L’assenza inaccettabile del “padre”. L’autorità cancellata dal ’68.

In occasione della festa delle donne, in alcuni istituti superiori di Padova c’è stata una iniziativa della Rete degli studenti medi: molti adolescenti si sono presentati a scuola con gonne e smalto perché questo “vuole essere un gesto simbolico di solidarietà nei confronti di tutte le ragazze a cui viene detto di coprirsi”, e ancora “Lottiamo con le nostre compagne per una società meno patriarcale”.

Motivazioni assolutamente assurde, che mi fanno provare sincera compassione per questi ragazzi perché per mezzo di queste manifestazioni mostrano tutta la loro debolezza e, ad intuito, l’assenza di un Padre che sappia coniugare la paternità intesa nella sua accezione più nobile.

Si badi bene, come “assenza del padre” non si intende quella fisica (anche se c’è anche questa oggigiorno), ma quella intesa come “auctoritas” in grado di proteggere, guidare e far crescere, la quale autorità è in stretta relazione con la Rivelazione e tradizione cristiana, dunque in ultima istanza con la Verità; per paternità si intende la potenzialità che ogni uomo ha di diventare padre pur non diventandolo, in quanto insita nella natura di ognuno di noi (compresa la maternità per le donne).

A riguardo si legga il bellissimo libro di Risè, “Il padre l’assente inaccettabile”, che con tanto di dati statistici mostra i danni sociali di questo fenomeno.

Dunque, come dicevamo, spesso i padri di oggi seppur presenti sono assenti in quanto “violentati” spiritualmente e metafisicamente dalla rivoluzione del ’68, che, ricordiamolo, fu un fenomeno artificiale e studiato a tavolino e tutt’altro che spontaneo: l’ uomo occidentale contemporaneo è una novità assoluta nella Storia, in quanto debole, pavido, decrepito e incapace di pensare e agire in grande, perché sprofonda nell’abisso della sua mediocrità intellettuale e materiale, viziosa e oziosa.

La fa da sfondo una concezione democratista, in senso metafisico e non politologico del termine, della vita: siamo tutti fratelli e sorelle senza alcun padre, orfani soli e abbandonati (la rivoluzione inglese e francese nell’evo moderno ne sono una testimonianza).

Ergo, che senso ha “proteggere” e amare la propria donna se siamo pari? È logico che un pari senta molto meno questo compito, e queste manifestazioni, ahinoi, non sono nient’altro che una offesa alla donna stessa, così come la tanto professata emancipazione, che non è altro che una degradazione della stessa donna, se pensiamo alle cosiddette leggi sulle pari opportunità: una donna è meritevole per le sue virtù o per effetto di una legge che obbliga ad equiparare donna – uomo ? Oramai, questi due termini, si voglia per la rivoluzione sessuale, si voglia pera cultura gender e per l’attacco politico e ideologico al concetto stesso dell’istituzione famigliare, anziché complementari sono diventati manichei, con il risultato che uno dei due prevarichi sull’altro, e questo avviene più sovente ai danni dell’uomo e della sua paternità.

Ma ritornando al concetto stesso di padre inteso come autorità (e non come autoritario), non si può non far riferimento al concetto di Pietas che ha contraddistinto non solo la civiltà greco romana, ma ogni civiltà: perché La Pietas non è altro che quell’insieme di valori tradizionali che fa sì che ognuno di noi formi la sua identità, identità alla quale siamo chiamato a dar conto attraverso il rispetto e l’onore che si rende a Dio, alla Patria,  ai propri genitori ed anche alle istituzioni, politici, poliziotti, sacerdoti e maestri. Tutti questi elementi rappresentano l’autorità, nel filo conduttore della già citata Pietas.

Nella società contemporanea, sono forse rispettate queste autorità che hanno contraddistinto la nostra Storia e quella di qualsiasi altra civiltà? La risposta è assodata. È chiaro che in questo contesto si colloca anche la figura del padre assente citata all’inizio di questo scritto, ovviamente assieme alla figura diventata anacronistica della madre: perché quando viene a mancare solo uno degli elementi della Pietas, crolla tutto, dando spazio alla barbaria. Ne consegue che l’uomo contemporaneo, incapace di essere tale ed anzi, contento di essere strumento di una ideologia come quella femminista (i fatti di Padova lo mostrano), la quale rientra nel concetto di Rivoluzione, vada volentieri quanto inconsciamente contro la Pietas: bestemmia, è apolide, manca di rispetto ai suoi genitori e a qualsiasi altra autorità. Ma la “chicca” di questa manifestazione è il concetto, da parte di questi ragazzi, di andare contro il “patriarcato”.

Come direbbe Platone nello schema del suo “Il sofista”, sarebbe interessante mettersi d’accordo sul nome e concetto stesso di “società patriarcale”, perché si potrebbe avere in comune solo quello, piuttosto che la definizione. Ma non è difficile capire, viste le dichiarazioni, che le suddette associazioni intendano la civiltà patriarcale come qualcosa di brutto e oppressivo a priori: è la tipica dialettica rivoluzionaria giacobina, ovvero di assolutizzare e mistificando qualsiasi argomento possa tornare comodo ai propri fini, abolendo in un batter d’occhio quel sano principio dialettico della non contraddizione che ha contraddistinto il dibattito nella nostra storia.

Dunque, se tutte le civiltà della storia sono state patriarcali, un motivo c’è : fino al sorgere della società ideologica, ogni secolo veniva definito “secolo uscente”, ovvero si vedeva l’allontanarsi dall’aurea classica che avvolgeva il nostro passato, perché noi oggi siamo vittime di ideologie, le quali sono sorte nel Settecento, secolo che vide l’instaurarsi della prima civiltà progressista della storia, la quale sarà (ed è) in grado di affermarsi quanto più saprà denigrare e scardinare tutto quanto è avvenuto in passato: eccola la Rivoluzione, e tra questo scardinamento rientra ovviamente il concetto stesso di patriarcato legato alla figura di padre e paternità, che non riguarda di certo le donne vittime di violenze ed eccessi avvenuti nei secoli passati, che sono ovviamente episodi deplorevole ed insiti a quella parte della natura umana malvagia che mai sarà cambiata ahinoi ma che non mette in discussione quei principi della nostra Tradizione che si forgia su una Verità.

Oggi dunque assistiamo alla lotta ad un tipo di uomo, vale a dire all’uomo integrale perché spirituale, all’uomo non democratista, che sappia prendersi cura della propria famiglia oltre il proprio narcisismo e che non abbia paura di diventare padre, applicando quel sacro principio romano “de mininimis non curat pretor”: il pretore, è una macchina da guerra fatta per le grandi cose. Si chiama responsabilità, e oggi l’uomo contemporaneo, che vive un essere per la morte citando Heidegger, fugge dalle proprie responsabilità di qualsiasi natura esse siano. Ma è questo ciò che vuole certa ideologia, ovvero una autorità assente, che degenera in maniera naturale in autoritarismo spietato, la quale è tomba di quell’autorità sacrale di cui riveste la Pietas.

Infine, non possono non venirci in mente due passi tratti da due opere che hanno forgiato la cultura occidentale: l’Odissea e L’Eneide, Telemaco ed Enea, i quali rispettivamente affermano: “Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”, e “Su, dunque, diletto padre mio, salimi sul collo, ti sosterrò con le spalle, e il peso non mi sarà grave; dovunque cadranno le sorti, uno e comune sarà il pericolo, una per ambedue la salvezza”.

Quanto vogliamo il ritorno del Padre.

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