Meloni taglia il bollo e calma la benzina, la sinistra litiga sull’antisemitismo

Nelle ultime settimane, il Governo Meloni è riuscito a eliminare l’odiosa tassa del bollo auto e, al contempo, a calmierare i prezzi dei carburanti con un price cap esteso ormai a circa il 50% della rete dei distributori italiani. Nel frattempo, invece, la sinistra ha litigato sul ddl Antisemitismo. Basterebbe anche solo questo, del resto, per descrivere l’inconsistenza di una compagine che è meglio tenere lontana da Palazzo Chigi: immaginate cosa accadrebbe se la sinistra vincesse le elezioni, trovandosi di fatto a gestire crisi internazionali senza precedenti mentre litiga su ogni dannato argomento. Persino quelli sui quali il posizionamento dovrebbe essere facile e “scontato”, come l’antisemitismo.

Invece no. Anche sull’antisemitismo c’è stato da ridire. Per comprendere, bisogna prendere in esame il testo che non si limita a introdurre una definizione dell’antisemitismo in base alla definizione operativa elaborata dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, accompagnata dai relativi indicatori. Il testo chiarisce che la lotta all’antisemitismo non può tradursi in una compressione delle libertà costituzionali, restando quindi espressamente garantite la libertà di espressione del pensiero e di critica politica, così come la libertà di riunione e di associazione. A livello istituzionale, poi, il ddl riconosce il ruolo del Coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo presso la Presidenza del Consiglio e prevede una Strategia nazionale per coordinare le attività di prevenzione e contrasto. Si parte dalle scuole e dalle università, con iniziative dedicate alla conoscenza e al contrasto dell’antisemitismo. Si passa poi alla formazione delle forze dell’ordine e degli altri soggetti chiamati a intervenire nella prevenzione dei fenomeni discriminatori. E si arriva alla rete, dove il provvedimento prevede specifiche azioni contro la diffusione di contenuti e linguaggi antisemiti. Una doppia strada: contrasto all’antisemitismo e prevenzione.

Su un tema così importante e di base trasversale, la sinistra si è divisa. Dopo aver reso la Shoah per anni il pretesto per denigrare le destre odierne, è passata in secondo piano dal 7 ottobre in poi. Ora fa più comodo stare dalla parte dei filo-palestinesi, scendendo con loro in piazza, a Montecitorio, per protestare contro il ddl, armati di bandiere di Hamas ed Hezbollah. E in Camera la spaccatura si sente e si vede: il Partito Democratico si è rotto al Senato tra favorevoli, contrari e astenuti; Alleanza Verdi Sinistra e Movimento Cinque Stelle hanno votato contro; Italia Viva ha votato a favore, insieme alla maggioranza. Alla Camera, il Pd ha lasciato la commissione prima del voto. Ma dall’Ucei sono certi: il ddl è già “frutto di un sapiente lavoro finalizzato al contrasto dell’antisemitismo e non introduce alcun divieto di critica nei confronti dello Stato di Israele o dei suoi governi”.

Ma al di là del merito della questione, pur nella sua importanza e nella sua delicatezza, trattato con una certa pretestuosità da sinistra, emerge il dato più significativo: se la sinistra non riesce a unirsi neppure su temi come l’antisemitismo, come potrebbe non solo affrontare emergenze gravi su cui ogni governo è chiamato prima o poi a confrontarsi, ma come potrebbe anche e soprattutto presentarsi agli occhi dei partners internazionali? In altre parole, il problema non è soltanto cosa pensa la sinistra, ma anche il modo scellerato con cui affronta determinati problemi.

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