Migranti, l’emergenza finirà solo con il Blocco Navale

Che la politica sull’immigrazione portata avanti dal Governo gialloverde e in particolare dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini abbia fin qui portato a buoni risultati è innegabile. Nel 2018 gli sbarchi sono stati ‘appena’ 23.370, a fronte dei 119.369 del 2017, con una riduzione di circa l’80%. Considerando i dati relativi al solo mese di gennaio, i numeri premiano ancora di più l’operato del Capitano: appena 155 i migranti sbarcati alle 08:00 del 30 gennaio, mentre nello stesso arco di tempo erano stati 4.062 nel 2018 e 4.247 nel 2017. Per non dimenticare il Decreto Sicurezza che, soprattutto attraverso l’abolizione della protezione umanitaria, ha posto fine all’accoglienza indiscriminata e al buonismo dilagante che avevano caratterizzato i passati governi almeno sino alla svolta impressa da Minniti.

In un quadro certo molto positivo va tuttavia notata una macchia. La riduzione degli sbarchi è stata possibile anche grazie ad un atteggiamento aggressivo e muscolare di Salvini, che di volta in volta ha chiuso i in faccia alle fintantoché altri Paesi europei non si fossero resi disponibili ad ospitare una quota di migranti. Prove di forza importanti, le quali però, se da un lato hanno risvegliato e richiamato alla solidarietà un’ che fin qui ci aveva abbandonati a noi stessi, dall’altro hanno costretto decine di persone a rimanere come ostaggi su una per diversi giorni. Diciamocelo: non è una bella immagine per il nostro Paese; soprattutto, è per le opposizioni, che possono così rinfacciare al Governo di ingaggiare bracci di ferro sulla pelle di disperati, sottolineando in aggiunta che in fondo 47 migranti non sono poi così tanti. Al secondo argomento si risponde facilmente, anche se i buonisti faranno sempre finta di non capire: non sono i 47 della Sea Watch il problema, ma le migliaia di migranti che saranno invogliati a partire verso un Paese che apre sempre e comunque le proprie porte per puro spirito di umanità e che offre una vacanza in pensione completa dandoti persino la possibilità di protestare per la qualità del cibo o per l’assenza di Wi-Fi.

Continuare a trattare ogni singolo caso come un’emergenza alla lunga può essere un problema. C’è infatti un limite oltre il quale i bracci di ferro risultano inefficaci: se il resto d’ dovesse un giorno tornare a lavarsene le mani, è evidente che, dopo qualche settimana, i migranti bloccati a bordo di una dovranno alla fine essere sbarcati. In Italia, ovviamente, magari con la complicità della Chiesa che se li lascerà sfuggire da sotto il naso come accaduto a Rocca di Papa. Oltre a ciò, anche qualora riuscissimo a trovare di volta in volta Paesi disposti ad accoglierne una quota, questo tipo di redistribuzione non va affatto bene: ad essere ridistribuiti e accolti pro quota dovrebbero essere solo i profughi, non una massa indiscriminata di migranti per lo più clandestini, che poi è difficile espellere velocemente.

Preso atto, dunque, di non poter affrontare efficacemente le migrazioni con un approccio di carattere emergenziale, che rischia – peraltro – di creare scomode frizioni e pericolosi attriti tra partner, occorre sviluppare e mettere in atto una strategia organica di gestione dei flussi a livello comunitario. Le soluzioni auspicabili sono essenzialmente due, e l’una non esclude l’altra. La prima, più moderata, consiste nel passaggio alla Fase Tre della Operazione Sophia per la sicurezza marittima europea nel Mediterraneo centrale, con l’obiettivo di «neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali». Oltre a ciò, indispensabile è l’attuazione di un al largo delle coste libiche, così come proposto più volte da Fratelli d’Italia. Non un atto di guerra, come lo definiscono i sinistri (che però furono gli ultimi ad attuarlo, nel 1997 con Prodi al largo delle coste albanesi), ma una operazione di dialogo e di collaborazione con la Libia, che si concretizzi non solo nel ma soprattutto in un approccio organico al problema migratorio che preveda:

  1. una massiccia campagna di informazione e dissuasione nei Paesi d’origine dei migranti, che spieghi loro che affidarsi a trafficanti e scafisti non è mai una buona idea, che in entri solo se fuggi da una guerra e soprattutto che qui non c’è il paradiso terrestre ma che al contrario, viste le congiunture economiche sfavorevoli per diversi Paesi, le opportunità di integrazione effettiva sono poche;
  2. l’esame delle richieste d’asilo politico nel continente africano, in Libia o già nei Paesi d’origine;
  3. la distribuzione pro quota degli aventi diritto fra tutti i Paesi europei, tenendo conto di vari criteri tra i quali la disponibilità di posti di lavoro (imprescindibile perché si realizzi una vera integrazione).

Non ci sono altre vie e soprattutto non c’è più tempo da perdere.

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