La destra è diventata Nazione

Da oggi il Governo Meloni è il più longevo della storia repubblicana. Con 1.413 giorni a Palazzo Chigi supera il secondo Governo Berlusconi e stabilisce un primato che assume un significato ben più importante della semplice durata di un Esecutivo.

Perché questa storia non comincia il 22 ottobre 2022, quando Giorgia Meloni giurò da presidente del Consiglio. Comincia molto prima, quando la destra italiana era ancora considerata estranea all’arco delle forze legittimate a governare e una generazione politica decise che era arrivato il momento di rompere quella conventio ad excludendum senza rinunciare alla propria identità.

La nascita di Alleanza Nazionale e la svolta di Fiuggi segnarono il passaggio decisivo. Pinuccio Tatarella fu tra coloro che meglio interpretarono quella stagione, comprendendo che la destra doveva uscire dall’isolamento, costruire alleanze, acquisire una piena cultura di governo e parlare a una parte sempre più larga della società italiana. La definiva «destra di governo», immaginando una forza nazionale e popolare capace di rappresentare qualcosa di più grande del proprio recinto politico senza recidere le proprie radici.

Tatarella morì troppo presto per vedere dove avrebbe portato quel percorso, ma la direzione l’aveva indicata.

Vennero Alleanza Nazionale, il centrodestra e i governi Berlusconi, poi il Popolo della Libertà e una stagione nella quale sembrò che quella storia politica fosse destinata progressivamente a dissolversi. Nel 2012 Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Ignazio La Russa fecero la scelta opposta: ripartire. Fratelli d’Italia alle politiche del 2013 raccolse l’1,95 per cento. Tredici anni dopo esprime il presidente del Consiglio alla guida del Governo più longevo della Repubblica.

Anche per questo il record raggiunto oggi ha un valore storico.

Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi, nell’ottobre del 2022, erano in molti a pronosticare una vita breve al suo Governo. Avrebbe litigato con gli alleati, sarebbe stata isolata in Europa, avrebbe spaventato i mercati, non avrebbe retto alla prova delle responsabilità internazionali. La previsione sulla sua imminente caduta è stata riproposta periodicamente, spostando semplicemente in avanti la data ogni volta che quella precedente veniva smentita.

Quattro anni dopo, il risultato è davanti a tutti. Il centrodestra è rimasto unito, non ci sono stati ribaltoni né cambi di maggioranza e l’Italia ha ritrovato quella stabilità politica che per troppo tempo era stata considerata quasi impossibile nel nostro Paese.

Essere rimasti uniti, però, non significa semplicemente non avere litigato. Significa non avere trascinato il Paese in una crisi di governo per regolare i conti dentro una maggioranza, non avere cercato maggioranze alternative nei corridoi del Parlamento, non avere costruito accordi di Palazzo al ribasso pur di restare al potere, non avere trasformato ogni scadenza elettorale nell’occasione per distribuire una tantum con cui comprare qualche mese di consenso. Significa avere governato pensando all’Italia e non alla sopravvivenza del Governo. Dopo un decennio nel quale abbiamo visto maggioranze nascere, cadere e ricomporsi senza che gli italiani potessero pronunciarsi, per non parlare di ciò che il sistema partitocratico aveva prodotto nei decenni precedenti, anche questo rappresenta un cambiamento che sarebbe difficile sottovalutare.

Eppure proprio da sinistra si tenta di sminuire il significato del record. Non sorprende, perché è la stessa sinistra che negli ultimi anni è riuscita ripetutamente ad arrivare a Palazzo Chigi senza avere vinto le elezioni e che, dopo avere progressivamente rinnegato la logica bipolare, ha riscoperto la convenienza di un sistema nel quale le maggioranze possono essere costruite e ricostruite in Parlamento. Coalizioni spesso unite molto più dall’avversione nei confronti dell’avversario e dalla necessità di impedirgli di governare che da una comune idea dell’Italia.

Basterebbe, del resto, applicare alla vita reale il modello di instabilità al quale la politica italiana ci aveva abituato. Prendiamo una qualsiasi grande azienda e immaginiamo che cambi amministratore delegato ogni 350 giorni, insieme agli uomini chiamati a stabilirne strategie, priorità e investimenti. Poi chiediamoci quale possibilità avrebbe di programmare il proprio futuro, portare a termine un piano industriale e competere con aziende nelle quali la guida rimane stabile per anni. Traetene le conclusioni.

Ma sarebbe altrettanto riduttivo spiegare tutto con la durata. Il vero successo politico di Giorgia Meloni è avere dimostrato che la destra può governare senza chiedere il permesso a chi per decenni pretendeva di concederle patenti di legittimità e senza diventare una versione annacquata di ciò che combatteva. Ha mantenuto un’identità riconoscibile e, allo stesso tempo, ha costruito credibilità internazionale, rapporti solidi con gli alleati dell’Italia e una capacità di governo che persino molti dei suoi avversari oggi sono costretti a riconoscere.

È probabilmente questa la distanza maggiore rispetto a tante esperienze del passato. Per anni una parte della destra ha pensato che diventare forza di governo significasse necessariamente arretrare sul terreno dell’identità. L’esperienza di Fratelli d’Italia ha dimostrato il contrario: i principi indicano la direzione, il pragmatismo serve a trasformarli in scelte possibili. Senza i primi si finisce per amministrare l’esistente, senza il secondo si resta all’opposizione a testimoniare le proprie ragioni.

Naturalmente la longevità acquista valore soltanto se produce risultati. Restare a Palazzo Chigi non è un programma politico e nessuno, tantomeno Giorgia Meloni, pensa che un record statistico esaurisca la missione affidata dagli italiani al centrodestra. Molto è stato fatto e molto resta da fare, dalle riforme alla riduzione della pressione fiscale, dal sostegno alla natalità alla sicurezza, dalla crescita economica alla difesa degli interessi italiani in Europa e nel mondo.

Proprio per questo il primato raggiunto oggi deve essere considerato soprattutto una responsabilità. La stabilità conquistata consente finalmente alla politica di guardare oltre la prossima crisi di governo, di programmare, realizzare riforme e misurarsi alla fine della legislatura con il giudizio degli elettori. Dovrebbe essere la normalità di qualsiasi democrazia matura; nella storia repubblicana italiana, purtroppo, è stata solo l’eccezione.

Ma il significato storico di questa giornata va ancora oltre. Per decenni alla destra italiana è stato spiegato che non avrebbe potuto governare senza rinunciare a una parte di se stessa. Prima doveva essere emarginata, poi sdoganata, quindi rieducata, infine assorbita. È successo esattamente il contrario: quella comunità politica ha attraversato la storia della Repubblica, ha saputo cambiare quando era necessario farlo, ha commesso errori, conosciuto sconfitte e divisioni, ma non ha rinunciato all’ambizione di rappresentare la Nazione.

Il Governo più longevo della Repubblica, allora, non chiude un cerchio. Apre una fase nuova, nella quale non basta più dimostrare che la destra può governare: occorre utilizzare la stabilità conquistata per lasciare un’Italia più forte, più libera, più sicura, più consapevole della propria identità e finalmente capace di pensare al proprio futuro senza vergognarsi del proprio passato.

Pinuccio Tatarella sognava una «destra di governo». Giorgia Meloni ha portato quella destra alla guida della Nazione e oggi ne fa il Governo più longevo della storia repubblicana.

Il record è questo. Ma la storia deve continuare a essere scritta.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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