Pola, 10 agosto 1916. Nazario Sauro sale sul patibolo. Ha 35 anni. Per l’Impero austro-ungarico è un suddito colpevole di alto tradimento. Per l’Italia è un ufficiale della Regia Marina che ha scelto consapevolmente da quale parte della storia stare.
La sentenza viene eseguita quel pomeriggio. La Marina Militare ricorda che Sauro affrontò la morte con il nome dell’Italia sulle labbra. Centodieci anni dopo, il ministero della Difesa torna a rendere omaggio a quell’uomo nato a Capodistria e cresciuto in un sentimento di italianità tanto profondo da trasformarsi, quando arrivò il momento, in una scelta di vita. E di morte. (Marina Militare)
Ma raccontare Nazario Sauro soltanto come un eroe della Prima guerra mondiale significa raccontarne solo una parte.
La sua è soprattutto una storia italiana.
Un italiano nato fuori dall’Italia
Sauro nacque a Capodistria il 20 settembre 1880, quando la città apparteneva all’Impero austro-ungarico. Era figlio di un marittimo e il mare entrò presto nella sua vita. Frequentò la scuola nautica di Trieste e lavorò nella marina mercantile, navigando lungo la costa orientale dell’Adriatico. Conosceva quelle acque, i porti, le correnti e le insenature con la familiarità di chi non le aveva studiate soltanto sulle carte nautiche. Le aveva vissute. (Treccani)
E mentre diventava marinaio maturava anche la propria identità politica.
Il Dizionario Biografico degli Italiani ricostruisce una formazione irredentista nutrita dal Risorgimento, da Mazzini, Garibaldi e perfino dal culto di Dante. Nel 1908 Sauro partecipò con centinaia di giuliani, istriani e dalmati a un pellegrinaggio alla tomba di Dante a Ravenna. Era l’Italia immaginata e sentita prima ancora dell’Italia posseduta attraverso un confine. (Treccani)
È questo il particolare che rende la sua figura ancora interessante dopo più di un secolo.
Nazario Sauro non si trovò italiano perché lo stabiliva un documento. Decise di esserlo.
Quando l’appartenenza diventa una scelta
Allo scoppio della Grande Guerra lasciò il territorio dell’Impero e raggiunse Venezia. Quando l’Italia entrò nel conflitto nel 1915, Sauro si arruolò volontario nella Regia Marina con il grado di tenente di vascello di complemento. La sua conoscenza dell’Adriatico divenne immediatamente una risorsa militare. (Treccani)
In 14 mesi prese parte a 60 missioni di guerra, secondo la ricostruzione della Marina Militare. Operò a bordo di unità di superficie e sommergibili, contribuendo alle incursioni italiane contro obiettivi austro-ungarici e mettendo al servizio della Marina quelle coste che conosceva quasi metro per metro. (Marina Militare)
Poi arrivò il 30 luglio 1916.
Sauro era imbarcato come pilota sul sommergibile Giacinto Pullino, diretto verso Fiume per un’azione contro il naviglio austriaco. Il sommergibile si incagliò presso l’isolotto della Galiola. Dopo l’abbandono dell’unità, Sauro tentò di allontanarsi da solo su una piccola imbarcazione, ma venne catturato. (Treccani)
Cercò inizialmente di nascondere la propria identità dichiarandosi Nicolò Sambo. Non bastò.
Fu riconosciuto e condotto a Pola.
Una madre davanti al figlio
C’è un episodio della sua prigionia che dice forse più di molte celebrazioni.
Per accertarne l’identità, gli austriaci fecero comparire davanti a Sauro alcuni familiari. Secondo la ricostruzione conservata da Treccani, sua madre e sua sorella Maria, comprendendo ciò che era in gioco, finsero di non conoscerlo. Il cognato Luigi Steffè, invece, ne confermò l’identità. (Treccani)
A quel punto il destino di Sauro era segnato.
Per le autorità imperiali era ancora un suddito austro-ungarico che aveva preso le armi contro il proprio sovrano. Venne accusato di alto tradimento e condannato all’impiccagione.
Dieci giorni dopo la cattura, il 10 agosto, la sentenza fu eseguita. (Treccani)
Rimane una delle lettere affidate prima della partenza affinché fossero consegnate alla famiglia in caso di morte. Alla moglie Caterina, Nina, Sauro lasciò parole che la Marina Militare continua a ricordare: «Insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo». (Marina Militare)
Non occorre aggiungere molto.
Una storia più antica delle ideologie del Novecento
Anche questo, però, è importante ricordarlo.
Nazario Sauro non può essere ridotto alle successive appropriazioni politiche della sua figura. Il fascismo fece ampio uso della memoria dell’irredentismo e trasformò Sauro in uno dei simboli della propria narrazione nazionale. Ma la storia dell’uomo viene prima: la sua formazione politica affondava le radici nella tradizione mazziniana, garibaldina e risorgimentale e il suo impegno irredentista precedeva di molti anni l’avvento del fascismo. (Treccani)
Sauro appartiene quindi a una pagina più profonda della storia nazionale: quella degli italiani dell’Adriatico orientale e di un confine nel quale lingua, cultura, appartenenza e sovranità politica non sempre coincidevano.
E la storia volle consegnargli un ultimo simbolo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, mentre l’Istria stava per passare alla Jugoslavia, la sua salma venne nuovamente esumata. Nel marzo del 1947 la bara, avvolta nel tricolore, lasciò Pola sulla motonave Toscana, la nave che in quei mesi partecipò al trasporto verso l’Italia di migliaia di profughi polesi. Il feretro venne infine deposto nel Tempio votivo del Lido di Venezia. (Treccani)
Quasi una chiusura della storia impossibile da inventare.
L’uomo che aveva attraversato l’Adriatico per scegliere l’Italia attraversava ancora una volta quel mare, trent’anni dopo la propria morte, mentre altri italiani lasciavano le terre nelle quali erano nati.
Ricordare Sauro oggi
Centodieci anni dopo, Nazario Sauro parla a un Paese completamente diverso da quello per il quale combatté.
Non perché si debba vivere il presente con le categorie del 1916. E neppure perché il patriottismo richieda di trasformare la storia in una successione di santini.
Sauro ci interessa per qualcosa di più semplice.
Per lui l’appartenenza aveva un significato.
Essere italiano non era una formula burocratica. Comportava una storia, una lingua, una cultura, una memoria e, nel suo caso estremo, una responsabilità personale dalla quale non volle sottrarsi nemmeno quando avrebbe potuto costargli la vita.
Per questo il suo nome merita ancora di essere pronunciato.
Nazario Sauro era nato fuori dai confini dell’Italia.
Ma quando venne il momento di scegliere, scelse l’Italia.
E quella scelta gli costò tutto.



























