AfD ha appena ottenuto il 43,8 per cento dei voti in Sassonia, staccando nettamente la Cdu, ferma al 17,2 per cento. Eppure, nel linguaggio pressoché automatico di gran parte dei media europei, la prima rimane “estrema destra”, mentre la seconda continua a essere classificata semplicemente come una forza conservatrice.
Al netto del giudizio su AfD, è questa apparente contraddizione a meritare una riflessione: quelle definizioni descrivono oggettivamente la realtà oppure sono il prodotto di una valutazione soggettiva che, a forza di essere ripetuta, abbiamo finito per considerare un dato di fatto?
La distinzione è tutt’altro che accademica. Se prendessimo in prestito dalla statistica il concetto di distribuzione, definiremmo “estremi” i fenomeni che si collocano nelle code, quelli numericamente più lontani dalla parte prevalente della popolazione osservata. La politica, naturalmente, non è matematica, il consenso non rende automaticamente giusta o moderata un’idea e una percentuale elettorale non può sostituire una categoria politologica.
Ma il paradosso rimane: quando una forza raccoglie oltre quattro voti su dieci e continua a essere definita “estrema”, diventa quantomeno legittimo domandarsi quale criterio stiamo utilizzando per definirla tale. È qui che il caso tedesco smette di riguardare soltanto la Germania e apre una questione molto più grande: il confine, sempre più confuso, tra oggettività e soggettività nel modo in cui l’Occidente racconta se stesso.
Negli ultimi decenni una parte del sistema culturale occidentale ha progressivamente conquistato la capacità di stabilire non soltanto quali idee siano giuste o sbagliate, ma persino quali possano essere considerate accettabili. Media mainstream, università, ONG, organizzazioni internazionali e industria culturale hanno prodotto categorie, definizioni e gerarchie che nel tempo hanno finito per acquisire l’apparenza della neutralità. La soggettività non è scomparsa: semplicemente ha smesso di dichiararsi tale.
Prendiamo proprio l’espressione “estrema destra”. Quando viene utilizzata per descrivere una forza politica, difficilmente il lettore si domanda quale criterio oggettivo sia stato utilizzato per attribuirle quella definizione. Quali sono i parametri? Chi li ha stabiliti? Perché alcune posizioni vengono qualificate come “estreme”, mentre altre, altrettanto ideologiche e radicali nella trasformazione della società che propongono, vengono semplicemente definite “progressiste”?
La risposta diventa ancora più interessante osservando quanto sia cambiato in pochi decenni il significato attribuito a posizioni che appartenevano al senso comune occidentale. Difendere i confini di una Nazione, pretendere che l’immigrazione sia governata, sostenere che chi arriva debba integrarsi rispettando leggi, cultura e valori della società che lo accoglie, considerare la famiglia fondata su un uomo, una donna e i loro figli il nucleo fondante della società, riconoscere la differenza biologica tra i sessi, difendere l’identità nazionale o affermare che un governo debba tutelare innanzitutto gli interessi dei propri cittadini non rappresentavano, fino a pochi decenni fa, il catalogo dell’estremismo.
Oggi basta mettere insieme alcune di queste posizioni per ritrovarsi facilmente collocati nella categoria della “destra radicale”.
Il punto non è negare che a destra esistano posizioni estremiste, così come esistono a sinistra. Sarebbe semplicemente falso. Il problema nasce quando una determinata visione culturale acquisisce il potere di classificare tutte le altre e le proprie categorie diventano il linguaggio ufficiale attraverso il quale la realtà viene raccontata. A quel punto una posizione non deve più essere confutata: basta definirla “estrema”, “radicale”, “populista”, “xenofoba” o “fascista” e l’etichetta prende il posto del confronto.
È successo anche in Italia. Per anni Fratelli d’Italia è stato raccontato da una parte della stampa internazionale attraverso la lente dell’“estrema destra”. Poi gli italiani lo hanno portato al governo e Giorgia Meloni è diventata il presidente del governo più longevo della storia repubblicana; negli Stati Uniti Donald Trump, dipinto dopo il 2020 come un’anomalia destinata a essere espulsa dalla storia dell’America, è tornato alla Casa Bianca; in Germania cresce AfD. Nel frattempo in tutta Europa guadagnano consenso forze che contestano immigrazione incontrollata, globalismo, follie green, ideologia woke e cessione di sovranità nazionale.
Liquidare tutto questo come una contemporanea epidemia di estremismo rischia di essere una spiegazione molto comoda, soprattutto per chi non vuole interrogarsi sulle ragioni per cui milioni di cittadini stanno respingendo le politiche degli ultimi decenni.
C’è poi un ulteriore passaggio, reso ancora più importante dall’intelligenza artificiale: un algoritmo non possiede magicamente uno sguardo neutrale sulla realtà, apprende da testi, classificazioni, fonti e sistemi di conoscenza prodotti dagli uomini. Se media, università, ONG, enciclopedie e istituzioni hanno progressivamente incorporato determinate categorie culturali, l’intelligenza artificiale rischia inevitabilmente di ereditarle e riprodurle. Con un’aggravante: ciò che ieri arrivava dalla penna di un editorialista chiaramente riconoscibile come portatore di un punto di vista, oggi può essere restituito da una macchina con l’apparenza asettica dell’oggettività.
È un problema enorme, perché riguarda la costruzione stessa della conoscenza nel XXI secolo. Se una valutazione soggettiva viene ripetuta da abbastanza fonti considerate autorevoli, finisce per trasformarsi in una sorta di verità certificata; quelle stesse fonti vengono poi utilizzate per addestrare sistemi chiamati a stabilire quali informazioni siano attendibili. Il circuito, a quel punto, si chiude.
Ed è qui che si consuma la truffa dell’estremismo: non nell’esistenza degli estremisti, che ci sono e ci saranno sempre, a destra come a sinistra, ma nel presentare come oggettiva una definizione che oggettiva non è.
Il 43,8 per cento è un dato, “estrema destra” è un giudizio.
Il primo si misura, il secondo si discute: confonderli significa fare propaganda chiamandola informazione.



























