Meloni, il governo che fa funzionare le leggi: oltre 403 miliardi resi disponibili

La relazione sul monitoraggio dell’attività dell’esecutivo fotografa i progressi nell’attuazione: cresce la quota di norme subito applicabili, si riduce l’arretrato ereditato e diventa utilizzabile il 99,32 per cento delle risorse stanziate nel perimetro considerato per il 2022–2026.

Una legge approvata può restare a lungo una promessa. Basta che manchi il decreto chiamato a stabilire come distribuire un fondo, quali requisiti debba avere un beneficiario o attraverso quale procedura un’impresa possa ottenere un’agevolazione. È in questo tratto del percorso, poco visibile e decisivo, che si misura una parte della capacità di governare. La sedicesima relazione del Dipartimento per il programma di Governo, aggiornata al 30 settembre 2026, documenta un risultato che merita un riconoscimento politico: l’esecutivo Meloni sta lavorando sia per attuare le proprie decisioni sia per ridurre gli ostacoli che ne rallentano l’applicazione.

Il dato economico dà la dimensione del lavoro. Nel perimetro degli esercizi finanziari 2022–2026 esaminato dalla relazione, gli interventi normativi di iniziativa governativa hanno disposto stanziamenti per 405,97 miliardi di euro. Al 30 settembre ne risultano disponibili 403,19 miliardi, pari al 99,32 per cento. Sono risorse rese utilizzabili sul piano normativo: la loro effettiva erogazione segue le procedure previste dai singoli interventi. Il risultato indica quanto sia avanzato il lavoro necessario per consentirne l’impiego.

La parte più consistente, 359,65 miliardi, deriva da norme autoapplicative, che non subordinano la disponibilità degli stanziamenti a successivi provvedimenti. Altri 43,55 miliardi sono stati resi utilizzabili attraverso l’adozione degli atti attuativi richiesti. A questi importi si aggiungono 9,62 miliardi collegati alle disposizioni della precedente legislatura, sbloccati dall’attuale esecutivo. Il totale raggiunge così 412,81 miliardi.

Dietro queste cifre c’è una scelta di metodo. Scrivere una norma prevedendo già le condizioni necessarie alla sua applicazione riduce i passaggi successivi e le occasioni di ritardo. Dall’inizio della legislatura al settembre 2026, il tasso di autoapplicatività degli atti legislativi di iniziativa governativa è passato dal 18 al 54 per cento. Oltre la metà, dunque, non rinvia a decreti attuativi. È un cambiamento che riguarda il modo stesso in cui vengono costruite le decisioni pubbliche.

La relazione collega questa evoluzione anche alle indicazioni introdotte dal decreto del presidente del Consiglio del 30 ottobre 2024 e dalla successiva circolare applicativa: favorire norme autosufficienti e circoscrivere il ricorso alla legislazione secondaria. I numeri mostrano la direzione intrapresa. Tra gennaio 2025 e settembre 2026, gli atti legislativi entrati in vigore hanno previsto 573 decreti attuativi; nel corrispondente intervallo tra gennaio 2023 e settembre 2024 erano stati 771. Quasi 200 passaggi in meno.

Il terzo trimestre del 2026 offre un esempio concreto di questo andamento. Sono entrati in vigore 32 atti legislativi di iniziativa governativa, che hanno previsto 55 provvedimenti attuativi: una media di 1,72 per atto. Nei terzi trimestri precedenti il rapporto era stato di 3,28 nel 2023, 4,77 nel 2024 e 2,65 nel 2025. Il confronto segnala una produzione normativa che richiede meno interventi successivi per completare la propria applicazione.

Anche l’arretrato racconta una parte del lavoro svolto. Al momento dell’insediamento, il governo Meloni aveva ereditato 378 provvedimenti attuativi pendenti riferiti alla precedente legislatura. Al 30 settembre 2026 ne restano 70. Sono quindi 308 quelli smaltiti, con una riduzione superiore all’81 per cento. Portare a conclusione procedimenti avviati da altri governi è un servizio alla continuità dello Stato e ai destinatari di misure rimaste in attesa.

Considerando insieme gli interventi dell’esecutivo in carica e l’arretrato ereditato, i provvedimenti attuativi smaltiti sono 1.293. Il relativo tasso raggiunge il 70,2 per cento, il valore più alto registrato dall’inizio della legislatura. La definizione comprende gli atti adottati e quelli abrogati o superati da norme successive: anche eliminare un adempimento diventato inutile contribuisce a liberare l’amministrazione da obblighi ormai privi di funzione.

Resta lavoro da completare. Per le disposizioni di iniziativa del governo Meloni risultano ancora da adottare 478 provvedimenti, dei quali 182 con termine scaduto. Il monitoraggio permette di individuare queste pendenze e seguirne l’evoluzione. La valutazione positiva del percorso tiene conto anche di questo quadro: l’attività legislativa continua a generare nuovi adempimenti, mentre le amministrazioni devono chiudere quelli già aperti.

Le ricadute riguardano ambiti molto concreti. Tra gli atti adottati nell’ultimo trimestre, la relazione segnala il decreto sui criteri di erogazione del fondo per il sostegno abitativo ai genitori separati o divorziati non assegnatari della casa familiare; quello sul contributo per gli studenti delle scuole paritarie appartenenti a famiglie entro la soglia Isee prevista; le modalità di accesso al credito d’imposta sui carburanti per le imprese agricole. Sono passaggi che definiscono destinatari, requisiti e condizioni di utilizzo delle misure.

Il governo merita un plauso per l’attenzione dedicata a questa parte dell’azione pubblica. La credibilità di una maggioranza si costruisce anche seguendo una decisione fino ai suoi sviluppi amministrativi, verificando che un fondo possa essere utilizzato e che un beneficio abbia regole di accesso definite. È un impegno meno appariscente di una conferenza stampa, ma essenziale per chi attende una risposta dallo Stato.

La relazione consegna quindi un argomento politico preciso a favore dell’esecutivo: la continuità di governo può produrre risultati anche nella qualità della legislazione e nella cura della sua attuazione. Meloni e la sua maggioranza hanno ragione a rivendicare questo lavoro. Ridurre i rinvii, completare i provvedimenti e rendere utilizzabili le risorse significa assumersi la responsabilità delle decisioni prese. È una misura concreta della serietà con cui si governa.

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