunga e costosa, anche per l’economia internazionale, di una campagna militare con gli stivali sul terreno. Il presidente repubblicano George W. Bush, colui che ebbe l’enorme responsabilità di reagire all’attacco di Al-Qaeda, fu criticato in Europa per le guerre in Afghanistan e Iraq, soprattutto per l’invasione in Iraq e la cacciata di Saddam Hussein, ma egli riusci’ a spostare anzitutto il fronte di guerra e la minaccia terroristica a distanza di sicurezza rispetto al territorio americano, e a dare al mondo l’immagine di un’America ferita, ma non sconfitta.
Non a caso, le piazze cosiddette pacifiste e alcuni governi europei inveivano contro il presidente Bush mentre questi godeva della fiducia del popolo americano, infatti, il tanto discusso figlio d’arte copri’ due mandati presidenziali consecutivi. Chi venne dopo ignorò completamente i moniti dell’11 settembre, relativi ad una lotta globale al terrorismo coerente e superiore alle questioni di politica interna e di schieramento, e preferi’ servire la propria parte piuttosto che la Nazione e il mondo libero. Il democratico Barack Obama, per distinguersi a tutti i costi dal repubblicano e conservatore Bush, ritirò anzitempo le truppe USA dall’Iraq, compromettendo così il lavoro iniziato dal predecessore, che avrebbe dovuto proseguire sino al raggiungimento pieno di stabilità politica e sicurezza nel Paese, e favorendo la riesplosione del terrorismo islamico, rispuntato con l’ISIS. Un pasticcio simile è stato combinato dopo in Afghanistan dall’altro democratico, Joe Biden, che è stato capace di riesumare i Talebani a Kabul, cacciati e sconfitti da Bush junior anni prima, con un ritiro militare scriteriato ed insicuro. Obama e Biden hanno dato prova di come gli insegnamenti della tragedia delle Torri Gemelle si siano in buona parte smarriti in Occidente.
Oggi, di fronte ad una UE che è senz’altro attiva nel fare prediche nei confronti degli USA, ma non sa fare nulla di proprio in termini di sicurezza mondiale, ed assistendo inoltre alla guerra ad intermittenza in Iran, che dopo mesi non sembra ancora andare nella direzione giusta, (gli iraniani, pur indeboliti, non cedono e gli Houthi addirittura avanzano in aree strategiche del Mar Rosso), e sta pesando economicamente, in particolare in Europa, comprendiamo in modo ulteriore che durante gli ultimi venticinque anni la lezione dell’11 settembre sia stata in parte dimenticata dai vertici politici del pianeta. È sacrosanto celebrare il sacrificio di quelle quasi tremila persone, negli Stati Uniti ed altrove, ma poi, proprio per non fare sì che le vittime siano morte invano, bisogna agire con forza, linearità, coerenza, come fu imposto dagli assassini di Osama Bin Laden.



























