Tutto è cominciato da un’intuizione di Ulderico de Laurentiis e dalla volontà di mettere «La Voce del Patriota» a disposizione dei ragazzi di Gioventù Nazionale, affinché potessero raccontarsi attraverso le proprie parole, i propri volti e la vita quotidiana della loro comunità.
Da quell’idea è nato «Noi siamo Giorgia», il reportage realizzato durante Fenix 2025 e presentato un anno dopo sul palco della festa di Gioventù Nazionale. Il progetto riunisce l’ideazione e la direzione editoriale di de Laurentiis, la scrittura di Alessandro Nardone, la produzione esecutiva di Gennaro La Ventura e Simone Pelosi e la regia di Nicola De Toma.
«È un progetto al quale tengo profondamente», racconta de Laurentiis, direttore de «La Voce del Patriota». «L’idea mi è venuta un secondo dopo aver visto quel servizio, che non ho alcuna voglia di nominare: ai miei occhi era stato costruito, tagliato e cucito appositamente per restituire un’immagine di quei ragazzi che non corrispondeva alla verità. Io ho militato in Azione Giovani, so che cosa significa appartenere a quella comunità, lavorare per un’idea e sentirsi giudicare da chi non si è mai fermato a conoscerti. Ho sentito il dovere di mettere “La Voce del Patriota” a disposizione dei ragazzi di Gioventù Nazionale per compiere insieme a loro una vera operazione verità».
Girare durante Fenix significava entrare nella vita della comunità nel momento in cui le parole diventavano organizzazione, responsabilità e lavoro condiviso, seguendo i ragazzi sul palco e dietro le quinte, durante gli incontri pubblici come nei momenti meno formali.
Per Alessandro Nardone, autore del reportage, quella vicenda toccava una storia vissuta in prima persona.
«Quando ho visto come venivano raccontati, mi sono sentito colpito nel vivo, come se avessero colpito me stesso; anzi, per certi versi, come se avessero colpito mia figlia, anche se allora non faceva ancora parte di Gioventù Nazionale. Eppure non siamo partiti con uno spirito di rivincita o di rivalsa. Per rendere loro giustizia non avevamo bisogno di creare un’immagine artefatta: era sufficiente mostrarli per ciò che sono, ovvero ragazzi meravigliosi che hanno scelto la comunità, la militanza e la lotta per affermare le idee nelle quali credono. Non c’è nulla di più bello, a maggior ragione in un’epoca nella quale tutto spinge i giovani verso l’isolamento e il disimpegno. Noi abbiamo cercato semplicemente di fare da specchio».
Questa impostazione ha determinato anche il linguaggio visivo del reportage, costruito per ridurre la distanza tra lo spettatore e i protagonisti.
«Abbiamo scelto una grammatica giovane e contemporanea, alternando immagini verticali girate con gli smartphone, commenti WhatsApp e una modalità di ripresa fortemente immersiva, quasi da reality, attraverso bodycam, Ronin e camere leggere e poco invasive», spiega il regista Nicola De Toma. «Per le interviste posate abbiamo invece utilizzato Sony FX3 con ottiche cinematografiche. Volevamo parlare il linguaggio di Gioventù Nazionale, senza filtri e senza distanza».
La telecamera si è così mossa dentro la festa, seguendo il lavoro necessario a organizzarla, gli imprevisti, i momenti di confronto e le relazioni personali. È in quelle immagini che la parola «comunità» ha assunto una consistenza reale.
«Durante Fenix 2025 la telecamera ha raccontato la realtà: amicizia, lavoro sul campo e apertura al confronto», osserva Gennaro La Ventura. «Il reportage è il ritratto di una comunità con le scarpe sporche di fango e le mani pulite, impegnata per amore della Patria. Volevamo restituire la verità sui ragazzi di Gioventù Nazionale, smontando attacchi mediatici e inchieste basate su infiltrazioni e tagli di ripresa a piacimento».
Alla base del progetto vi era anche la convinzione che un movimento giovanile non fosse soltanto un’organizzazione politica, ma un luogo di formazione.
«È una convinzione che porto con me da quando, a sedici anni, ho iniziato a fare politica in Azione Giovani», racconta Simone Pelosi. «Ho vissuto quella stagione ricoprendo diversi incarichi nel movimento giovanile di Alleanza Nazionale, fino a diventare presidente provinciale di Azione Universitaria e vicepresidente nazionale. Ho sempre creduto che un movimento giovanile debba formare una generazione e darle l’opportunità di assumersi delle responsabilità».
Terminate le riprese, è cominciata la fase più lunga e delicata del lavoro. Durante giornate molto calde, autori, produzione, regista e tecnici si sono ritrovati negli studi di Saxa Rubra per guardare e ascoltare ore e ore di girato, confrontare le immagini provenienti dalle diverse camere e ricondurre ogni frase al ragionamento dal quale era nata.
«Abbiamo imparato a conoscere quei ragazzi ascoltandoli per ore e cercando di comprendere fino in fondo il senso dei loro discorsi», spiega Nardone. «Abbiamo sempre mantenuto un criterio razionale e oggettivo, senza estrapolare una frase dal contesto soltanto perché avrebbe potuto rendere un passaggio più efficace. Per noi era fondamentale che ciascuno potesse riconoscere nel montaggio finale il proprio pensiero, rappresentato fedelmente nel contenuto e nell’intenzione. Un reportage nato per contestare il metodo del “taglia e cuci” non avrebbe potuto riprodurlo a parti invertite».
La stessa scelta è stata rivendicata dalla produzione attraverso la disponibilità a rendere verificabile il materiale utilizzato.
«Dopo la vicenda della cosiddetta “Gioventù meloniana”, abbiamo scelto un metodo diverso», prosegue Pelosi. «Niente telecamere nascoste, niente ragazzi e minorenni trasformati in strumenti per colpire Giorgia Meloni e, soprattutto, niente “taglia e cuci”. I video integrali possono essere messi a disposizione di tutti, affinché ciascuno possa conoscere il contesto e farsi la propria idea».
Anche il montaggio segue la grammatica contemporanea adottata durante le riprese.
«Il ritmo è veloce e diretto, intervallato da pause musicali e organizzato in tre capitoli», prosegue De Toma. «“Noi” racconta l’organizzazione e la sua storia; “Siamo” entra nel significato dell’appartenenza a Gioventù Nazionale; “Giorgia” racconta il rapporto con Giorgia Meloni, che proviene proprio da quell’esperienza giovanile, e ciò che oggi rappresenta per quei ragazzi. L’obiettivo era restituire dall’interno un mondo politico giovanile, utilizzando lo stesso linguaggio attraverso il quale i ragazzi raccontano e condividono la propria realtà».
È proprio nel terzo capitolo che il titolo acquista il suo significato politico e generazionale più profondo.
«Giorgia ha compiuto lo stesso percorso di quei ragazzi: è partita dalla militanza giovanile, ha condiviso quella formazione e quelle battaglie ed è arrivata a Palazzo Chigi», osserva Nardone. «In questo senso tutti noi siamo Giorgia, perché la sua storia dimostra fin dove possano condurre la passione, la capacità e il senso di responsabilità».
«Se qualcuno cercava la “Gioventù meloniana” da mettere alla berlina, troverà invece Gioventù Nazionale», aggiunge Pelosi. «Troverà ragazzi veri, appassionati e orgogliosi di esserci. È questa la realtà che vale la pena raccontare, come sempre è stato».
Durante il montaggio, al lavoro giornalistico e politico si è affiancata una dimensione più intima. Un giorno La Ventura dovette sostituire Nardone negli studi e portò con sé sua figlia di undici anni, che cominciò a osservare le immagini e a suggerire al padre come raccontare quei ragazzi.
«Vederla coinvolta e ascoltare i suoi consigli è stato uno dei modi più belli per trasmetterle quel senso di Patria», ricorda La Ventura.
Quella bambina seduta accanto al padre davanti alle immagini di Fenix è diventata, quasi senza volerlo, una delle rappresentazioni più fedeli del progetto: una generazione che consegna alla successiva il racconto di ciò che è stata.
«Mentre giravamo e, ancora di più, mentre rivedevamo quelle immagini, pensavo spesso alla mia generazione», racconta Nardone. «Noi che abbiamo militato in Azione Giovani non abbiamo un documento così bello che ci racconti. Per questo volevo che il reportage fosse anche un regalo per loro: qualcosa che tra quindici o vent’anni possano mostrare ai propri figli e dire: “Guarda, quando avevo la tua età ero questo, facevo queste cose, credevo in queste idee”. La politica passa anche da ciò che siamo capaci di custodire e trasmettere a chi verrà dopo di noi».
Tra la prima intuizione e la presentazione a Fenix 2026 ci sono state le riprese sul campo, le immagini delle bodycam, le giornate trascorse a Saxa Rubra e il lavoro di chi ha scritto, filmato, prodotto e montato. Il risultato è un racconto destinato al presente, ma concepito per durare.
«Quei ragazzi hanno diritto a essere conosciuti per quello che fanno e per ciò in cui credono, senza che qualcun altro scelga al posto loro quale volto debbano avere», conclude de Laurentiis. «Un giorno Fenix 2025 sarà un ricordo; potranno rivedersi, riconoscere gli amici che erano al loro fianco e mostrare ai propri figli che cosa significava, per quella generazione, scegliere di esserci. Se “Noi siamo Giorgia” riuscirà a custodire quella verità e quella memoria, avrà raggiunto il proprio scopo».



























