Si avvicina l’autunno, quando le primarie del centrosinistra sembravano ormai destinate a svolgersi per scegliere il candidato alla guida della coalizione, e ora la sinistra scopre improvvisamente di poterne fare a meno. Non perché abbia trovato un metodo migliore. Ma, molto più semplicemente, perché teme che il confronto possa far emergere tutte le contraddizioni che tiene faticosamente insieme. Insomma, hanno tremendamente paura di litigare. Una paura ragionevole, visti i precedenti e viste le tante discordie che, a dire il vero, ancora attraversano il famigerato campo largo.
Il problema, infatti, non sono le primarie in sé, ma effettivamente ciò che potrebbero rivelare, tutto il marcio sapientemente nascosto, non troppo bene a dire la verità. Perché dietro l’immagine rassicurante di una coalizione unita (a cui spesso e volentieri manca Matteo Renzi, non un nome qualsiasi), convivono posizioni profondamente diverse e si continuano ad annidare tante divisioni. Non solo nella scelta del candidato premier imposta dalla legge elettorale, ma anche nei temi, nei programmi comuni. Basta poco per far saltare l’equilibrio: la leadership, il programma, la politica estera, il rapporto con il Movimento 5 Stelle e con l’area centrista. Perfino il metodo con cui scegliere il futuro candidato premier rischia di diventare un pomo della discordia. Così, meglio rinviare.
Lo dicono le parole che arrivano da diversi esponenti del centrosinistra, anche di spicco. Tra tutti, Roberto Speranza ha detto al Corriere: “Con le primarie si rischia di perdere consensi, un clamoroso autogol”. Lo stesso pensa anche Graziano Delrio: Le primarie non sono un concorso di bellezza e bisogna quindi provare a costruire una posizione comune. Dunque, le primarie potrebbero essere divisive, potrebbero alimentare tensioni, potrebbero addirittura fare più danni che bene. E allora la soluzione sarebbe quella di evitare lo scontro, mettere tutto sotto il tappeto e arrivare alle elezioni con una coalizione che, almeno sulla carta, possa presentarsi compatta. Salvo poi litigare dopo, quando in mano si ha la responsabilità di circa 60 milioni di italiani… La domanda è semplice: se oggi non riescono a mettersi d’accordo sul candidato premier, cosa succederà domani davanti a una legge di bilancio? E sulla politica estera? Quando in generale bisognerà governare l’Italia?
E mentre il centrosinistra cerca di non litigare ancora prima di presentarsi alle urne, dall’altra parte il centrodestra mostra tutta la sua stabilità da quattro anni guidando il Governo – a breve – più longevo della storia repubblicana. Un Governo con una leadership forte e una maggioranza che, nonostante le normali e fisiologiche discussioni, governa insieme. La differenza, insomma, è tutta qui: il centrodestra discute per governare, la sinistra rischia di non discutere per paura di scoprire quanto sia difficile governare insieme.
Infine, il lato paradossale: quella stessa sinistra che per anni ha celebrato le primarie come lo strumento più democratico per scegliere la propria leadership, oggi sembra volerle evitare. Peccato però che, se mai dovessero vincere, a quel punto la sinistra si ritroverebbe ad affrontare al contempo crisi di partito e problemi degli italiani. Meglio, dunque, tenerla lontana da Palazzo Chigi.



























