L’Antimafia di sinistra e il suo pregiudizio ancora vivo per Falcone. Travaglio conferma

Ad ogni anniversario delle stragi di mafia che uccisero i Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, soprattutto da quando è in carica il Governo Meloni, non mancano polemiche sgradevoli costruite ad arte da chi si arroga il diritto di decidere quale schieramento politico-culturale possa celebrare il ricordo dei due magistrati assassinati da Cosa Nostra e quale invece debba stare zitto. A destra, visto che non siamo stalinisti e manichei, abbiamo sempre pensato che più si è, meglio è, per quanto riguarda l’impegno di tutta la Nazione a non dimenticare mai il sacrificio di Falcone e Borsellino, trasmettendone i valori a giovani e giovanissimi nati ben dopo.

Tuttavia, spesso vengono alimentate delle diatribe così strumentali e ipocrite, ad opera di alcune facce di tolla incredibili, da spingere anche noi a fare qualche distinguo. Mai ci permetteremmo di dire che la sinistra non possa ricordare Falcone e Borsellino, ma ci sentiamo nel giusto se affermiamo che quella parte politica non abbia quantomeno le carte in regola per trasformare oggi i due Giudici in eroi appartenenti al pantheon postcomunista. Questo proprio no perché Giovanni Falcone in particolare, insieme ad un Paolo Borsellino comunque non visto bene in certi ambienti in quanto non omologabile, fu boicottato ed emarginato in mille modi, tutti documentati e palesi, dalla cosiddetta antimafia di sinistra, quella delle toghe rosse preponderanti nel CSM e di partiti e giornali collegati ad esse, (il campo largo odierno è erede e prosecutore di tutto ciò). Falcone veniva digerito molto male a sinistra per il suo protagonismo e subiva forse un odio anche dal punto di vista umano. Un’ostilità che, a quanto pare, dura tutt’oggi nonostante Giovanni Falcone non sia più tra noi dal 1992. Le sinistre, togate e parlamentari, osteggiavano apertamente Falcone da vivo e poi, certo, una volta morto hanno iniziato a lodarlo, e Paolo Borsellino ha avuto pressappoco la stessa sorte.

Dopo la strage di Capaci, nessuno a sinistra ha più avuto il coraggio di opporre i tanti se e gli innumerevoli ma di prima di fronte alla figura del magistrato, ma il pregiudizio non è mai scomparso del tutto e una conferma è giunta da Marco Travaglio, il quale, se non altro e fra tutti i militanti dell’antimafia di sinistra, è a volte il meno ipocrita e non si sforza di nascondere un sentimento che esiste in quel mondo e che però viene mascherato dalle facce di tolla. In una polemica mirata a difendere il suo amico caduto in disgrazia Sigfrido Ranucci, il direttore de il Fatto Quotidiano ha voluto ricordare l’incarico ottenuto da Giovanni Falcone nell’ambito del settimo Governo Andreotti. L’intenzione di Travaglio non è stata certo quella di fare una semplice citazione storica, ma piuttosto di indicare, con quel “lavorava per Andreotti”, come il Giudice tanto osannato per la lotta alla mafia collaborasse in realtà con il divo Giulio e il potere democristiano di allora, associati in automatico a Cosa Nostra dai teoremi giudiziari di politici, giornali e magistrati di sinistra.

Infatti, l’uscita di Travaglio ha provocato indignazione diffusa, a partire da Maria Falcone, sorella del magistrato, che ha definito le parole del giornalista indegne ed evidenziato il lavoro di suo fratello, sempre al servizio dello Stato, non di un colore politico o di un singolo leader. Giovanni Falcone giunse nel 1991 a dirigere la sezione Affari Penali del ministero della Giustizia durante il settimo governo di Giulio Andreotti, chiamato a Roma dal ministro socialista Claudio Martelli, ed ebbe questo compito dopo anni di boicottaggi che finirono per ridurre lo spazio d’azione del Giudice. Secondo molti storici, Falcone iniziò a morire, non ancora fisicamente, ma moralmente, già nel gennaio del 1988. Dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto, capo del Pool Antimafia, Giovanni Falcone avrebbe dovuto succedergli, ma il Consiglio Superiore della Magistratura votò invece per Antonino Meli, il quale smantellò il Pool, disperse le indagini sulla mafia, prima seguite da una sola struttura e isolò Falcone. Il fallito attentato dell’Addaura, del 21 giugno 1989, fu vergognosamente attribuito, seppur in maniera vigliacca e indiretta,  da settori politici, giornalistici e persino della magistratura, allo stesso Falcone che avrebbe inscenato un finto attacco per ragioni di pubblicità e carriera. Il magistrato, amareggiato più da questi veleni che dalle reali minacce che cominciavano ad arrivare dalla mafia,  parlò di “menti raffinatissime”.

Nell’estate del 1989 circolarono lettere anonime all’interno del Tribunale di Palermo, firmate da quello che è rimasto nella Storia come il Corvo di Palermo e colme di fango usato per sporcare l’immagine di Falcone per l’ennesima volta. Nel 1990 il Giudice si propose come Alto commissario per la lotta alla mafia e dopo per il posto di Procuratore della Repubblica di Palermo, e anche lì, il CSM scelse di nuovo un altro magistrato, Pietro Giammanco, che si rivelò ostile verso il lavoro di Falcone. Non gli fu concesso dai soliti noti di creare e guidare la Procura Nazionale Antimafia, la cosiddetta Superprocura. Non dimentichiamo, infine, la delegittimazione televisiva orchestrata dall’ex Sindaco di Palermo Leoluca Orlando Cascio. La mafia uccise Giovanni Falcone fisicamente, ma l’annientamento professionale e morale risale a prima di Capaci.

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Roberto Penna
Roberto Penna
Roberto Penna nasce a Bra, Cn, il 13 gennaio 1975. Vive e lavora tuttora in Piemonte. Per passione ama analizzare i fatti di politica nazionale e internazionale da un punto di vista conservatore.

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