La vittoria di Giorgia Meloni nell’ottobre del ’22 aveva già alzato, e non di poco, il livello di preoccupazione dell’area progressista, ma c’era ancora da sperare che il primo governo italiano a trazione destra inciampasse, durasse poco, si neutralizzasse da solo, magari tra feroci liti di partito o di coalizione. Oggi lo possiamo dire, non è andata così: la scorsa settimana il Governo Meloni è diventato il più longevo della storia italiana, facendo calare imbarazzo e silenzio su quella lunga marea di delatori e gufi che speravano in una rapida debacle.
Non solo. A distanza di quasi quattro anni si moltiplicano i segnali di un allontanamento sempre più convinto e radicale dell’intero elettorato europeo dalle sinistre.
Eclatante il risultato di Afd due giorni fa in Germania: alle elezioni regionali in Sassonia, il partito di Alice Weild, è volato al 44% dei consensi, vincendo la competizione regionale contro il CDU di Merz sprofondato al 18%.
Solo poche settimane prima, vale la pena ricordarlo, il 52,8% dei cittadini islandesi ha detto “no” all’ingresso del paese in Unione Europea. Un’altra spia accesa, e non da poco, per comprendere il sentimento popolare.
A vedere i sondaggi, le cose per la sinistra non migliorano neanche in Spagna e in Francia.
Ad un mese dallo tsunami migratorio che ha colpito Ceuta, il Psoe del leader spagnolo Pedro Sanchez continua a perdere consenso attestandosi, secondo un sondaggio realizzato da 40dB per El Paìs, al 27,6% contro il 32,4% del PP e il 17,8% di Vox di Santiago Abascal che è il partito che cresce di più.
Tremano i polsi, e non poco, anche alla sinistra francese di Jean- Luc Melenchon. La sfida per la Presidenza dell’Eliseo ha già una data, il 18 aprile 2027, Emmanuel Macron non potrà ricandidarsi per il terzo mandato e l’ultimo sondaggio di Elabe ha quotato Marine Le Pen e il Rassemblement National vincente al primo turno con una percentuale di consenso compreso tra il 34% e il 35,5%.
Più che di semplici segnali, forse, dovremmo cominciare a parlare di una certezza: c’è un’ondata di malcontento popolare che investe e boccia l’intero modello progressista europeo, cioè quello che ha disegnato la rotta delle politiche dell’UE negli ultimi vent’anni. Morsa burocratica, gestione migratoria, politiche energetiche: il modello dell’Unione Europea a trazione progressista non ha convinto e, oggi, la richiesta popolare di un cambiamento arriva forte e chiara.
Non ci aspettiamo certo che la sinistra la comprenda, anzi, il suo prodigarsi degli ultimi giorni nell’agitare il solito spauracchio del ritorno del fascismo e del nazismo da la dimensione di quanto quest’area politica sia ormai fuori dal tempo e dalla storia. Se continua così sarà collocata molto presto anche fuori da larga parte degli organi di governo nazionali. Ovviamente noi non possiamo che augurarcelo.



























