All’alba del 12 marzo 1977 Rocco Gatto, come faceva ogni giorno, caricò sul suo furgone i sacchi di farina destinati ai contadini della Locride e lasciò il suo mulino di Gioiosa Jonica per iniziare il giro delle consegne. Attraversando la strada provinciale verso Roccella Ionica, all’altezza della contrada Armo, due killer nascosti dietro un cespuglio lo attesero al varco e lo colpirono con tre fucilate di lupara. Ferito mortalmente, riuscì ancora a mantenere il controllo del mezzo per alcune decine di metri prima di accasciarsi tra le braccia di due contadini accorsi dopo aver udito gli spari. Aveva cinquant’anni e veniva ucciso perché aveva osato fare ciò che, nella Calabria degli anni Settanta, quasi nessuno aveva il coraggio di fare: rifiutare il pizzo, denunciare i mafiosi con nomi e cognomi e spezzare il muro dell’omertà. Nato il 28 agosto 1926 e primo di dieci figli di Pasquale Gatto, contadino dai profondi ideali di giustizia, Rocco fu costretto a lasciare la scuola da bambino per aiutare la famiglia durante gli anni della guerra e della povertà. Iniziò come garzone nel mulino del padre e, dopo anni di sacrifici, riuscì nel 1964 ad acquistare un mulino tutto suo, diventando un punto di riferimento per gli agricoltori della zona. Accanto alle macine coltivava una seconda passione, quella per la riparazione degli orologi, lavorando con la stessa precisione con cui conduceva la sua attività. Iscritto al Partito Comunista Italiano, era conosciuto come un uomo generoso, rigoroso e incapace di piegarsi alle ingiustizie. Proprio queste qualità lo trasformarono nel bersaglio del clan Ursini, la cosca che in quegli anni controllava Gioiosa Jonica attraverso estorsioni, intimidazioni, occupazioni di terreni e continui soprusi ai danni di commercianti e imprenditori. Le richieste di denaro furono solo l’inizio: gli devastarono i campi, gli rubarono gli orologi del laboratorio e arrivarono persino a incendiare il mulino, convinti di costringerlo ad arrendersi. Rocco, invece, ricostruì tutto e continuò a lavorare, deciso a non pagare mai la mazzetta. Nel gennaio del 1976 partecipò a un dibattito pubblico sulla mafia ripreso dalla Rai e davanti alle telecamere pronunciò la frase destinata a renderlo un simbolo dell’antimafia civile: «Non pagherò mai la mazzetta. Lotterò fino alla morte». Quelle parole non erano una provocazione, ma il principio che aveva guidato tutta la sua esistenza. In quegli stessi anni Gioiosa Jonica viveva una stagione di straordinario risveglio civile grazie all’impegno del sindaco Francesco Modafferi, dei sindacati, delle parrocchie e di tanti cittadini che diedero vita al primo grande sciopero contro la ’ndrangheta, una mobilitazione senza precedenti nella storia della Calabria. Rocco fu tra i protagonisti di quella battaglia collettiva, convinto che soltanto un popolo unito potesse liberarsi dal potere mafioso. La sua condanna a morte maturò definitivamente il 6 novembre 1976, quando il boss Vincenzo Ursini venne ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Per vendicarne la morte, la cosca impose il lutto cittadino: gli uomini armati bloccarono le strade d’accesso al paese, respinsero gli ambulanti diretti al mercato domenicale e costrinsero i negozianti ad abbassare le serrande. Rocco assistette a quella dimostrazione di forza, riconobbe gli uomini del clan e avvisò immediatamente i carabinieri. Nei mesi successivi si presentò davanti ai magistrati del tribunale di Locri e firmò una denuncia indicando uno per uno i responsabili dell’intimidazione. Nessun altro trovò il coraggio di fare altrettanto. Da quel momento fu bollato dalla ’ndrangheta come “infame”, un marchio che per i clan significava una sola cosa: morte. Pur sapendo di essere in pericolo, continuò a svolgere il proprio lavoro senza lasciare la sua terra. Il processo per il suo assassinio portò alla sbarra Luigi Ursini e Mario Simonetta, ma le condanne arrivarono soltanto per le estorsioni, mentre l’accusa di omicidio cadde per insufficienza di prove e la Cassazione confermò definitivamente quella sentenza. Nessuno è mai stato condannato per l’uccisione di Rocco Gatto. A tenere viva la sua memoria fu soprattutto il padre Pasquale, che trasformò il dolore in una battaglia di giustizia ripetendo una frase rimasta nella storia: «A uno lo possono sparare, a cento no». Il 13 maggio 1980 il presidente Sandro Pertini consegnò alla famiglia la Medaglia d’oro al Valor Civile, riconoscendo il sacrificio di un uomo che, pur consapevole dei rischi, non esitò a collaborare con la giustizia e a reagire con coraggio alle intimidazioni mafiose. Oggi, a quasi cinquant’anni dal suo assassinio, Rocco Gatto resta una delle figure più luminose della storia dell’antimafia italiana: un semplice mugnaio che non sconfisse la ’ndrangheta con le armi, ma le sottrasse per sempre la sua forza più grande, il silenzio.
Nel centenario della nascita di Rocco Gatto: il ricordo del mugnaio che sfidò la ’ndrangheta fino alla morte
A cento anni dalla nascita, ricordiamo la storia di Rocco Gatto, simbolo dell’antimafia civile, ucciso il 12 marzo 1977 per aver rifiutato il pizzo e denunciato i clan.




























