Ritorno al nucleare? No, si apre la strada a una vera energia pulita

“Sono convinta che ci sia bisogno del nucleare. Ci sono molte paure irrazionali ma non si può decidere sull’onda dell’emozione. Serve razionalità. […] È proprio il mio ambientalismo che mi fa dire sì: il nucleare è la fonte che, tutto sommato, inquina meno.” (Margherita Hack)

Ci sono voluti 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti a Palazzo Madama per segnare una svolta politica e istituzionale che potrebbe essere definita dirompente e che ha permesso di chiudere una narrazione distorta durata trentanove anni: tutti abbiamo sentito, nei dibattiti e nelle dichiarazioni di diversi esponenti politici, che “l’Italia ha detto no al nucleare due volte” quando, in verità, i referendum del 1987 e del 2011 non hanno mai sancito alcun tipo di divieto all’energia da fissione. L’articolo 75 della Costituzione, infatti, è chiarissimo nella previsione dell’esclusione di quesiti referendari relativi ai trattati internazionali e, poiché il programma energetico nucleare rientra nell’alveo del Trattato Euratom (1957) e delle direttive europee sulla sovranità energetica, i quesiti del passato abrogavano esclusivamente specifiche norme amministrative e moduli procedurali.

Sgombrato il campo, in questo modo, da ogni forma di narrazione ideologica e, in un certo senso, populista, è possibile tornare alla vera natura di una scelta come questa, che riguarda il campo ingegneristico, economico e di politica industriale.

Proprio dal campo economico proviene uno degli argomenti d’opposizione più abusati, che riguarda la supposta antieconomicità dell’atomo rispetto a solare ed eolico. A voler ben vedere, questa altro non è che un’illusione contabile basata sull’uso decontestualizzato del LCOE (Levelized Cost of Electricity); confrontare il costo del singolo MWh prodotto da un pannello fotovoltaico quando brilla il sole con quello di un reattore nucleare mostra, infatti, un errore sistematico, poiché non tiene conto della natura marginalista del mercato elettrico (Pay-as-Bid), dove il valore di una fonte risiede nella sua programmabilità e disponibilità continua (Baseload), non solo nella sua capacità di generazione potenziale.

“Facciamo come Sánchez!” è una frase ricorrente che l’attuale opposizione usa spesso in polemica con la maggioranza, ma è proprio l’esperienza del mercato spagnolo a offrire la perfetta immagine di come possa essere strutturato un mix energetico di segno ben diverso da quanto si racconti dai banchi del cosiddetto Campo Largo. L’uso massiccio di rinnovabili non programmabili ha generato il fenomeno della cannibalizzazione dei prezzi nelle ore centrali della giornata, azzerando i ricavi ma costringendo la rete ad accendere i cicli combinati a gas nei momenti di oscurità o bonaccia e, poiché l’ultimo impianto necessario a coprire il carico fissa il prezzo per l’intera borsa elettrica, i costi dell’energia per il comparto manifatturiero rimangono ancorati alla volatilità del gas naturale e alle quote ETS della CO2. Solo la presenza di sette reattori nucleari funzionanti permette, quindi, di contenere i prezzi, generando quel baseload che rappresenta circa il 20% dell’energia prodotta nella penisola iberica. Gli economisti valutano l’efficienza di un sistema complesso utilizzando il VALCOE (Value-Adjusted LCOE), che include i costi di profilo, di rafforzamento della rete e i servizi di supporto alla stabilizzazione di frequenza (50 Hz) e, in questo contesto, il nucleare rappresenta una soluzione ottimale fornendo carica di fondo densa a zero emissioni dirette, stabilizzando la frequenza e abbattendo il costo marginale di sistema, schermando le piccole e medie imprese manifatturiere dalle fluttuazioni dei mercati fossili.

A lato di questa valutazione va sottolineato che la contrapposizione forzata e, in un certo senso, manichea tra fonti rinnovabili (FER) e nucleare rappresenta una vera e propria assurdità.

Non esiste una transizione sostenibile, in un’ottica di decarbonizzazione, che preveda l’azzeramento dell’una a favore dell’altra, poiché le due forme di generazione energetica devono essere considerate come complementari: il nucleare fornisce l’infrastruttura di sicurezza e il carico di base per le industrie ad alta intensità energetica (siderurgia, chimica, ceramica, carta) e, nel contempo, solare ed eolico offrono una produzione elettrica a costo variabile nullo nelle ore di picco. L’idea di affidarsi esclusivamente alle FER costringerebbe il Paese a un sovradimensionamento della rete pari a 4 o 5 volte la domanda di picco per compensare il basso Capacity Factor delle fonti intermittenti (15-30% contro l’oltre 90% del nucleare) e un simile approccio porterebbe a costi molto elevati legati ai tagli di rete (curtailment) e all’installazione di gigawattora di batterie elettrochimiche, la cui estrazione di materie prime critiche e il cui ciclo di vita presentano delle complessità ambientali ed economiche assai rilevanti.

Il vero problema a cui l’Italia si trova davanti, oggi, è che i primi Small Modular Reactor (SMR) andranno a regime indicativamente nel biennio 2033–2035; per gestire la fase di transizione e ottimizzare fin da subito l’espansione del parco fotovoltaico ed eolico, la penisola dispone di una risorsa infrastrutturale immediata a cui raramente si fa cenno e cioè l’accumulo gravitazionale attraverso la riqualificazione e il micro-pompaggio idraulico sui centinaia di invasi minori, ex bacini agricoli, cave e conche dismesse lungo l’arco alpino e la dorsale appenninica. A differenza delle batterie al litio, idonee per l’accumulo e l’utilizzo di energia rapido e di breve durata, il pompaggio idraulico ad anello chiuso (off-river) offre la possibilità di uno stoccaggio stagionale, una durata pluridecennale senza degrado di capacità e zero impatto sul reticolo idrico naturale, per cui se si sbloccassero questi asset, già esistenti, con la semplificazione delle procedure autorizzative (PAS), l’esenzione dai canoni demaniali per i volumi ricircolati e l’apertura del Mercato dei Servizi di Dispacciamento (MSD) alle piccole taglie (1-10 MW), si potrebbe abbattere immediatamente il curtailment delle FER. L’attivazione di questa rete di accumulo diffuso sarebbe, quindi, la perfetta “pista d’atterraggio” per gli SMR, garantendo l’assorbimento degli esuberi e la stabilità delle dorsali elettriche nazionali.

Il ripristino e l’ammodernamento dei bacini montani e appenninici, poi, permetterebbe di ottenere un altro risultato non certo marginale come opera di salvaguardia ambientale di ampie proporzioni che persino una certa vulgata “green” oltranzista dovrebbe caldeggiare, perché in un Paese colpito ciclicamente da siccità e incendi boschivi, andrebbe a valorizzare una rete diffusa di micro-invasi a circuito chiuso da utilizzare sia come riserva idrica strategica per l’agricoltura di precisione sia come bacino di pescaggio immediato per la protezione civile e i mezzi antincendio: un capolavoro di multifunzionalità ecologica, insomma.

A questo punto, però, la vera sfida a cui l’imminente Decreto Legislativo attuativo si troverà di fronte consiste nella capacità di distinguere in maniera rigorosa le diverse possibilità che la tecnologia mette a disposizione per realizzare la futura rete nucleare, evitando di confondere quello che realmente sia già esistente con la ricerca di laboratorio. Questo perché gli SMR di III+ Generazione, basati sulla collaudata tecnologia ad acqua leggera (LWR) ridimensionata in moduli da 50-300 MW, rappresentano l’unica opzione pronta per l’industrializzazione entro la metà degli anni ‘30, visto che la filiera manifatturiera italiana, con eccellenze riconosciute nella produzione di vessels, generatori di vapore e componentistica ad alta pressione, è già fornitrice leader sui mercati internazionali. Gli SMR, poi, consentiranno l’installazione di moduli dedicati sia all’immissione in rete, sia alla cogenerazione di elettricità e calore ad alta temperatura direttamente nei distretti industriali (behind-the-meter), riducendo così latenza e dispersione durante il trasporto. L’altra opzione spesso raccontata nei dibattiti, quella relativa agli Advanced Modular Reactors (AMR) di IV Generazione, i reattori veloci raffreddati a metallo liquido (come il piombo fuso) che, con il riutilizzo completo del combustibile, permetteranno di neutralizzare gli elementi radioattivi a più lunga vita, riducendo drasticamente il volume delle scorie e abbattendo i loro tempi di pericolosità da millenni a qualche secolo, rappresenta una tecnologia di frontiera assai affascinante ma che, al pari dei progetti sulla fusione nucleare, è ancora racchiusa nel perimetro della ricerca e dello sviluppo industriale.

Non fare questa distinzione all’interno del decreto legislativo comporterebbe il rischio concreto di rimandare l’avvio del piano a data da destinarsi, offrendo una nuova arma retorica a quanti sostengono che il nucleare sia una tecnologia inefficiente e con tempi di realizzazione incerti.

Come fare quindi, per evitare che l’approvazione, non certo semplice, di questa legge delega finisca archiviata tra i progetti futuri?

È credibile che il futuro decreto attuativo predisposto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica dovrà poggiare su quattro direttrici operative, cioè la semplificazione del licensing e reciproco riconoscimento, introducendo corsie autorizzative ad alta priorità per gli SMR di III+ generazione la cui licenza di base sia già stata certificata da autorità regolatorie internazionali di primaria fascia (come la NRC statunitense o l’ASN francese), azzerando le tempistiche di re-licensing nazionale; la creazione di una National Authority indipendente e ZES industriali, istituendo un’Autorità per la sicurezza nucleare dotata di piena autonomia finanziaria e tecnica, in grado di rilasciare un’Autorizzazione Unica in tempi certi (massimo 18-24 mesi) e prevedendo Zone Economiche Speciali per l’installazione di reattori modulari a servizio diretto dei consorzi industriali energivori; l’architettura finanziaria di derisking, introducendo i Contratti per Differenza (CfD) a due vie per stabilizzare lo strike price e tutelare investitori e consumatori, unendoli a strumenti fiscali agevolati per i Corporate PPA firmati dalle imprese manifatturiere e, infine, un patto per il territorio e Deposito Nazionale, definendo misure di compensazione economica e royalties energetiche dirette per i Comuni ospitanti, individuando in modo perentorio la sede del Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, passaggio fondamentale per la credibilità dell’intero programma.

Il voto al Senato, quindi, ha cancellato, a livello istituzionale, un vero e proprio tabù quarantennale ma, ora, tocca all’azione governativa per i decreti attuativi con l’obiettivo di progettare, finalmente, un mix energetico combinato ed efficiente tra il carico di base via SMR, lo sviluppo delle rinnovabili e la creazione di una rete diffusa di accumuli che così risulterebbe il più efficiente, pulito e competitivo d’Europa, senza dimenticarsi dell’investimento sul futuro con lo sviluppo della IV generazione.

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Matteo Gianola
Matteo Gianola
Fin da piccolo amavo scrivere e comunicare quello che pensavo e quello che sapevo (potrei dire anche quello che credevo di sapere) perché solo dal confronto può innescarsi una crescita personale e, anche, collettiva. Dopo la laurea in economia e l’inizio del lavoro in banca ho tentato di seguire quello che amavo, iniziano a scrivere per testate come the Fielder, Quelsi, e l’Informale fino a giungere a In Terris e, oggi, pure qui. Mi occupo principalmente di economia, politica e innovazione digitale, talvolta sconfinando anche nella mia passione, la musica.

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