Mafie, social e algoritmi: quando il crimine impara a raccontarsi da solo. Intervista al Professore Marcello Ravveduto

La mafia non vive più soltanto nelle strade, nei quartieri e nei territori che controlla. È entrata negli smartphone, nei social network e nei meccanismi che regolano la nostra attenzione. E, soprattutto, non aspetta più che siano giornalisti, registi o sceneggiatori a raccontarla: oggi può costruire direttamente la propria rappresentazione.

Video, meme, trap, dialetto, abiti firmati, auto sportive, champagne e simboli di successo diventano frammenti di una narrazione nella quale il crimine spesso scompare dalla scena, mentre rimane visibile lo stile di vita che promette. Una trasformazione particolarmente insidiosa perché l’immaginario criminale finisce per confondersi con i normali linguaggi della cultura digitale giovanile.

A spiegare questo passaggio è Marcello Ravveduto, professore di Storia contemporanea all’Università di Salerno, docente di Digital Public History e direttore dell’Osservatorio per la Ricerca sugli Immaginari delle mafie. Con lui abbiamo analizzato la nascita della mafiosfera, il ruolo dei mobinfluencer, il rapporto tra criminalità e musica e il peso crescente degli algoritmi nella diffusione dei contenuti.

Una sfida che riguarda anche l’antimafia: per parlare alle nuove generazioni non basta conservare la memoria, occorre comprendere e abitare i nuovi linguaggi digitali.

Il passaggio dai vecchi media ai social ha tolto a registi e giornalisti il monopolio del racconto mafioso?

Nel sistema dei media broadcast il mafioso era un oggetto di rappresentazione. Il racconto era mediato da registi, sceneggiatori e cronisti che sceglievano cosa raccontare. Così nasce il mafiorama, ovvero il deposito dell’immaginario mafioso diventato globale, da Il Padrino a La piovra fino a Gomorra e alle più recenti serie televisive. Il mafiorama è un archivio vastissimo divenuto disponibile e condivisibile grazie alle tecnologie digitali. I social hanno spostato la posizione del soggetto. Il clan non aspetta di essere raccontato. Si racconta da solo. A Napoli Emanuele Sibillo, il capo della paranza dei bambini, lo capisce prima di molti adulti: ES17 diventa una sigla, poi un logo, poi un hashtag che sopravvive anche dopo la sua morte (2015) nei profili social di chi lo ammira pur non avendolo conosciuto. Il racconto autoprodotto dei mafiosi ha generato la mafiosfera, un ecosistema digitale in cui i mafiosi e i loro seguaci (i mafiofili) mitizzano la propria immagine. Ma il monopolio di questo immaginario non è passato ai clan. Si è frantumato e una parte consistente è stato catturato dal sistema di raccomandazione delle piattaforme che lo distribuisce secondo la logica dell’attenzione. Il regista rispondeva a un produttore e a un pubblico. L’algoritmo non risponde a nessuno. Per un lungo periodo la mafia è stata raccontata dalla classe dirigente, ora, nel XXI secolo, grazie allo smartphone è in grado di costruire narrazioni autoreferenziali che proliferano attraverso il sistema di raccomandazione degli algoritmi. 

Quali linguaggi usano le nuove generazioni criminali per generare consenso fra i coetanei?

Usano la lingua della piattaforma. Video, meme, dialetto, trap con inflessione neomelodica, le challenge, i match, gli slideshow, una narrazione sempre performante. Il crimine esplicito compare poco e non per prudenza. Compaiono gli effetti glamour: contanti, orologi, scooter, capi costosi, cani di razza, viaggi esclusivi, yacht, auto sportive, privé e champagne.

L’immaginario criminale giovanile spesso si confonde con altri generi come la moda, la cosmesi, i motori, lo sport, il lusso, lo street style, ma anche il kitsch e il trash che strappano un sorriso. Smette di essere un genere separato ed entra in territori che sembrano innocui. A questo punto non serve dichiarare un’appartenenza perché l’ambiente a cui ci si vuole riferire li riconosce come segni di successo. 

Il consenso non nasce da un’adesione ideologica. Nessuno di questi ragazzi ha in mente un concetto di Stato. Il consenso nasce dall’accesso al consumo, che, nei contesti di marginalità, resta la cosa più credibile che si possa promettere ed ottenere con la vita criminale. Questi giovani mobinfluencer sono capaci di produrre contenuti che convertono la reputazione criminale in capitale di attenzione. Il meccanismo ricalca quello di qualunque influencer: mostrare un tenore di vita desiderabile e vendere l’aspirazione a raggiungerlo. Cambia il patrimonio accumulato che, in questo caso, è la reputazione del clan nel quartiere. Nessuno si innamora di una pistola. Ci si innamora della vita che quella pistola sembra poter appagare.

Come si collega l’esibizione di potere online al controllo criminale reale sul territorio?

Il controllo del territorio ha sempre avuto bisogno di essere visto. Il passaggio in motorino, il funerale, il murales, la festa di piazza, la processione religiosa: la sovranità criminale è una pratica di atti concreti quotidiani prima di essere una strategia della violenza. Il digitale non ha sostituito quel territorio, lo ha raddoppiato. Chi vive in un quartiere a radicamento mafioso conosce gli affiliati e segue i loro profili. Grazie ai device il controllo del territorio si diffonde individualmente attraverso gli schermi, come un avviso recapitato a domicilio.

Si apre qui un paradosso: le organizzazioni storiche costruivano il potere sull’invisibilità, le nuove leve, invece, hanno poco capitale reputazionale e, per legittimarsi in fretta, barattano la segretezza con la notorietà. Lo scambio ha un prezzo: i contenuti pubblicati finiscono nei fascicoli, alimentano riconoscimenti, documentano frequentazioni. Eppure la convenienza reputazionale continua a prevalere, perché per un gruppo giovane e senza storia l’anonimato equivale all’inesistenza. Non è un errore di calcolo. È un calcolo con un’altra scala di valori.

Qual è l’evoluzione del legame fra criminalità e musica?

La sceneggiata napoletana fissa il repertorio già a inizio Novecento: il guappo, l’offesa all’onore, la giustizia vendicativa. Il teatro popolare lo codifica, il cinema degli anni Settanta lo rilancia con la cinesceneggiata. La canzone neomelodica degli anni Novanta eredita quel patrimonio e lo sposta dentro un circuito privato, le feste, i matrimoni, le dediche ai detenuti. Da lì vengono i temi che le inchieste hanno poi documentato, l’attesa della donna, il carcere ingiusto, la fedeltà come valore assoluto, il pentito come infame.

La trap neomelodica s’innesta su questo tronco. Tuttavia, se nella sceneggiata il guappo parlava in terza persona mettendo distanza con il mondo che veniva raccontato, Il trapper, ma anche il neomeolodico, parla in prima persona creando una coincidenza con il personaggio che interpreta. Cambia pure il vettore che non è più il disco, né la festa ma il feed, senza orari e senza intermediari.

Una precisazione è doverosa. Il neomelodico è un circuito con centinaia di interpreti attivi e un pubblico che si misura in milioni di ascolti, mentre i casi giudiziari accertati riguardano una minoranza esigua. Scambiare un genere per complicità collettiva serve solo a mettere sotto sorveglianza un ceto sociale, e non ha mai prodotto un risultato investigativo.

In che modo gli algoritmi rischiano di amplificare la propaganda mafiosa?

I sistemi di raccomandazione ottimizzano l’ingaggio. Premiano ciò che trattiene, divide, commuove, si ripete e si può condividere. L’effetto principale non è la persuasione. Nessuno entra in un clan dopo un video, e chi lo sostiene non ha capito come funziona né il clan, né il video. Quello che si sposta è la soglia di ciò che appare ordinario e si sposta per esposizione ripetuta, senza dover convincere nessuno. È il livello che chiamo mediumafia, il piano operativo in cui il medium acquista una propria agency criminale, perché seleziona, distribuisce e premia senza una reale controllo etico dei contenuti. La moderazione delle piattaforme interviene su immagini e parole esplicite ma lascia passare il fattore estetico, ovvero la dimostrazione implicita del successo criminale. Un algoritmo non fa propaganda. Fa qualcosa di più efficace: rende ordinario ciò che ripete.

Quali strumenti offre la public history digitale per costruire una memoria antimafia efficace?

Prima di tutto bisogna capire come funziona la mafiosfera e chi sono i suoi attori per stanare i flussi di contenuto in grado di normalizzare le narrazioni mafiofile. 

Sul piano pratico la cosa che funziona meglio è il laboratorio: gli studenti devono imparare a decriptare i messaggi per comprendere, conoscere e costruire una contronarrazione efficace. La condanna preventiva da parte degli adulti, che nella maggior parte dei casi ignorano il linguaggio dei social network e ne demonizzano l’uso, rischia di offrire a questo genere di narrazioni il fascino del proibito. 

Aggiungo, inoltre, che l’attuale contronarrazione dell’antimafia non è più in grado di rispondere alle dinamiche performanti del digitale. Negli ultimi trent’anni ha ottenuto risultati importanti con la legge sui beni confiscati, il sostegno alle vittime, le giornata della memoria, i percorsi di educazione alla legalità, attivando una sensibilità civile che prima non c’era. Tuttavia, quelle modalità sembrano non richiamare più l’attenzione delle nuove generazioni. Non si può continuare a riprodurre un martirologio infinito che i ragazzi archiviano come materiale scolastico. Parlo da militante del movimento antimafia che sente il dovere di ravvivare le ragioni dell’antimafia usando una lingua comprensibile alle nuove generazioni. Non basta la memoria, intrisa di sentimentalismo, ci vuole la storia come scienza mallevadrice del tempo presente. Per fare questo ci vogliono adulti coscienti del cambiamento in atto e preparati alle sfide del digitale.

Resta aggiornato

Invalid email address
Promettiamo di non inviarvi spam. È possibile annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.
Rosario Bonavita
Rosario Bonavita
Rosario Bonavita è Vice Segretario Regionale della CONFSAL Campania, organizzazione sindacale di livello confederale. Laureato in Economia del Commercio Internazionale e dei Mercati Valutari presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope, si occupa di approfondimenti su tematiche internazionali, politiche e sindacali, con particolare attenzione al profilo della sicurezza

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche

Articoli correlati