Papa Leone XIV e la battaglia per difenderci dagli algoritmi

Il clickbait è un’esca per ottenere un clic: un titolo che promette più di quanto la notizia mantenga. Che Papa Leone XIV abbia scelto proprio questa parola per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2027 è significativo. Nel tema «Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait» c’è una domanda che va ben oltre il giornalismo: che cosa accade a una società quando tutti cercano di catturare la nostra attenzione e noi perdiamo la capacità di prestarla?

Ogni giorno piattaforme, testate e inserzionisti competono per una risorsa limitata: il tempo delle persone. Le Big Tech, dalle quali l’informazione dipende sempre più per pubblicità e visibilità, hanno costruito sistemi capaci di apprendere da ciò che apriamo, ignoriamo, commentiamo o condividiamo. In questa competizione l’indignazione è efficace, la paura trattiene, il conflitto viaggia. Un fatto complesso deve farsi largo contro una frase che lo deforma, ma che ottiene una reazione immediata. È la logica di quella «economia dell’attenzione» richiamata nel testo con cui il Vaticano presenta il tema scelto dal Papa.

Sarebbe rassicurante considerarla soltanto una questione di titoli sensazionalistici. Il cambiamento più profondo riguarda il modo in cui conosciamo la realtà. Se ogni notizia deve interromperci per esistere, impariamo a riconoscere soprattutto ciò che ci allarma o ci conferma nelle nostre convinzioni. Le vicende pubbliche diventano una sequenza di bersagli, le persone vengono ridotte a etichette, il dissenso si consuma in pochi secondi. Il Dicastero per la Comunicazione parla di una «routine di reazioni immediate»: una descrizione esatta di ciò che accade quando il tempo per capire viene occupato dal bisogno di rispondere.

Anche il giornalismo ha ceduto troppo spesso a questa logica. La rapidità è una necessità del mestiere; la fretta di provocare è una scelta. Un titolo efficace può aprire la strada a un fatto importante, oppure sostituire quel fatto con un’emozione più facile da distribuire. Quando la visibilità dipende dalla reazione, la qualità di una notizia conta meno della sua capacità di circolare. La verità può restare accessibile e tuttavia perdere peso, diluita in un flusso che mette sullo stesso piano una ricerca accurata, una menzogna e un contenuto costruito per suscitare rabbia. Non occorre nasconderla perché diventi irrilevante: si può anche sommergerla.

La diluizione riguarda anche noi. A forza di delegare la scelta di ciò che merita attenzione, si attenuano la concentrazione, la memoria, la disponibilità ad approfondire. Accade un’interruzione dopo l’altra, finché reagire diventa più naturale che riflettere. L’intelligenza artificiale può rendere questo processo ancora più rapido: può ampliare la conoscenza e la creatività, ma anche produrre senza sosta contenuti adattati alle paure e ai desideri di ciascuno. Se la macchina impara a prevedere ciò che ci farà fermare, dobbiamo conservare la capacità di scegliere dove fermarci. Governare gli algoritmi significa decidere per quali scopi usarli, senza delegare loro il nostro giudizio.

Per questo l’invito del Papa a riscoprire un’«igiene dell’attenzione» è così esigente. Richiama il silenzio, la lettura, lo studio e il confronto perché la libertà interiore ha bisogno di tempo. L’accesso illimitato alle informazioni serve a poco se perdiamo la facoltà di distinguerne il valore; la possibilità di esprimerci si impoverisce se abbiamo smesso di ascoltare.

Nel testo che presenta il tema, l’attenzione è definita «una preziosa forma di generosità». Prestare attenzione significa riconoscere che davanti a noi c’è qualcosa, o qualcuno, che merita più di una reazione. In un mondo progettato per farci passare subito oltre, fermarsi a comprendere è una scelta personale, ma anche una responsabilità pubblica. La nostra attenzione è il tempo della nostra vita. Lasciare che siano altri a dirigerla significa consegnare loro, poco alla volta, anche una parte della nostra libertà.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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