«Non tenete la fede in Gesù Cristo solo per voi stessi, ma lasciatela traboccare per dissetare e colmare le persone che incontrate». Le parole pronunciate da Papa Leone XIV a Parigi hanno la forza di una chiamata e, insieme, di una sferzata, perché sono rivolte ai cristiani, ma interrogano soprattutto un Occidente che sembra avere smarrito non soltanto la fede, bensì persino il coraggio di riconoscere le proprie radici.
Da tempo ci siamo abituati a considerare la religione una questione esclusivamente privata, da custodire con discrezione e possibilmente senza mostrarla troppo: la fede viene tollerata finché rimane confinata nella coscienza individuale, mentre diventa quasi sconveniente quando entra nella vita pubblica, orienta un giudizio e ricorda che esistono principi che non dipendono dalle mode del momento.
Non si tratta della laicità dello Stato, conquista preziosa che nessuno mette in discussione, ma di qualcosa di molto diverso: una forma di vergogna culturale nei confronti di noi stessi, alimentata per decenni da una visione progressista che ha confuso l’apertura con lo sradicamento, il rispetto delle altre culture con la rinuncia alla propria e la neutralità delle istituzioni con la rimozione del cristianesimo dalla storia europea.
Siamo diventati esitanti nel pronunciare parole come fede, identità, tradizione e appartenenza; abbiamo rimosso simboli, neutralizzato il linguaggio e cancellato i riferimenti cristiani dalle nostre festività nel timore che la nostra storia potesse offendere qualcuno, fino al paradosso di essere l’unica civiltà alla quale viene chiesto di non riconoscersi più. Lo stesso multiculturalismo che pretende dall’Occidente una neutralità assoluta considera invece naturale che ogni altra comunità rivendichi con orgoglio la propria cultura e la propria religione.
L’immagine degli ottocentomila fedeli riuniti nel cuore di Parigi racconta, però, una realtà diversa, perché nella Francia che ha fatto della laicità quasi una religione civile una folla immensa si è raccolta attorno al Papa. Ancora più significativo è l’aumento dei battesimi degli adulti, uomini e donne cresciuti nella società secolarizzata che scelgono consapevolmente di avvicinarsi alla fede.
Il bisogno di Dio, evidentemente, non è stato cancellato, ma soltanto coperto dal rumore, dal consumo e dall’illusione che la libertà coincida con l’assenza di qualsiasi legame. L’uomo, tuttavia, non vive soltanto di possibilità, perché ha bisogno di un’origine, di un significato, di una comunità e di un destino e, quando tutto diventa provvisorio, anche la libertà finisce per trasformarsi in solitudine.
L’invito del Papa a non nascondere la fede non è una richiesta di esibizionismo religioso né la pretesa di imporre un credo, poiché la fede autentica non ha bisogno di urlare, ma neppure di chiedere scusa per esistere. Essa si manifesta nella coerenza, nella capacità di costruire legami, nella difesa della vita e della dignità umana, nell’attenzione verso chi è fragile e nella disponibilità ad assumersi responsabilità, perché condividere la fede significa innanzitutto renderla visibile attraverso il modo in cui si vive.
Leone XIV ha parlato anche di una Nazione capace di rinnovarsi a partire dalle proprie radici irrigate dalla fede, offrendo un’immagine sulla quale la politica europea dovrebbe riflettere seriamente: le radici non impediscono a un albero di crescere e di aprirsi verso l’esterno, ma gli consentono di restare in piedi. Senza radici non c’è apertura, ma sradicamento; non c’è dialogo, ma la resa davanti a identità più consapevoli e determinate della nostra.
Un’Europa che rinnega le proprie radici giudaico-cristiane non diventa più neutrale o più moderna, ma semplicemente più debole, perché rinuncia alla sorgente dalla quale sono nati il riconoscimento della dignità irriducibile della persona, il limite imposto al potere, la cura dei poveri, gli ospedali, le università e una parte decisiva della nostra idea di libertà. Si può credere oppure no, ma non si può comprendere l’Europa cancellando il cristianesimo dalla sua storia, così come non si può costruire il futuro di una civiltà convincendola a vergognarsi del proprio passato.
Le parole di Papa Leone XIV arrivano dunque nel momento giusto e rappresentano un richiamo salutare per un Occidente che ha finito per confondere l’identità con la chiusura e la consapevolezza delle proprie radici con il rifiuto degli altri. È vero il contrario: soltanto chi sa da dove viene può incontrare davvero l’altro senza dissolversi, perché il dialogo presuppone due identità, non la rinuncia preventiva di una delle due.
L’Occidente non deve imporre la propria fede, ma deve smettere di vergognarsene. Questo, in fondo, è il significato più profondo della sferzata del Papa: se continueremo a nascondere ciò che siamo stati e ciò che ancora siamo, non diventeremo più aperti, più liberi o più tolleranti, ma sempre più trasparenti, fino a scomparire.



























