La notizia, questa volta, arriva direttamente da Berlino e dovrebbe bastare a chiudere il caso: non c’è “alcuno scontro” tra Germania e Italia sulla politica migratoria. A dirlo è Stefan Kornelius, portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha escluso categoricamente l’esistenza di tensioni tra i due Paesi. E non è tutto. Dal ministero dell’Interno tedesco è arrivata una precisazione altrettanto netta: tra Roma e Berlino c’è una “stretta collaborazione” sulla politica migratoria e lo scambio avviene in un clima di amicizia e reciproca fiducia. Insomma, nessun “caso Germania”. Nessuna rottura. Nessuna guerra diplomatica. Eppure, nei giorni scorsi, la sinistra italiana aveva costruito proprio su questa vicenda l’ennesimo racconto di un Governo Meloni isolato in Europa. Il tutto collegando, senza farsi particolari scrupoli, la questione dei dublinanti alla sospensione dei controlli Schengen con la Spagna dopo la crisi di Ceuta. Due questioni totalmente diverse, unite solo per fare propaganda, di quella spudorata.
Tutta una questione enorme, dunque, che ruotava attorno all’annuncio di Berlino di voler applicare le nuove regole europee sui trasferimenti dei richiedenti asilo. Dopo la Germania, anche Austria, Svizzera, Finlandia e altri Paesi avevano manifestato l’intenzione di procedere con i trasferimenti verso gli Stati considerati responsabili delle domande. E subito è partita la strumentalizzazione. Peccato, però, che il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, applicato dal 12 giugno 2026 e fortemente voluto dalla maggioranza, abbia modificato profondamente il quadro precedente, sostituendo il regolamento Dublino III e rendendo più rapide e stringenti le procedure per individuare lo Stato responsabile e, al contempo, calmierando quel principio dello Stato di primo approdo che gravava sui Paesi, appunto, come l’Italia. Il nuovo sistema, insomma, non comporta automaticamente una massa di persone da rispedire in Italia: Roma infatti sarà chiamata a prendere in considerazione le richieste avanzate dai migranti arrivati in Italia soltanto dopo l’approvazione del Piano, cioè dopo il 12 giugno, quando in realtà i flussi erano già calati di parecchio rispetto allo scorso anno e alle annualità precedenti.
Ma sono anche i numeri a raccontare tanto di ciò che è stato già fatto. E ad essere impietoso è proprio il confronto tra i risultati del Governo Meloni e quanto fatto in precedenza. Si prenda in esame, ad esempio, il periodo che intercorre tra il 2018 e il 2022, sotto i governi di Conte e Draghi, per intenderci: all’epoca, furono trasferiti in Italia 17.605 dublinanti. 6.468 nel 2018, 5.987 nel 2019, 1.367 nel 2020, 1.468 nel 2021 e 2.315 nel 2022 (il calo del 2020 è dovuto soltanto allo scoppio della pandemia). Dal 5 dicembre 2022 al 31 dicembre 2025, invece, il Viminale registra circa 80 mila richieste di presa in carico respinte, con i trasferimenti verso l’Italia azzerati. Un cambio di passo voluto dal Governo Meloni, che è salito al potere il 22 ottobre del 2022: dunque, poco più di un mese dopo dall’arrivo a Palazzo Chigi, la maggioranza ha detto stop ai dublinanti. E dopo il 12 giugno 2026? Sono giunte circa 50 richieste, ma appena tre persone effettivamente arrivate in Italia. Altro che orda alle frontiere, insomma. Altro che scontro con Berlino. I numeri parlano chiaro anche stavolta e smentiscono propaganda e speranze delle opposizioni.



























