Poggioreale brucia. Manfredi chiuda il campo rom

Due squadre specializzate, un Canadair, polizia e municipale per domare l’ennesimo rogo nella zona orientale. Le cause dell’incendio saranno accertate, ma il fallimento politico è già evidente: il Comune conosce da anni gli insediamenti di Poggioreale, ne censisce gli abitanti, ne descrive il degrado e continua ad amministrarli senza stabilire quando debbano scomparire. Sgombero dell’area, bonifica, presidio permanente e tutela individuale dei minori: Napoli ha diritto a una decisione.

Il campo rom di Poggioreale va chiuso.

L’area deve essere sgomberata secondo la legge, bonificata, presidiata e restituita alla città. Le posizioni delle persone che vi abitano devono essere esaminate una per una. I minori e i soggetti fragili devono essere protetti. Chi ha diritto a rimanere in Italia deve affrontare un percorso reale di autonomia, fuori dal campo e dentro le regole della convivenza civile. Chi è destinatario di provvedimenti di espulsione deve essere consegnato alle procedure previste. Chi commette reati deve risponderne.

Il resto è soltanto la conservazione del ghetto sotto il nome rassicurante dell’inclusione.

Prima il fumo, poi il Canadair

Nel pomeriggio del 6 agosto un vasto incendio si è sviluppato sul versante di via Santa Maria del Pianto, a ridosso dell’insediamento indicato dalle cronache come campo di via del Campo. Le fiamme hanno interessato cumuli di rifiuti e masserizie, mentre una colonna di fumo nero diventava visibile da buona parte della zona orientale. Per domare il rogo sono intervenute due squadre specializzate negli incendi della Terra dei Fuochi, un Canadair, la polizia e la polizia municipale. Le cause restano da accertare.

Non sappiamo chi abbia acceso il fuoco. Sarebbe irresponsabile attribuire l’incendio agli abitanti del campo senza il risultato delle indagini.

Sappiamo, però, che i rifiuti erano lì.

Sappiamo che l’area era esposta.

Sappiamo che episodi analoghi si sono già verificati nel quadrante di Poggioreale. Nell’agosto 2025 un altro incendio nell’area dell’ex Macello rese necessario il monitoraggio delle diossine da parte dell’Arpac. Un anno dopo, Napoli si ritrova ancora a guardare il cielo annerito e ad attendere che la macchina dell’emergenza faccia ciò che l’amministrazione ordinaria non è riuscita a prevenire.

Il Canadair spegne le fiamme.

Non chiude il campo, non rimuove la discarica permanente, non controlla gli accessi, non impedisce il rogo successivo.

Il Comune conosce tutto da anni

Manfredi non può dire di non sapere.

In un documento ufficiale relativo ai progetti d’inclusione dei minori rom per il periodo 2024-2026, il Comune descrive dettagliatamente il sistema degli insediamenti presenti nella zona est.

Nel solo quartiere di Poggioreale vengono indicati circa 120 residenti nel centro di via del Riposo, oltre 200 nell’insediamento di via del Macello, circa 100 in via Grimaldi e altri 100 in via Ferraris. Parliamo, secondo le stime dello stesso Comune, di oltre 520 persone distribuite in quattro insediamenti all’interno dello stesso quartiere.

Nello stesso atto Palazzo San Giacomo riconosce che una parte consistente di questi nuclei vive in contesti degradati ed emarginanti. Descrive insediamenti costruiti con materiali di risulta, privi di allacciamenti urbani e spesso circondati da rifiuti. Aggiunge che quelle condizioni rappresentano un rischio per gli abitanti, per i minori e per il resto della cittadinanza.

Non è la denuncia dell’opposizione.

È l’autodiagnosi dell’amministrazione comunale.

Il Comune conosce la popolazione, conosce le condizioni ambientali, conosce la presenza dei minori, conosce i rischi sanitari e sociali. Dispone persino di un’Unità Operativa Rom, incaricata della presa in carico e dei percorsi di regolarizzazione e integrazione.

Ha i dati. Ha gli uffici. Ha i progetti. Ha i tavoli.

Gli manca la decisione.

La sinistra ha amministrato il campo invece di superarlo

A quasi cinque anni dall’elezione di Gaetano Manfredi, gli insediamenti restano in piedi. Continuano a essere censiti, assistiti, monitorati e inseriti nei programmi sociali. Manca un cronoprogramma pubblico che dica quando e come verranno chiusi.

Questo è il fallimento politico.

L’assistenza ai minori è necessaria. La scolarizzazione è necessaria. La tutela sanitaria è necessaria. Ma queste politiche acquistano un senso soltanto quando accompagnano le persone fuori dall’insediamento e verso una condizione ordinaria.

Quando diventano permanenti, finiscono per rendere permanente anche il campo.

Un bambino non viene incluso perché un operatore sociale raggiunge periodicamente la baracca in cui vive. Viene incluso quando frequenta stabilmente la scuola, vive in un’abitazione dignitosa, cresce in un ambiente sicuro e vede la propria famiglia rispettare gli stessi obblighi e godere degli stessi diritti di ogni altra famiglia.

Il campo è l’opposto dell’integrazione.

È una zona separata, organizzata intorno all’eccezione, nella quale lo Stato entra con gli assistenti sociali o con le forze dell’ordine, ma raramente riesce a costruire normalità.

La sinistra napoletana ha trasformato questa eccezione in un sistema amministrativo.

Non ha eliminato il ghetto. Lo ha reso gestibile.

Legalità significa responsabilità individuale

Anche il racconto esclusivamente vittimario deve finire.

Nessuna responsabilità può essere attribuita a una comunità intera. La colpa penale è personale e tale deve restare. Ma la necessità di evitare generalizzazioni non può diventare il pretesto per cancellare i problemi di legalità accertati dalle autorità.

Nel novembre 2025, durante un controllo nell’insediamento di via del Macello, i Carabinieri identificarono 132 persone, 38 delle quali già note alle forze dell’ordine. Due risultarono destinatarie di decreti di espulsione. Furono sequestrati un furgone carico di elettrodomestici e rifiuti, cinque veicoli senza assicurazione e altri mezzi abbandonati o cannibalizzati. Nella stessa operazione vennero trovati 400 chilogrammi di rame, per un valore stimato di circa 20 mila euro, rubati poche ore prima a Rete Ferroviaria Italiana.

Nel marzo 2026, un’altra operazione nello stesso campo portò all’identificazione di 84 persone, 37 delle quali già note alle forze dell’ordine. Furono sequestrati 21 veicoli; un operatore del carro attrezzi venne colpito alla testa durante le operazioni e una persona fu arrestata.

Sono fatti riferiti a singoli individui. Non autorizzano alcuna colpevolizzazione collettiva.

Autorizzano però una conclusione politica precisa: quel territorio necessita di un controllo ordinario, continuativo e rigoroso. Non del blitz una volta ogni qualche mese, seguito dal ritorno alla situazione precedente.

La legalità non può essere intermittente.

Una sola legge deve valere dentro e fuori il campo. Veicoli senza assicurazione, rifiuti trasportati illegalmente, refurtiva, maltrattamenti di animali, occupazioni irregolari e violenze contro gli operatori pubblici devono ricevere la stessa risposta che riceverebbero in qualsiasi altro quartiere.

L’origine di una persona non può essere una colpa.

Non può essere neppure un’immunità.

Sgombero significa chiudere l’emergenza

La parola va pronunciata senza paura: sgombero.

Sgombero dell’insediamento, censimento aggiornato degli abitanti, verifica delle posizioni individuali, tutela temporanea dei minori e dei soggetti fragili, applicazione dei provvedimenti amministrativi e giudiziari, rimozione delle baracche, bonifica ambientale e presidio permanente dell’area.

Sgombero non significa prendere centinaia di persone e lasciarle sulla strada.

Significa smettere di considerare il campo una soluzione abitativa.

Le famiglie regolarmente presenti devono essere inserite in percorsi individuali, subordinati alla frequenza scolastica dei figli, al rispetto della legalità, alla ricerca di un lavoro e alla progressiva autonomia. Le persone prive dei requisiti per restare devono essere affidate alle procedure previste dall’ordinamento. Le condotte criminali devono essere perseguite senza attenuanti comunitarie.

Il campo, invece, deve cessare di esistere.

E l’area deve ricevere immediatamente una nuova destinazione pubblica. Un parcheggio, un impianto sportivo, una struttura di servizio, un presidio ambientale: qualunque funzione impedisca che, dopo lo sgombero, il terreno torni a essere occupato o trasformato in discarica.

Spostare le baracche di qualche chilometro non risolve il problema.

Trasferire il campo da una periferia all’altra conserva il campo.

Il metodo Manfredi: tutti competenti, nessun responsabile

Nel documento comunale dedicato ai minori rom si parla esplicitamente di una governance «strutturata a livello orizzontale». Sono previsti uffici comunali, servizi sociali, scuole, strutture sanitarie, Terzo settore, équipe multidisciplinari, coordinamento e monitoraggio.

È la teoria perfetta dell’amministrazione Manfredi.

Ed è anche la spiegazione del suo fallimento quotidiano.

Il Welfare finanzia i progetti. La Municipalità segnala. La polizia effettua i controlli. Gli uffici ambientali intervengono sulle bonifiche. Le forze dell’ordine gestiscono l’illegalità. La Prefettura coordina le emergenze. Il sindaco convoca i tavoli.

Tutti possiedono una competenza.

Nessuno consegna alla città il risultato finale: la chiusura del campo.

È lo stesso limite che abbiamo individuato nella sindacatura dell’incompiuto. Manfredi appare capace di comporre reti istituzionali e distribuire funzioni. Fatica quando deve concentrare la responsabilità, imporre una scadenza e concludere il processo.

Il governo orizzontale diventa così responsabilità orizzontalmente dispersa.

Il campo largo, applicato alla città, funziona allo stesso modo: molti soggetti partecipano, molte sensibilità vengono rappresentate, ogni componente conserva il proprio linguaggio e il proprio spazio. Al momento della decisione, però, la coalizione arretra.

Chiudere un campo significa assumersi un conflitto.

Significa affrontare associazioni, apparati, resistenze burocratiche, problemi abitativi, questioni di ordine pubblico e possibili contestazioni.

Il campo largo preferisce amministrare il problema.

Un governo vero lo risolve.

Manfredi dica una data

Non serve un altro progetto d’inclusione senza termine.

Non serve l’ennesimo tavolo.

Non serve una nuova promessa di monitoraggio.

Gaetano Manfredi deve presentare un cronoprogramma pubblico per la chiusura degli insediamenti incompatibili con la sicurezza, la legalità e la dignità delle persone. Deve indicare quali aree saranno sgomberate, quali risorse verranno utilizzate, quali soluzioni individuali saranno predisposte e quale destinazione pubblica riceveranno i terreni liberati.

Soprattutto, deve indicare una data.

Il rogo del 6 agosto non prova chi abbia appiccato le fiamme.

Prova che il campo è ancora lì.

Prova che i cumuli hanno potuto accumularsi.

Prova che, ancora una volta, Napoli ha dovuto mobilitare uomini, mezzi e un Canadair per intervenire quando l’emergenza era già esplosa.

Dopo quasi cinque anni di governo, Manfredi non può continuare a descrivere il problema. Deve chiuderlo.

Poggioreale non ha bisogno di un’amministrazione che gestisca meglio il campo rom. Ha bisogno di un’amministrazione che abbia il coraggio di farlo scomparire.

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