Rosario Livatino, esempio sempre vivo di fede e coraggio

Un ricordo non scontato e coinvolgente della figura del giudice Rosario Livatino, che ha visto il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano raccontare, di fronte ad una platea attenta composta per la maggior parte da giovani, la parabola di vita e di impegno professionale del magistrato siciliano ucciso ad Agrigento dalla Stidda, di cui qualche giorno fa (21 settembre) ricorreva il trentaseiesimo anniversario della scomparsa.

L’appuntamento, tenutosi ieri pomeriggio (giovedì 24 settembre) presso il Circolo di Fratelli d’Italia di via Tripoli (Roma), si è aperto con l’introduzione del “padrone di casa” Lorenzo Carlino (FdI), che nel presentare Alfredo Mantovano, che è stato giudice ed è autore di numerose pubblicazioni, ha sottolineato come Rosario Livatino, figura troppo poco presente nel dibattito e nel ricordo pubblico, ha ancora tanto da dire e da dare.

La storia del giovane magistrato di Canicattì è al centro del Un giudice come Dio comanda (Il Timone, 2021) di cui Mantovano è co-autore. Nel tracciare un breve ritratto di Livatino, il Sottosegretario ha innanzitutto smontato l’epiteto di “giudice ragazzino”, con cui spesso viene appellato il magistrato siciliano. E lo ha fatto ricordando che Livatino, pure molto giovane quando è stato ucciso (aveva 38 anni), aveva un’anzianità di servizio di dodici anni, che in un contesto difficile come quello in cui operava non è per niente poco. 

“Era un magistrato abbastanza sui generis – dice Mantovano – perché anche se già all’epoca si era consolidata l’usanza di parlare tanto e di apparire, lui non ha mai rilasciato un’intervista né partecipato a programmi televisivi. E non perché avesse timore, ma perché era convinto del fatto che un giudice dovesse parlare soltanto attraverso i suoi provvedimenti”. Ed aggiunge, a proposito di questi ultimi (che ha consultato e studiato per scrivere la pubblicazione che abbiamo citato poc’anzi), che erano molti e tutti di estrema qualità giuridica. Tant’è che quasi nessuno di essi, nei vari gradi di giudizio, è stato riformato.

Citando poi gli unici tre interventi pubblici di Livatino, Mantovano spiega come secondo lui doveva essere il magistrato. Che non è colui che deve inventare il diritto, ma colui che deve applicarlo coerentemente ai valori costituzionali, senza piegarlo ad esigenze di carattere ideologico o convenienze varie. “In questo Livatino non è stato soltanto un magistrato fedele alla propria funzione, ma anche molto rispettoso delle garanzie e della persona”. Come quando, da pubblico ministero, fece aprire la cancelleria a Ferragosto per emettere l’ordine di scarcerazione di un detenuto che aveva finito di scontare la sua pena. O quando, nel corso di un sopralluogo sulla scena di un’uccisione, rimproverò un carabiniere che aveva quasi espresso soddisfazione per la morte di un mafioso: “Di fronte alla morte – dice Livatino – chi ha fede prega. Chi non  ha fede sta zitto”.

Ricorda ancora Mantovano che “il suo valore di magistrato è stato enorme, perché ha lavorato con successo contro la mafia praticamente a mani nude, cioè senza tutti i mezzi, tecnici e giuridici, che esistono oggi”. E lo è stato anche il suo valore di credente: profondamente cattolico, nel 2021, con una cerimonia solenne nella cattedrale di Agrigento, Livatino è stato proclamato beato. “La sua grande fede probabilmente lo aiutò nel fare bene il suo lavoro di magistrato”, dice Mantovano, che ricorda anche che su molte delle sue agende era impressa la sigla “STD”, ovvero “sub tutela dei”. A voler invocare la protezione di Dio sia nella sua vita, sia nel suo impegno come giudice.

“Rosario Livatino aveva in sé un profondo senso di giustizia, che ha coltivato ed arricchito con studi profondi. Poi l’ha messo in pratica guardando in faccia la morte, senza mai indietreggiare di un passo nell’adempimento del proprio dovere. E’ questo – ha concluso Mantovano – l’insegnamento più importante e più vero che ci lascia”. Un insegnamento universalmente valido che oggi, in tempi in cui la fiducia degli italiani nella giustizia e in chi la amministra è quantomeno scarsa, dovrebbe senz’altro indurre tutti gli appartenenti all’ordine giudiziario (e non solo) ad ispirarsi all’esempio di Rosario Livatino.

Resta aggiornato

Invalid email address
Promettiamo di non inviarvi spam. È possibile annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.
Cristina Di Giorgi
Cristina Di Giorgi
Cristina Di Giorgi, due volte laureata presso l'università La Sapienza di Roma (in giurisprudenza e in scienze politiche), è giornalista pubblicista e scrittrice. Collabora con diverse testate e case editrici.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche

Articoli correlati