La prova dell’inesistenza del woke sarebbe una cameriera italiana incontrata da Massimo Giannini in un ristorante di Basilea. Il giornalista le ha chiesto che cosa ne pensasse e la ragazza, credendo che si trattasse di una birra, ha risposto che il locale non l’aveva.
Da questa scena prende le mosse l’editoriale pubblicato oggi da “la Repubblica”. La conclusione di Giannini è netta: negli Stati Uniti d’America ci saranno pure state degenerazioni, ma «in Italia il woke non è mai esistito», se non nelle invettive della destra e in qualche circolo intellettuale della sinistra radicale.
È una dimostrazione curiosa. Se una lavoratrice non conosce il nome di un’ideologia, quell’ideologia non può avere influenzato istituzioni, università, amministrazioni, giornali e industria culturale. Con lo stesso metodo potremmo chiedere a un cameriere che cosa pensi dell’intersezionalismo, della Critical Race Theory – teoria critica della razza o dei programmi per la diversità nelle aziende. Se non sapesse rispondere, potremmo dichiarare che nulla di tutto questo è mai accaduto.
Le ideologie, però, non hanno bisogno di essere conosciute per nome da tutti. Diventano linguaggio, procedura, criterio di selezione e riflesso condizionato. Il loro successo si misura proprio quando alcune idee cominciano ad apparire naturali, obbligatorie e sottratte alla discussione.
La smentita nella stessa edicola
Nello stesso giorno in cui Giannini certifica l’inesistenza del fenomeno, “Il Foglio” pubblica tre pagine di Pierluigi Battista intitolate “Woke, il catalogo è questo”.
Nel catalogo compaiono opere riscritte, libri ritirati, professori emarginati, conferenze cancellate, artisti processati molti anni dopo la loro morte e parole espulse dal linguaggio. Si può discutere la gravità di ogni singolo episodio e distinguere i casi di censura dalle manifestazioni più grottesche del politicamente corretto. Il meccanismo comune resta riconoscibile: una sensibilità ideologica stabilisce ciò che può essere pronunciato, rappresentato o studiato e trasforma il dissenso in una colpa morale.
Qualcuno potrebbe obiettare che molti episodi riguardano il mondo anglosassone. È vero. Ma proprio oggi “La Verità” intervista Simone Lenzi, ex assessore alla Cultura di Livorno, costretto a lasciare la giunta di centrosinistra dopo un commento ironico su un’opera esposta alla Biennale di Venezia.
Lenzi aveva criticato la rappresentazione di una figura indicata come donna ma dotata di attributi maschili, definendola l’ennesima manifestazione di un «lavaggio del cervello». Arcigay protestò. Il sindaco Luca Salvetti giudicò quelle parole incompatibili con i valori della giunta e spiegò che le dimissioni erano diventate «l’unica strada percorribile». La cronologia della vicenda è pubblica.
Lenzi non era un militante della destra. Aveva sostenuto in giunta provvedimenti a favore della comunità Lgbtq+ e respinse l’accusa di omofobia e transfobia. La sua colpa politica fu aver usato l’ironia contro un simbolo riconosciuto come intoccabile dal proprio ambiente.
Chiamare questo episodio «woke» oppure «politicamente corretto» cambia poco. Un amministratore ha criticato un’opera, alcune organizzazioni hanno protestato e la sua stessa parte politica ha considerato inevitabile la sua uscita. Se il fenomeno non esiste, rimane da spiegare quale forza abbia prodotto quella reazione.
La cortesia e la coercizione
Giannini compie poi un secondo passaggio. Riduce il politicamente corretto alla «civiltà del linguaggio» e colloca dall’altra parte chi vorrebbe insultare le minoranze, discriminare gli omosessuali, negare i diritti delle donne o trattare gli immigrati come esseri inferiori.
È una difesa efficace perché impedisce di discutere il merito. Chi critica il woke viene collocato fuori dal campo dei diritti e diventa sospetto di razzismo, sessismo o omofobia. È esattamente il dispositivo che per anni ha reso difficile contestare quella cultura senza essere trasformati nell’oggetto della discussione.
La buona educazione non è in pericolo. Nessuno rivendica il diritto di umiliare una persona disabile o di discriminare qualcuno per il colore della pelle. Il problema comincia quando una richiesta di rispetto diventa un obbligo ideologico, una verità soggettiva pretende di vincolare tutti e il disaccordo viene trattato come una forma di violenza.
Giannini ricorda con orgoglio di aver pubblicato sulla “Stampa” un editoriale di Michela Murgia contenente lo schwa. Era una sua legittima scelta editoriale. Il woke non consiste nella libertà di usare lo schwa, ma nella pretesa che chi lo considera linguisticamente sbagliato o ideologicamente carico debba essere rieducato, escluso oppure sospettato di ostilità verso intere categorie di persone.
La differenza tra persuasione e coercizione è tutta qui. La libertà consente a ciascuno di proporre il proprio linguaggio. L’ideologia pretende che quel linguaggio diventi la misura morale degli altri.
I casi italiani che non sarebbero mai esistiti
L’Italia non ha conosciuto la stessa intensità raggiunta nelle università americane o britanniche. Da questo non deriva che sia rimasta impermeabile.
Nel 2018 il finale della Carmen di Bizet fu modificato al Maggio musicale fiorentino: Carmen non veniva più uccisa da Don José, ma era lei a uccidere l’uomo. Il sindaco Dario Nardella difese pubblicamente la decisione, presentandola come un messaggio contro la violenza sulle donne. Il valore della causa diventava così la giustificazione per riscrivere un’opera.
Nel 2024 la commissione del Comune di Milano respinse la proposta di collocare in uno spazio pubblico la statua Dal latte materno veniamo, raffigurante una donna che allatta un bambino. Nel verbale si sosteneva che l’opera esprimesse valori «non universalmente condivisibili». Il sindaco Giuseppe Sala prese poi le distanze e chiese di riesaminare la decisione. Resta il fatto che una commissione pubblica aveva considerato la maternità un’immagine problematica per lo spazio comune.
A Bologna la presentazione di Donne si nasce (e qualche volta lo si diventa), scritto dalle filosofe Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, è stata rinviata dopo le contestazioni legate alle tesi del libro sull’identità sessuale. A Livorno è caduto un assessore. Nella lingua pubblica sono comparsi asterischi, schwa, formule come «persona con le mestruazioni» e circonlocuzioni costruite per evitare la parola donna.
Si può approvare ognuna di queste scelte. Diventa più difficile sostenere che appartengano tutte alla fantasia della destra.
La liquidazione controllata
Il dibattito non nasce oggi. Negli Stati Uniti d’America Alexandria Ocasio-Cortez ha ripreso la formula secondo cui il «Woke 1.0» sarebbe stato folle, ammettendo che il linguaggio e alcune posizioni maturate durante la pandemia non sono più difendibili. La discussione ha coinvolto anche commentatori progressisti, alcuni dei quali hanno riconosciuto la rigidità ideologica, la censura e l’ossessione per la purezza linguistica di quella stagione.
In Italia Giuseppe Conte ha scritto che il woke si è trasformato in una «religione morale autoreferenziale», arrivando a reprimere la libertà di opinione. Ha precisato che una forza progressista non può più farne la propria ossatura ideologica e deve tornare a occuparsi delle diseguaglianze sociali. La presa di posizione ha aperto una discussione dentro il campo largo.
L’operazione politica è comprensibile. Quando un codice culturale allontana gli elettori, si cambia argomento. Il problema è il tentativo di liberarsene senza ricostruire ciò che è accaduto e senza indicare le posizioni che vengono abbandonate.
Una parte della sinistra ammette gli «eccessi» e promette di tornare ai salari, al lavoro e ai servizi pubblici. Un’altra sostiene che in Italia non ci sia mai stato nulla da correggere. Le due versioni sembrano opposte, ma svolgono la stessa funzione: permettono di archiviare il woke senza pagare il prezzo politico di averlo sostenuto.
È la liquidazione controllata. Si conserva il patrimonio considerato presentabile, si scaricano le manifestazioni ormai indifendibili e si nega che vi sia mai stato un sistema coerente di idee, parole d’ordine, sanzioni sociali e rapporti di potere.
Il conto non può sparire
Non serve una vendetta culturale. Serve un inventario.
Quali posizioni vengono davvero abbandonate? La distinzione tra sesso biologico e identità soggettiva può tornare a essere discussa senza provocare espulsioni? La libertà accademica e artistica vale anche quando offende la sensibilità di un gruppo organizzato? Le donne possono difendere i propri spazi e le proprie categorie sportive senza essere accusate di odio? Chi ha perso un incarico o una possibilità professionale per aver dissentito riceverà almeno il riconoscimento che il problema esisteva?
Senza risposte, il ripensamento resta una manovra elettorale. Si cambia vocabolario, ma non si corregge il metodo.
La difesa dei diritti civili non ha bisogno del woke. Ha bisogno di principi universali, libertà di parola, uguaglianza davanti alla legge e rispetto della persona. Proprio quei principi che vengono indeboliti quando l’identità di gruppo decide chi può parlare, quali parole deve usare e quali opinioni possono costargli il lavoro.
La cameriera di Basilea non conosceva la parola. Simone Lenzi, a Livorno, ha conosciuto molto bene il prezzo del dissenso.



























