La guerra delle immagini cruente e il blocco navale

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C’è una sola possibilità che l’Italia riesca davvero a frenare l’invasione di migranti economici che la vede vittima da qualche anno, e che ha riempito le città di quello che fu il Bel Paese di un’umanità disperata, bisognosa di tutto e, di contro, molto spesso anche incapace di adattarsi alla civile convivenza come è intesa a queste latitudini?

A voler riportare le cronache che riempiono le prime pagine dei quotidiani, i servizi speciali dei settimanali, e i telegiornali, parrebbe di no. Sembrerebbe quasi che l’Italia non possa sottrarsi a questo destino “di accoglienza” che se continuasse a progredire così come ha fatto negli ultimi anni, in poco tempo cancellerebbe tutto, storia, cultura e tradizione. Lo hanno capito gli italiani, almeno la maggior parte di essi, che nelle ultime elezioni politiche hanno inviato un messaggio ben chiaro al governo in uscita, dando fiducia a nuove forze politiche che si oppongono a questa invasione incontrollata che, a voler essere obiettivi, sembra perseguire scopi molto più prosaici che non siano quelli della solidarietà e dell’amore per il prossimo esasperato tanto da diventare masochismo.

E così, come l’atteggiamento di totale e arrendevole apertura dell’Italia verso i migranti economici è radicalmente cambiato, è partita una vera e propria crociata contro le democratiche convinzioni di un popolo che non ci sta a venire cancellato, che non accetta la sostituzione etnica, che non vuole permettere a tristi figuri come George Soros di trasformare la propria Terra in un grande campo profughi affinché  multinazionali prive di coscienza e dedite solo al profitto, possano godere di un enorme bacino dove pescare manodopera a basso costo, che annulli cento anni di battaglie per i diritti dei lavoratori o ci condanni alla disoccupazione imperante.

Naturalmente, chi persegue questi scopi, non accetta la sconfitta, non si piega alla rinuncia, e adotta ogni mezzo possibile per riportare le cose a qualche mese fa, quando l’Italia era il capolinea di ogni migrante economico in grado di pagare gli scafisti, negrieri del terzo millennio, molto avvantaggiati però. Non una grande fatica la loro così come ormai si erano organizzati: si prende un qualsiasi oggetto che galleggia, da un gommone che costa 30mila euro a una zattera che a mala pena non affonda, la si stipa di esseri umani, si fa in modo che a bordo ci sia una percentuale seppure modesta di bambini molto piccoli e di donne incinte, e la si conduce al largo delle coste libiche, di solito a un massimo di 5 miglia, quando con un satellitare si fa partire la richiesta di aiuto. E, guarda un po’, proprio da quelle parti, magari solo a una manciata di miglia quando non proprio a un centinaio di metri, ecco incrociare una nave di qualche ONG, queste  misteriose organizzazioni non governative che negli ultimi anni sono spuntate come funghi, quasi che la raccolta di migranti sia un po’ come la corsa all’oro del secolo scorso nel Klondike. A questo punto, rapido trasbordo, e via verso le coste italiane, a scaricare il prezioso carico, donne incinte e bambini in primo piano, spot della disgrazia, immagine dell’accoglienza per facili buonisti, quelli che si strappano le vesti per un bimbo morto in Mediterraneo ma sembrano ignorare completamente le migliaia di morti tra quel milione di esseri umani che dalla guerra del Sud Sudan sta fuggendo verso i confini ugandesi, perché quando sì è davvero “gli ultimi”, soldi per gli scafisti non ci sono e allora si va verso sud, perché a nord c’è il deserto, mica facile da attraversare soprattutto quando anche lì mancano i fondi.

Allora, come si salva l’Italia? Una ricetta precisa forse non esiste, ma chi più chi meno siamo tutti dotati della capacità di ragione, e i fatti – quelli veri, non gli spot “pubblicitari” spesso cruenti da non farti dormire – sono sotto gli occhi di tutti. Perciò, se non vogliamo riempire le nostre città di altri disgraziati abbandonati a se stessi,  facile preda delle mafie e delle delinquenze autoctone, bisogna impedire che arrivino e, allo stesso tempo, che muoiano in mare, magari per perorare la causa dei negrieri a cui corpicini straziati in primo piano fanno davvero comodo. L’unica possibilità, allora, è un blocco navale, concertato a livello europeo e messo in atto il prima possibile. Giorgia ormai lo chiede da anni, sarebbe bene che qualcuno l’ascoltasse.

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