La sinistra e la leggenda del Fini “antifascista”.

Solo quando si alzò a declamare il “che fai mi cacci’”, la sinistra lo adottò in pieno. Ma era il 2010, con il fascismo tutto questo non aveva nulla a che fare.

A sinistra, lo sappiamo, amano scegliersi i leader avversari. Forse perché, ad essere maliziosi, non sono capaci di selezionare i loro, visto che poi li accoltellano dopo pochi mesi. E mentre nella Prima Repubblica per il Pci la Dc era “la peggiore del mondo”, corrotta, mafiosa, financo stragista (salvo poi consociarsi con questa sottobanco) nella seconda Repubblica nacque il fantasma della “vera destra repubblicana”. Quella che secondo i progressisti  mancherebbe, per rozzezza e ignoranza del popolo Italiano, il quale invece di questa destra “moderna e civile” si è scelto prima Berlusconi, poi e ora Meloni. Che caratteristiche deve avere questa “destra moderna” detta anche “europea”? deve in primis pensarla come la sinistra, in secundis non possedere alcuna identità. Ma soprattutto, deve essere perdente, nel senso di perdere le elezioni.

Non si tratta solo di accademia. Per anni la sinistra ha corteggiato, contro il leader della destra grezza che la metteva in pericolo, qualcuno che lo pugnalasse dall’interno. Terreno preparato dai giornali e dai media che smettevano di demonizzare il tizio in questione e cominciavano a assegnarli patenti di “civiltà”: cosi successe per Bossi quando doveva far cadere il governo Berlusconi nel 1994, poi con l’odiato Cossiga quando spaccò il centro destra di opposizione per formare il governo d’Alema, con Marco Follini durante il secondo governo Berlusconi, quindi con Casini durante il breve periodo del secondo governo Prodi. L’operazione più grossa, con maggior successo anche per i danni arrecati, fu senza dubbio la cattura di Fini.

E’ passato molto tempo ma ora che si tratta di puntare la mira su Giorgia Meloni, l’ultimo segretario del Msi ritorna buono per contrapporlo alla presidente di Fratelli d’Italia. “Lui si, che aveva rotto con il fascismo, e da subito”, si alza il coro dai salotti milanesi e dalle terrazze romane. Preceduta da una campagna di amici e di consiglieri intellettuali dell’ultimo Fini,  oggi è riapparso l’ex presidente della Camera stesso, con dichiarazioni di cui rende conto Fabio Martini sulla “Stampa”. Per la verità, Fini si limita a spiegare che la rottura con il fascismo avvenne con le tesi di Fiuggi di An del 1995 e, in quanto presidente della Camera, a far notare, a nostro avviso giustamente, che un partito politico non può essere sciolto dal Parlamento. Ma il passaggio finale del pezzo di Martini è significativo: mentre Fini nel 1995 aveva rotto con Rauti, “la reticenza di Giorgia a prendere le distanze dai picchiatori di Forza Nuova” è “fuori linea” anche rispetto … ad Almirante.

Non sono uno storico della destra ma da un punto di vista storico, appunto, mettere assieme Rauti, i picchiatori, Almirante, le tesi di Fiuggi pare più che altro finalizzato a gettare fango su Meloni… oltre al fatto che la presidente di le distanze dai “picchiatori” le ha prese eccome.

Il pezzo di Martini non fa che rinverdire la leggenda nera, giusto per proporre una facile battuta, quella di Fini presso la sinistra italiana. Una leggenda che tuttavia non coincide con la storia reale. Oggi ci raccontano che Fini avrebbe creato la destra repubblicana fin da Fiuggi nel 1995. Peccato che allora le tesi furono considerate in continuità con il fascismo da tutta la sinistra, che addirittura condusse esponenti del partito socialista europeo a mozioni, fortemente ispirate dall’Italia, in cui si esprimeva preoccupazione sulla partecipazione dei fascisti, appunto, al governo e in cui si chiedevano sanzioni. Fini del resto, poco tempo prima, durante la campagna elettorale del 1992, aveva affermato che il suo obiettivo era costruire un “fascismo del Duemila”.

Ma anche dopo Fiuggi, non è che il segretario di An entrò nelle grazie della sinistra. Nel 1998, ad esempio, quando disse che un omosessuale non poteva esercitare il ruolo di mastro elementare fu coperto da insulti di tutti i tipi, mentre durante i fatti di Genova fu considerato, e a lungo, l’ispiratore della “polizia cilena” come aveva detto D’Alema. E poi ancora, la legge che regola ancora oggi l’ e che introduce il reato di clandestinità, accusata da sempre dalla sinistra di essere razzista (ma che poi non ha cambiato quando è stata al governo) si chiama Bossi – Fini, e il Fini in questione è quel Fini li, quello della destra repubblicana.

Per lungo tempo anche dopo Fiuggi, a sinistra Fini fu considerato insomma, ancora troppo legato al fascismo. Fin nel 2008, quando venne eletto presidente della Camera, e non più di An ma del Pdl, su “Repubblica” apparvero interventi inquieti perché un uomo con quel passato, da cui non aveva preso ancora le distanze…

Fini smise per la sinistra di essere il “fascista” non quando organizzò il viaggio in Israele e gli fu attribuita la frase sul fascismo “male assoluto”, cioè nel 2003, ma molto tempo dopo, a partire dal 2009, quando, assieme ad altre uscite come quelle a favore del voto agli immigrati e alla fecondazione eterologa, cominciò a contrapporsi platealmente a Berlusconi. Quanto alla dichiarazione di “antifascismo”, per cui “chi è democratico è a pieno titolo antifascista” Fini la pronunciò alla Festa di Atreju del 2008. E anche li, la sinistra di allora, come riporta l’articolo di “Repubblica” del 13 settembre 2008, non era soddisfatta. Per Veltroni, allora segretario del Pd (ancora per poco), per Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio (ancora per poco) e per Antonio Di Pietro, Fini era stato ancora troppo ambiguo.

Solo quando si alzò a declamare il “che fai mi cacci’”, la sinistra lo adottò in pieno. Ma era il 2010, con il fascismo tutto questo non aveva nulla a che fare, e da li cominciò la parabola finale non solo di Fini ma anche del berlusconismo e pure della destra, se Giorgia Meloni, assieme a pochi altri, non avesse deciso di farla risorgere.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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