Il Bluff della lepre spagnola

“Parlo in spagnolo a Dio, in italiano alle donne, in francese agli uomini e in tedesco al mio cavallo.” (Carlo V d’Asburgo)

La sfida Italia-Spagna, nel calcio, è sempre un evento, tra rivalità e rispetto reciproco, ma in campo economico questo confronto sta assumendo, in tanti casi, un connotato di scontro tra tifoserie, soprattutto italiane contrapponendo, da una parte, la brillantezza dei decimali di Madrid, capace di viaggiare su ritmi di crescita del PIL del 2,5% nel 2023, del 3,5% nel 2024 e di attestarsi vicino al 2,8% nel 2025, e, dall’altra, la ormai storica fatica di Roma, bloccata su un tasso di crescita stagnante pari allo 0,7% nel 2024 e stimato allo 0,5% nel 2025. Attenzione, però, una lettura puramente quantitativa rischia di distorcere la realtà perché l’analisi della struttura dei due sistemi produttivi, dei rispettivi impianti fiscali e dell’evoluzione dei contesti istituzionali rivela una dinamica ben diversa con la Spagna che sta consumando le proprie riserve congiunturali su fondamenta fragili, per spingere l’accelerazione della crescita, mentre l’Italia resta un gigante industriale imbrigliato da un sistema-Paese che ancora non riesce a liberarne l’enorme potenziale inespresso.

Allora da dove nasce il boom spagnolo?

La crescita aggregata del PIL deriva da una dinamica prevalentemente estensiva, in cui il sistema genera ricchezza addizionale senza che l’efficienza e la produttività per ora lavorata aumentino, ma immettendo massicciamente nuovi fattori produttivi nel circuito economico, prima tra tutti la forza lavoro. La Spagna, nel tempo, ha saputo valorizzare il legame culturale con l’America Latina e le rotte mediterranee, convertendoli in un canale continuo di attrazione demografica a sostegno dei settori ad alta intensità di lavoro ma a basso valore aggiunto, primo fra tutti il turismo che pesa ormai per il 12,5-13% sul PIL nazionale. Questo fenomeno, che vede oggi quasi un 20% della popolazione residente di origine straniera, fa sì che oltre un quinto del PIL spagnolo sia generato dall’apporto diretto della manodopera immigrata e qui un ruolo determinante è giocato anche dai flussi informali e irregolari: centinaia di migliaia di braccia impiegate ai margini del mercato ufficiale (nell’agricoltura intensiva, nei servizi alla persona e nel turismo) erogano prestazioni a costi contenuti e alimentano consumi immediati che gonfiano il PIL, per poi venire ciclicamente riassorbite attraverso sanatorie che trasformano l’economia sommersa in crescita formale. Questo afflusso di manodopera, unito alla spinta temporanea dei fondi europei Next Generation EU e al contenimento dei costi energetici, garantito da un mix basato sulle FER e sostenuto dal base-load nucleare, è diventato un volano straordinario per i consumi interni che, a loro volta, rappresentano un fattore estremamente importante nella crescita del PIL.

C’è un rovescio della medaglia, però, che mostra delle grandi fragilità nella struttura del sistema. Come accennato prima, la produttività totale dei fattori rimane piatta e la crescita del PIL pro-capite reale ne risente sensibilmente, infatti a fronte di un PIL aggregato cresciuto del 3,5% nel 2024, l’incremento pro-capite si è fermato al 2,4%, proprio perché “diluito” dall’aumento della popolazione residente e non supportato da un aumento della produttività del lavoro e l’impatto del turismo d’élite e la concentrazione demografica nelle principali aree metropolitane, inoltre, stanno innescando bolle immobiliari che erodono il potere d’acquisto reale del ceto medio. La Spagna nel post-Aznar, poi, ha progressivamente abbandonato la stagione delle grandi riforme strutturali, scivolando in una frammentazione politica caratterizzata dal ricatto dei populismi trasversali e dei regionalismi. Per mantenere il consenso, l’attuale classe politica ha scelto la via delle strategie congiunturali a breve termine, bruciando il patrimonio infrastrutturale per sostenere l’occupazione a basso valore aggiunto con il rischio che, una volta esaurita la spinta del programma NGEU e con un tasso di crescita potenziale stimato solo tra l’1,5% e l’1,8%, il Paese debba affrontare un brusco risveglio senza disporre di una base tecnologica o industriale autonoma che possa sostenere il “ritorno alla normalità”.

Qualche maligno dirà “Beh, meglio un rallentamento 1,5% che lo 0 virgola qualcosa da noi…”

Si tratta di una semplificazione estrema, spesso figlia di percezione che nasce nel quadro di una miope contrapposizione politica, perché l’Italia presenta una struttura quasi speculare a quella iberica. Nonostante anni di crescita asfittiche, il Paese si conferma la seconda potenza manifatturiera d’Europa e il quarto esportatore netto al mondo dietro a Cina, USA e Germania; l’industria genera il 14-15% del PIL contro l’11-12% spagnolo ed è sostenuta da una rete diversificata di medie imprese multinazionali capaci di presidiare nicchie ad altissimo valore aggiunto, dalla meccanica di precisione alla farmaceutica, dall’automazione alla moda, e questo tessuto produttivo privato ha mostrato una resilienza straordinaria, affrontando le recenti crisi globali con bilanci solidi, una spiccata propensione all’export e una ricchezza netta delle famiglie che garantisce stabilità finanziaria.

Possiamo paragonare la Penisola a un’auto di Formula 1, a livello industriale, che, però, corre con il freno a mano tirato, penalizzato sia a dei limiti strutturali sia da un’architettura istituzionale ostile. 

Il tessuto produttivo italiano, infatti, è letteralmente spaccato in due poiché l’economia è sorretta da un nucleo ristretto di circa 20’000 imprese ad altissima competitività, capaci di generare da sole oltre il 93% dell’export nazionale, che, però, non rappresentano la norma e la vasta base del sistema è occupata da una platea di micro e piccole imprese marginali, cronicamente sotto-capitalizzate, con livelli di produttività pressoché nulli e incapaci di investire in innovazione e competenze. Questa frammentazione e questo nanismo aziendale, spesso alimentate da una cultura d’impresa anacronistica e restìa all’apertura del capitale, unitamente a incentivi che premiano le dimensioni ridotte, finiscono per inficiare il contributo delle aziende leader e per deprimere lo sviluppo. 

A questo si somma il costo dell’architettura statale.

Il cuneo fiscale sul lavoro che sfiora il 45,5% sui salari medi, rispetto al 41,4% spagnolo, finisce per penalizzare doppiamente le imprese trasparenti e ad alta produttività, costrette a farsi carico anche del gettito sottratto dall’economia sommersa che l’Istat stima in 217,5 miliardi di euro, pari al 9,2% del PIL (con un’economia non osservata totale stimata al 10,2%). A questo, poi, si aggiungono i tempi della giustizia civile, che agiscono come una tassa fissa sull’attività d’impresa disincentivando gli investimenti esteri; l’incertezza normativa che ne deriva disincentiva le aziende sane dal fare il salto dimensionale per non finire nel mirino burocratico e mantiene in vita realtà inefficienti che sopravvivono ai margini della legalità o sfruttando le pieghe dell’assistenzialismo. 

C’è, infine, il problema del debito pubblico che, arrivato oggi oltre il 137% del PIL, leva ossigeno a tutto, poiché il pagamento degli interessi assorbe risorse importante impedendo di destinarle, ad esempio, a investimenti veri sul futuro come ricerca, istruzione e politiche industriali selettive. Nel contempo, la contrazione demografica, esattamente al contrario di quanto accade in Spagna, genera l’illusione statistica di un PIL pro-capite in tenuta, cresciuto dello 0,8% nel 2024 a fronte di un PIL totale allo 0,7%, solo perché diviso tra un numero sempre minore di residenti.

Al di là della narrazione che si trova spesso sui social o su giornali di opinione, il vero confronto tra le due economie si gioca sul rapporto tra prelievo fiscale e valore restituito dalle istituzioni: Pur registrando stime di economia non osservata totale inferiori (tra il 6% e il 9%), non ufficiali perché l’INE contrariamente a ISTAT non pubblica un report annuale sul fenomeno, la Spagna offre una percezione di efficienza amministrativa e procedurale decisamente più fluida rispetto all’Italia, accompagnata da una pressione fiscale nettamente inferiore. Il Bel Paese richiede contributi da Paese nordico, ma restituisce servizi disomogenei e una burocrazia che spesso opera come un ostacolo anziché come un facilitatore e la radice di questo scollamento è storicamente politica poiché le riforme strutturali orientate alla crescita richiedono tempistiche comprese tra i 5 e i 10 anni che è un orizzonte incompatibile con la cronica instabilità dei governi italiani, condizionati da una vita media di soli 14 mesi e da campagne elettorali permanenti; la Spagna, invece, ha importato il vizio dell’instabilità e della polarizzazione dopo aver beneficiato delle riforme degli anni ’90, che, purtroppo, qui sono state spesso ben impostate e, poi, cancellate o neutralizzate dalla maggioranza di governo seguente.

Forse oggi la prospettiva potrebbe mutare, questo perché la prospettiva di una continuità di governo su un arco temporale decennale, cosa mai vista nella storia repubblicana, potrebbe realizzarsi per la prima volta e, se la stabilità politica verrà convertita in reale capitale di riforma, il sistema produttivo italiano potrà finalmente esprimere il proprio potenziale, superando la zavorra burocratica e compensando i vincoli demografici con guadagni d’efficienza. La Spagna rischia di mostrare la fragilità del proprio modello non appena il ciclo turistico e i fondi straordinari torneranno alla normalità, lasciando il Paese con una struttura a bassi salari e scarsa innovazione autonoma mentre l’Italia si gioca la possibilità di completare la modernizzazione dello Stato. Se la classe politica saprà sfruttare la stabilità di governo per varare riforme pro-crescita, l’economia reale potrà riprendere a correre sui mercati con una velocità che gli attuali indicatori non possono ancora prevedere.

Resta aggiornato

Invalid email address
Promettiamo di non inviarvi spam. È possibile annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.
Matteo Gianola
Matteo Gianola
Fin da piccolo amavo scrivere e comunicare quello che pensavo e quello che sapevo (potrei dire anche quello che credevo di sapere) perché solo dal confronto può innescarsi una crescita personale e, anche, collettiva. Dopo la laurea in economia e l’inizio del lavoro in banca ho tentato di seguire quello che amavo, iniziano a scrivere per testate come the Fielder, Quelsi, e l’Informale fino a giungere a In Terris e, oggi, pure qui. Mi occupo principalmente di economia, politica e innovazione digitale, talvolta sconfinando anche nella mia passione, la musica.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche

Articoli correlati